Qui quo qua sono andati via vanno a rischi nell’autonomia

Sul comunismo virtuale

Una volta Karl Marx scrisse che "Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti" e, poi, poco dopo aggiunse: "La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale…".
Oggi, certi operai dell’astratto hanno reinterpretato a soggetto queste affermazioni marxiane al punto che alchimia del pensiero e processo concreto della rivoluzione procedono, almeno nell’immaginazione, sulla scena del mondo, simultaneamente, tanto abbracciati fino alla confusione e al matrimonio dell’identita’. L’equazione che rende possibile questa unita’ erotica per il comunismo e’ di una disarmante semplicita’ per quanto vestita e truccata in modo assai complesso:

a) i mezzi della produzione materiale coincidono con i mezzi della produzione intellettuale

b) nel postfordismo il "lavoratore immateriale" e’ la sintesi sociale di questa identita’ nel suo cervello

c) se si ha un cervello, cioe’ se si pensa, si e’ pertanto possessori dei mezzi di produzione materiale e immateriale (situati nella scatola cranica che sta’ in genere sopra un collo etc.) dunque, immediatamente ci si costituisce, ognuno portandosi dietro la sua propria testa, come classe che domina un’intera epoca storica tanto per latitudine che per longitudine, sia per altezza che per larghezza per non parlare della profondita’.

d) La nuova classe composta di una moltitudine di produttori che regolano la produzione e la distribuzione di idee in pari tempo regolano la produzione e la distribuzione della realta’ sociale anche per quelli che ancora gli mancano i mezzi della produzione intellettuale e che allora pensano improduttivamente…

e) il passo e’ breve: i rapporti materiali dominanti, anche se non proprio subito giacche’ parliamo di idee creative sul tempo a venire, non sono altro che espressione delle idee degli individui che dominano (in quanto pensano e fra l’altro, molto fra l’altro posseggono anche una coscienza, anzi, "la coscienza").

f) l’eccedenza di idee (o le idee eccedenti) prodotta da questo nuovo soggetto antropo-logico fara’ venire al Capitale un tale mal di testa, un’ emicrania fino al suo crollo, definitivo.

g) dunque: il dominio di una determinata classe altro non e’ che il dominio di certe idee: se queste certe idee si riassumono nell’idea del comunismo: il comunismo sara’, se per caso non fosse, vuol dire che, cazzo!, qualcosa dev’essere andato storto!

h) scusi lei coopera oppure no?: – "indubbiamente solidarizzo"-

Il soggetto dell’inconscio, l’inconscio del soggetto e il soggetto inconscio del comunismo avanzano minacciando in ogni strada, ad ogni angolo di strada, davanti agli sportelli federalisti dei bancomat, agli altari del bene comune un’esplosione implosione di desideri a corpo morto di tale portata che gia’ siamo nel postcapitalismo e non ce ne siamo accorti. Il capitale finanziario non e’ che la nottola di minerva…

Peter pan non lotta più
ha venduto il suo pugnale,
Capitan Uncino manda Wendy
a battere sul viale,
l’isola incantata
è già stata lottizzata,
e Alice nelle bottiglie
cerca le sue meraviglie.
Paperino sta in catena
e lavora di gran lena,
Paperina ha compassione
vende baci a Paperone,
Qui quo qua sono andati via
vanno a rischi nell’autonomia
e voi intellettuali
ne avete già discusso
a che serve poi menarla
con la storia del riflusso.
Don Chisciotte non è contento
ma lavora in un mulino a vento,
Alibabà e i quaranta ladroni
hanno già vinto le elezioni,
Hansel e Gretel hanno fondato
una fabbrica di cioccolato,
e Alice nelle bottiglie
cerca le sue meraviglie.
Gli stivali delle sette leghe
pagan bollo e assicurazione,
le scope delle streghe le ha
abbattute l’aviazione,
Pollicino è nella CIA
gli fan far la microspia,
e voi intellettuali
ne avete già discusso
a che serve poi menarla
con la storia del riflusso.
Cenerentola ha una Jaguar
e un vestito molto fine,
ogni volta che c’e’ un prince
leva scarpe e mutandine,
la matrigna vecchia arpia
prende i soldi e mette via,
e voi intellettuali
non avete mai discusso
di come torna l’onda
alla fine del riflusso.

 

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la superstizione del lavoro nella sua forma antagonistica

Va’ di moda oggi di dichiarare avvenuta la completa identificazione di vita e lavoro e l’idea del lavoro come unica fonte della soggettivita’ come fosse una liberazione in atto del proletariato. Si riduce l’utopia all’egemonia del lavoro sulla vita e lo sviluppo dell’individualita’ all’autovalorizzazione della forza-lavoro. Ma la centralita’ del lavoro (del lavoro anche quando manca), comunque coniugato, nella strutturazione del tempo di vita e’ proporzionale al controllo capitalistico sull’organizzazione della societa’. Lavoro differenziato, complesso, multiforme, segmentato, frantumato significa imposizione capitalistica di nuove forme di lavoro-comando alla vita e simultanemante scomposizione del potere sociale del proletariato, della lotta di classe contro il lavoro. La riproduzione della vita come forza-lavoro imposta dal capitale e’ la negazione piu’ violenta del tempo disponibile come misura del valore, dell’autovalorizzazione umana fuori e contro il lavoro e non significa che la liberazione e’ a un tiro di sputo.

L’applicazione tecnologica della scienza alla produzione nel capitalismo mentre riduce il tempo di lavoro nella forma del lavoro necessario alla societa’ per riprodursi dall’altro lo aumenta nella forma di lavoro supplementare, superfluo, indispensabile a riprodurre il rapporto sociale capitalistico, il suo comando sul tempo di vita. Lo sviluppo delle forze produttive e delle relazioni sociali non si trasforma in tempo disponibile al di fuori della produzione immediata per ogni individuo e per tutta la societa’ ma solo in un costante ampliamento delle differenze qualitative del lavoro, in una imposizione di lavoro, di sfruttamento, piu’ vario e internamente piu’ differenziato.
La creazione di molto tempo disponibile oltre il tempo di lavoro necessario per la societa’ in generale e per ogni membro di essa (ossia di spazio per il pieno sviluppo delle forze produttive, e quindi anche della societa’), questa creazione di tempo di non-lavoro si presenta, al livello del capitale, come di tutti quelli precedenti, come tempo di non-lavoro, tempo libero per alcuni. Il capitale vi aggiunge il fatto che esso moltiplica il tempo di lavoro supplementare della massa con tutti i mezzi della tecnica e della scienza, perche’ la sua ricchezza e’ fatta direttamente di appropriazione di tempo di lavoro supplementare. In tal modo esso, malgre’ lui, e’ strumento di creazione della possibilita’ di tempo sociale disponibile, della riduzione del tempo di lavoro necessario per l’intera societa’ ad un minimo decrescente, si’ da rendere il tempo di tutti libero per il loro sviluppo personale. Ma la sua tendenza e’ sempre, per un verso, quella di creare tempo disponibile, per l’altro di convertirlo in plusvalore. Se la prima cosa gli riesce, ecco intervenire una sovvraproduzione, e allora il lavoro necessario viene interrotto perche’ il capitale non puo’ valorizzare alcun pluslavoro.
Quanto piu’ si sviluppa questa contraddizione, tanto piu’ viene alla luce che la crescita delle forze produttive non puo’ piu’ essere vincolata all’appropriazione di pluslavoro altrui, ma che piuttosto la massa operaia stessa deve appropriarsi del suo pluslavoro.

La "crisi" del sistema e’ sempre "crisi del comando", del dominio del lavoro sulla vita e sull’ordine sociale. Il capitale "non e’ una cosa piu’ che non lo sia il denaro…", esso e’ l’antagonismo tra una relazione sociale che vuole imporre il potere assoluto del lavoro sulla vita e la lotta di classe che vuole distruggerlo.
Se le spole dei tessitori tessessero da se’… Continue reading

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classe contro societa’

 

"Qui non si parte dalla critica dell’economia politica ma dall’odio di
classe contro il mondo della societa’ borghese." (M.Tronti)

Il produttore e’ il nemico di classe

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sulla servitu’ moderna

Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi

W.Shakespeare

http://www.youtube.com/watch?v=xv9y7-pz3zI

nel sistema totalitario mercantile non c’e piu’ esilio possibile 

 

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Entrare fuori Uscire dentro

Entrare fuori. Uscire dentro.
(scritta sui muri del DSM Trieste)

Tra le questioni attuali e fondamentali per tutta l’umanita’, c’e’ la questione del rapporto fra sapere e potere. Il problema del rapporto fra le collettivita’ umane e la potenza sempre crescente di una tecnoscienza che si presenta come un potere anonimo, irresponsabile e incontrollabile dominata da una razionalita’ strumentale per la quale la domanda: come distruggere l’umanita’? ha lo stesso valore della domanda: come salvarla? Continue reading

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la resistenza non e’ mai finita

Lo stato della crisi e’ lo stato della repressione che garantisce la ristrutturazione dei rapporti sociali tra le classi, del rapporto sociale di riproduzione capitalistico che la macchina del comando legittima come "interesse generale della societa’".
L’uso politico della storia fa parte di quella riforma del senso comune che serve a legittimare e a creare consenso intorno all’ordine e al potere dominante nel presente. La storia oggi cambia a seconda delle contingenze ideologiche dell’autorita’ in carica al punto che i torturatori, gli assassini, i manovali del terrore nazista invece che "servi di Hitler e delle sue operazioni di bassa polizia" sono chiamati " combattenti" della Repubblica Sociale. Eppure gli esecutori della strategia hitleriana dell’orrore non erano affatto dei "combattenti" ma dei torturatori e dei sadici fanatici con in testa il culto della morte. Che questi assassini si siano fabbricati degli ideali di comodo "la patria", "l’onore" non cambia le carte in tavola e non cancella la somma delle sofferenze da loro inflitte. Che i "bravi ragazzi di Salo’" fossero in "buona fede" o che fossero degli "stupidi ingenui" non trasforma e non rende in alcun modo "positive le loro scelte". La storia non e’ una somma di casi individuali e le suggestioni e le convinzioni soggettive non possono essere adottate come paradigma di fondazione della memoria e della coscienza civile di un paese. Nella storia contano i valori etici e per questo motivo irriducibile un partigiano non puo’ essere equiparato con un repubblichino. La storia non la si puo’ guardare dal buco della serratura come uno spettacolo televisivo.

La lotta di liberazione non e’ mai finita. Continua in un paese ridotto ad uno stato di psicopolizia nel quale vige il totalitarismo maggioritario basato sulla manipolazione delle coscienze nelle ore di massimo ascolto.
Chi controlla i media controlla il popolo.
Chi controlla lo schermo controlla la mente di chi lo guarda.
La lotta di liberazione continua contro il tecnofascismo e lo  stato mediatico totalitario.

25 aprile 1945-25 aprile 2009
La Resistenza non e’ mai finita.
Siamo antifascisti perche’ non vogliamo sacrificare la nostra vita reale in cambio di liberta’ illusorie e felicita’ telecomandate da intossicati dello spettacolo.
La Resistenza e’ un rovesciamento di forza e di prospettiva, il primato della vita sulla sopravvivenza, sullo spettacolo di un esistenza congelata e venduta al minuto. La Resistenza continua nelle reti non materializzate, nei rapporti diretti, nei contatti non costrittivi, nei rapporti di simpatia e di comprensione. Siamo ovunque, comunque degli agitatori rossi per liberta’, per vita e per bisogno.

Chi controlla i media controlla il popolo.
Chi controlla lo schermo controlla la mente di chi lo guarda.
La lotta di liberazione prosegue contro il tecnofascismo e lo  stato mediatico totalitario.

"noi non pretendiamo di avere il monopolio dell’intelligenza ma quello del suo impiego."
Ora e sempre Resistenza!

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soltanto parole

 

Rifiutarsi di comunicare e’ una colpa scriveva Primo Levi. Comunicare il pensiero e i sentimenti e’ necessario affinche l’uomo sia uomo. Finire, come nei campi di concentramento, il "non essere parlati" produce sugli uomini effetti rapidi e devastanti: "la lingua ti si secca in bocca, e con la lingua il pensiero."
Se non hai la fortuna di avere qualcuno con cui parlare finisci nel vuoto e ti collochi nell’ordine della nullita. a La comunicazione genera informazione e senza informazione non si vive.

Nella "Gaia Scienza", F. Nietzsche ricordava che "la coscienza" e il "linguaggio" (insieme alla scienza, alla verita’ ecc…) sono un’espressione tarda dell’evoluzione umana, e rappresentano le possibilita’ specifiche di un organismo di orientarsi nella realta’, di agire e vivere. Sosteneva che "linguaggio" e "coscienza" si sono costituiti sotto la pressione del bisogno di comunicare: l’uomo (l’essere piu’ "indeterminato" creato dalla natura) "piu’ minacciato ebbe bisogno di aiuto, di protezione, ebbe bisogno dei suoi simili, dovette manifestare la sua miseria, sapersi far comprendere,- e per tutto questo ebbe innazitutto bisogno di <<essere cosciente>>, di sapere cio’ che gli mancava, di <<sapere>> quale era il suo stato d’animo, di <<sapere>> cio’ che pensava." Ma senza comprendere i limiti, in particolare, del linguaggio gli uomini hanno finito col proiettare le loro condizioni di sopravvivenza come attributi dell’essere in generale, scambiandoli per il "vero".
 
Primo Levi asseriva che il linguaggio e il pensiero concettuale sono dei mirabili strumenti, che il genere umano si e’ costruito nel corso dell’evoluzione, per <<comprendere>>, cioe’ per <<semplificare>>, ridurre il conoscibile a schema al fine di poter dirigere e determinare la nostre azione nell’ambiente. Senza questa profonda semplificazione aggiungeva "il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito" che sfiderebbe la nostra capacita’ di vivere, orientarci ed agire."

Per Levi questo desiderio umano di semplificare e’ giustificato mentre non lo e’ sempre la <<semplificazione>> perche’ essa non rappresenta piu’ "un’ipotesi di lavoro", e in quanto tale riconosciuta e utilizzata, ma un dispositivo che metodicamente confonde e scambia i suoi schemi e modelli per e con la realta’. In questo modo il pensiero e le parole si trasformano in un puri strumenti di potere e dominio. Come scriveva Horkheimer: il linguaggio diventa uno strumento come gli altri, nel gigantesco apparato di produzione della societa’ moderna: "il significato e’ soppiantato dalla funzione, dall’effetto sul mondo delle cose e dei fatti.(…) il linguaggio e’ considerato solo un mezzo utile per fissare, conservare e comunicare gli elementi intellettuali della produzione o a guidare le masse."

Questa condizione di puro strumento produttivo del linguaggio trova il suo compendio in una sua regressione ad una fase magica:
"Come ai tempi in cui si credeva alla magia, ogni parola appare come una forza pericolosa, che potrebbe distruggere la societa’ e della quale chi l’ha pronunciata deve rispondere. Di conseguenza, il controllo della societa’ impone dei limiti alla ricerca della verita’. Si crede che non esista nessuna differenza fra pensare ed agire; cosi’ ogni pensiero e’ considerato un atto, ogni riflessione una tesi, e ogni tesi una parola d’ordine. Ognuno e’ chiamato a rispondere di cio’ che dice e di cio’ che non dice; ogni cosa ed ogni persona sono classificate ed etichettate. La qualita’ di essere umano, che non permette di identificare l’individuo con una classe, e’ <<metafisica>>, e non ha posto nell’epistemologia empirica. La casella in cui l’uomo viene ficcato circoscrive il suo destino".

Oggi un concetto o un’idea sembrano avere significato solo in forza delle loro conseguenze-effetti sulla produzione e sulla condotta umana, in base al loro valore di mercato o di propaganda. Si stima che le parole non abbiano piu’ un significato ma solo una funzione. "La preferenza per parole e frasi semplici e povere che si possono raggruppare alla prima occhiata e’ una delle tendenze antintellettuali, antiumanistiche piu’ evidenti nell’evoluzione del linguaggio moderno come in tutta la vita culturale dei nostri giorni…". Il nuovo linguaggio "degli individui che stanno per ammutolire" e’ "un agglomerato di sfacciate frasi fatte, di collegamenti logici solo in apparenza, di parole galvanizzate che hanno il valore di marchi di fabbrica- eco confusa del mondo della reclame".

T.W.Adorno profeticamente diceva "la comunicazione, legge universale della convenzione, annuncia che non e’ piu’ possibile nessuna comunicazione…infatti gli uomini nel parlarsi, in parte sono guidati dalla loro psicologia (l’inconscio prelogico), in parte mirano a scopi che, in quanto intesi alla pura e semplice autoconservazione, si allontanano dall’oggettivita’ che la forma logica fa balenare…il linguaggio si polarizza allo stadio della sua decomposizione. Qui diventa basic english, un francese, un tedesco ridotti a singole parole, a ordini pronunciati arcaicamente nel gergo di un universale disprezzo, quale si puo’ esprimere nella familiarita’ tra due contraenti inconciliabili; la’ diviene il complesso delle proprie forme vuote, di una grammatica privatasi di ogni rapporto col contenuto del linguaggio e dunque della propria funzione di sintesi."

Il pensiero concettuale e il linguaggio nel capitalismo diventano i mezzi di un potere che vuole ridurre l’esistenza a dei modelli e a delle immagini cristallizzate che negano, tentano di controllare per sfruttarle economicamente la problematicita’ e la contraddittorieta’ e la complessita’ della vita e delle sue forme.

L’esistenza completamente assorbita nel concetto infatti e’, oggi, la forma adeguata al suo consumo produttivo da parte del capitale. Non e’ un caso che l’apparato, la macchina produttiva capitalistica tende a negare che la vita sia nella sfera della della finitezza temporale, tra il nascere e il morire. Linguaggio e pensiero concettuale come mezzi di produzione del capitale si traducono in una macchina per oggettivare, reificare il flusso indeterminato e irriducibile dell’esistenza umana. In questa situazione tendono a disconoscere la loro finalita’ propriamente umana cioe’ il loro essere condizione di possibilita’ di un processo relazionale degli uomini tra loro, degli uomini con loro stessi e il mondo. Questi "mirabili strumenti" non sono a disposizione di un processo che cerca risposte adeguate e condivise alla condizione esistenziale umana al suo essere situata nella precarieta’ temporale ed esistenziale, ma al contrario servono ad elaborare una de-realizzazione del mondo, a reificare-oggettivare e consumare la vita e le sue molteplici forme. Essi operano per creare un "universo parallelo" dove non c’e’ piu’ "natura", non c’e’ il dolore dell’esistere, non c’e’ problematicita’ del vivere che non sia ridotta a "problema tecnico" da affidare a degli "specialisti".
La "natura" dentro e fuori di noi viene valutata, osservata e studiata come un "errore", una "deviazione", una materia informe e minacciosa che bisogna domare e divorare. L’uomo deve approssimarsi al "non-vivente", al "produttivo assoluto", cioe’ ad un sussistente funzionale che si deve lasciar sedurre dal suo corpo, dalla materia, dalle sue pulsioni inconsce e dalla sua carnalita’ a comando, solo quando serve ad alimentare il dispositivo produttivo capitalistico.

Gli infiniti significati e possibilita’ dell’esistenza sono imprigionati nell’orizzonte del controllabile e del consumabile produttivo per un sistema di potere che come una macchina che ha gettato a terra il conducente e corre cieca nello spazio.La societa’ apparente del capitale e’ ormai una macchina chiusa su se stessa, in un istinto di autoconservazione che ha perduto ogni relazione con l’umano.

Per sfruttare la vita nella sua totalita’, fino alla sua liquidazione completa, il capitale cerca disperatamente di sciogliere e assorbire l’intreccio e la correlazione irriducibile, l’indeterminatezza essenziale dell’esistenza attraverso il linguaggio, i "segni"…Come scriveva Wittgenstein, qualsiasi cosa o fatto del mondo puo’ essere trasformato in segno, "nominato" e in definitiva sottoposto ad una forma di controllo e di dominio. Ma questa "conversione" della vita in una trama di segni non esaurisce tutti i suoi possibili significati, non scioglie mai completamente la sua "ambiguita’". Non "e’ possibile mediante il linguaggio uscire dal linguaggio…e cio’ che appartiene all’essenza del mondo, il linguaggio non lo puo’ esprimere". Parlare un linguaggio fa parte di una attivita’, o di una forma di vita determinata e la relazione dell’uomo col mondo e con se stesso e gli altri non e’ mediato solo dal linguaggio verbale. Esistono anche "segni" e "linguaggi" non -verbali.

I "segni" e il "linguaggio" non sono qualcosa di sussistente in se’, ne’ una "sostanza", ma sono sempre dentro un contesto, una situazione. Noi "comprendiamo" il significato di una parola solo perche’ e’ strettamente legata e intrecciata ad un complesso di comportamenti abituali che appunto costituiscono la nostra "forma di vita". Noi siamo al mondo prima di tutto con una corporeita’ ed e’ attraverso il corpo che apprendiamo originariamente questo mondo.
E’ attraverso la sua sensibilita’, il suo modo particolare di percepire e recepire che un corpo determinato entra in relazione con l’ambiente. Un corpo e’ sempre nello spazio e nel tempo ed e’ continuamente attraversato da bisognim passioni e pulsioni di ogni genere. Nella forma di vita culturale, fatta solo di segni e linguaggio, in asenza della sensibilita’ del corpo non e’ possibile nessuna vera esperienza e nessuna conoscenza.

"il mondo non e’ cio’ che io penso, ma cio’ che io vivo". Gli "io astratti" nei segni e nel linguaggio "vanno bene ovunque e in nessun luogo". Il modo in cui comunichiamo definisce anche il mondo che c’e’ intorno a noi e nel quale ci troviamo. Senza una percezione chiara dell’Altro nel suo essere "inconfondibile" la comunicazione degenera in quella che Heiddeger definiva "chiacchiera". La comunicazione puo’ ricevere un senso umano solo nell’orizzonte di un progetto concreto cooperativo. In uno stato di "irrilevanza" e di "indistinzione" dell’Altro la comunicazione diventa quell’impersonale <<si dice>>, <<si parla>>. Qui si perde se stessi e si perdono gli altri in una massa anonima regolata da norme di condotta astratte. Nella "chiacchiera comprendiamo tutto ma senza alcuna appropriazione preliminare delle cose da comprendere. Essa e’ alla portata di tutti e "non solo esime da una comprensione autentica, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste piu’ nulla di incerto".
Quando il "sapere" diventa solo un "sapere di parole" noi abbiamo "soltanto parole, noi non conosciamo nulla".

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se questo e’ un blog

mi sono guardato in tv
ho visto molti segni che annunciano
sofferenze addizionali
Non c’e’ un punto di luce per chi lavora
alla fabbrica degli specchi dei sogni
Esistenza precaria a tempo indeterminato
mi gettarono
nell’era della comunicazione globale

Povero ma connesso
ricamavo sogni caduti in terra
per illusioni di una vita vera
La cartomante e l’analista
sbirciando nell’anima del mio futuro
lo videro: il presagio era chiaro:
Comunicare, Comunicazione…
Eccola la parola magica che apre
la fortezza vuota in cui abito
in cui sogno ad occhi aperti
fantasie affettive
e nuoto  fiume immenso
di deliri e allucinazioni
Sovrastato da enormi edifici di violenza e morte
io faccio il prigioniero normale
ripiegato su me stesso
perso in una mente teatro
di rappresentazioni di ogni forma e genere
Una geografia di disamori
un terreno cosparso di ferite
dolori profondi rinnovati
ad ogni tentata fallita grande evasione
In questo tempo si dice che si comunica
e si comunica fino allo sterminio
Anch’io ho aperto un blog
Certo un po’ turpe un po’ patetico
ma blog
Pure io sono convenuto all’assemblea degli assenti
al convegno dell’elusione
Diventato oppresso disponibile al dialogo
al microcosmo di una societa’ totalitaria
Davanti a me non c’e’ carne
non c’e’ sangue
Ho aperto anch’io un blog
brulica di parole sollevate dal suolo
manovale della scrittura
al servizio del silenzio
Io faccio il prigioniero normale

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aritmie del cuore

Ci vuole troppa forza, e forse tanto e troppo coraggio, per guardare cio’ che c’e’ da vedere. Per dissipare il fumo e accorgersi che quelli che sono sul treno sono pochi e che gli altri sono rimasti sotto le rotaie. Ci sono milioni di strani modi di scontare la colpa di essere venuti al mondo. Schiacciarsi sotto il proprio peso, strisciare per strada, assassinare il tempo senza ferire l’eternita’, non battere ciglio al centro di una quieta disperazione o un di lavoro, lasciare che accada, uccidere per illudersi di non morire, una devozione come un male incurabile, i vecchi libri, il progresso, le nostalgie, le cose del cielo e quelle dell’aldila’.

Ad un uomo non puo’ accadere nulla di peggio, dopo l’esser nato, che l’avere dei genitori.
Genitori i cui demoni continueranno a percuoterti per tutta l’esistenza senza smettere mai fino a spezzarti le ossa,sfracellarti l’anima. Non smetteranno neanche quando sarai abbandonato, vulnerabile, irritato, bisognoso d’amore e coperto di stracci mentre il pus quotidiano ti scorre su un cuore che hai devitalizzato male. Il cielo e’ stato disarmato e i giochi sono gia’ fatti. Le possibilita’ non sono state raccolte, i cammini non sono stati percorsi, le occasioni irrimediabilmente perdute, i fili d’argento si sono spezzati, le lampade magiche sono andate in pezzi e le brocche d’acqua si sono infrante. Una invisibile chimica interiore ha combinato alle nostre spalle le circostanze profondamente stupide che ci hanno gettato in quell’angolo guasto e imbastardito che ci ostiniamo a chiamare vita e, quando succede che il silenzio ci cade addosso e ci accerchi con le sue urla mute allora, allora ci mettiamo alla ricerca di un’oggetto magico che non esiste. Gia’, perche’ non esiste nessun oggetto magico che ci curi dalle nostre intollerabili emozioni, che faccia evaporare la solitudine, che annienti l’angoscia, uccida la frustrazione, addomestichi la sofferenza.

Chi mai potra’ controbilanciare un futuro presunto-improbabie-felice con il destino di un aborto che ci lasciasse nella notte, senza nome e fuori dal tempo? Le carcasse dei nostri onnipotenti assetti mentali galleggiano sulla superficie del mare sbattendo contro i relitti di tutti quei privilegi senza eguali con cui nella storia dell’umanita’ non si e’ mai smesso di imbrogliare i bambini. Castelli in aria, fumi e sogni e miraggi e chimere. Poi il vento gira e ritorna. Il vento si riprende sempre tutto. E tutto non e’ che un soffio di vento: nascere e morire, uccidere e guarie, tacere e parlare, piantare e sradicare. Non si salva nulla. Non si salvano gli abbracci, gli amori, le sensazioni, i dolori e le gioie.
A volte inseguiamo aliti di vento, altri esseri umani, amori, a volte cerchiamo di trattenere le parole e le persone care ma e’ tutto inutile. Il nostro e’ solo un bel movimento di nulla, una danza raffinata della mancanza di senso, una patetica e variopinta celebrazione della vanita’. Francamente, io, Sisifo, non riesco ad immaginarmelo felice.

La luce mi irrita, l’alba mi sfinisce. Domani il giorno sara’ una lama fredda che mi tagliara’ per farmi sanguinare senza la consolazione della morte. Un altro giorno di semivita, e poi ancora un’altro e un’altro ancora e un’altro ancora…
Premura,responsabilità, rispetto, conoscenza, libertà, chiamiamolo anche amore; il vento gira e ritorna e si riprende sempre tutto. E, lo diceva Wittgenstain, "Non si può sentire uno sconforto più grande di quello di un essere umano. Il mondo intero non può trovarsi in una situazione di bisogno maggiore di quella in cui si trova una sola anima".
Bisogna guardarsi dentro per uscirne fuori ma non e’ abbastanza. Anche uscendone non voglio piu’ incontrare nessuno.I sogni sono stati licenziati e da quaggiu’ non si odono piu’ voci umane. Non c’e’ l’assoluto primo, la causa incondizionata di ogni condizione , tutto e’ rimandato in un vortice di relazioni che e’ risucchiato da un’altro vortice all’infinito.

La comunicazione e’ impossibile. Bisogna prendere su di se’ il silenzio, il cielo vuoto sopra di noi, le assenze, l’amore di nulla, sedimentare, assopirsi e cancellarsi.
Gli dei non sono mai sazi. Ma si muore anche sempre agli altri. Economia dell’angoscia. Dissesto psicologico. Orizzonte precario, un orizzonte accidentale; una coscienza in fondo non e’ che una luce che va spegnendosi nella normalita’ del giorno e che va annegando nella passione per la notte. Ci sono solo onde. Non piu’ volti, non piu’ nomi. Agonie e stati di dormiveglia di un corpo incatenato dalle prime verita’ del senso comune.

Angoscia, paura di esistere, bisogni, spaesamenti. Sentirsi estranei, sapere dell’impossibilita’ di ritornare nel seno materno, di poter riparare separazioni irreversibili e infine lasciarsi tra l’abbandono e l’aggressivita’. Magismo infantile, ma e’ chiaro che non si puo’ ridurre nessuno alle operazioni intenzionali della propria anima. In fondo tutto il nostro comportamento non e’ che una ripetizione di esperienze e reazioni infantili.
Ma ora non vorrei piu’ cure. Questo truama della nascita si e’ ripetuto gia’ troppe volte, cosi’ innumerevoli che la voglia di ri-nascere e’ finita. Adagiarsi sull’acqua. Lasciarsi andare alla deriva.

E’ semplicemente un caso di solitudine emotiva. Niente di piu’. Una marea di abbandono, di distacchi e separazioni.
Pavese lo sapeva, lavorare stanca, pensare stanca, vivere stanca. E tutto questo sfinimento nell’attesa di scendere nel gorgo muti. Il paesaggio e’ dilaniato. Si puo’ immaginare un’ultima via di fuga? A causa del significato? dei conti fatti su un taccuino malmesso? Restare in bilico sul vuoto? Fantasmi ovunque.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. (E. Montale)

 
 

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Moratorium Diletti Fratelli

 

Ad ognuno sara’ assegnato il suo posto, la sua realta’, il suo corpo,
la sua malattia e la sua morte, per decreto legge. La vita espropriata,
la morte confiscata dall’amministrazione dello Stato. Il potere
paranoico, esercitato da una banda di videofascisti guidata da Silvio
Berlusconi, ormai soffre un tale delirio di onnipotenza da voler
sottrarre ad ogni individuo il diritto illuministico alla proprieta’
del proprio corpo, della propria vita e della propria morte.
Siamo ormai entrati completamente nello Stato Mediatico Totalitario, un
tecnofascismo che vuole sperimentare nel "bel paese", complice la
Chiesa cattolica, un nuovo medioevo tecnologico. In questo paese e’
stata istituita una dittatura mentre noi guardavamo il grande fratello e
trepidavamo per la squadra del cuore, mentre applaudivamo Di Pietro,
giocavamo all’enalotto, seguivamo le amene vicende di un gruppo di nani
e ballerine e veline che si dichiaravano comunisti o perlomeno di
sinistra.
 

<<Sisifo e il diritto alla morte

Il mito di Sisifo è noto come quel mito che descrive la condanna di Sisifo a subire una punizione del mondo dei Morti. Secondo la versione omerica, Sisifo doveva continuamente spingere un masso di marmo fino alla sommità di un colle ma, poco prima di giungere alla sommità, il masso insidioso gli sfuggiva sempre rotolando a valle. Questa figura mitica viene usata spesso; si dice – ad esempio – "è una fatica di Sisifo", quando si tratta di un lavoro pesante; oppure si afferma che Sisifo significa in realtà affrontare e iniziare le cose con rinnovata energia.
Sisifo viene considerato in effetti una sorta di eroe che si afferma con tenacia ed ostinazione. Ma se consideriamo più attentamente il mito, e tralasciamo l’uso che ne fa il nostro modo di pensare così attivistico, emerge qualcosa di estremamente interessante. Sisifo è stato per l’appunto condannato a questa pena per un determinato motivo; egli ha ingannato la morte. Come lo ha fatto? Per noi Sisifo significa effettivamente qualcosa di simile a scaltro, a colui che trova sempre una strada, un trucco: con i suoi inganni egli è riuscito persino ad aggirare il suo ingresso nell’Ade. Per punire questo, ossia per punire la sua volontà di sfuggire alla morte con l’astuzia, è stato condannato ad un tale tormento.
Con ciò in realtà si intende dire che si può infliggere una punizione alla volontà di sfuggire alla morte solo con un terribile prolungamento della vita. Quando lessi il mito mi venne di colpo in mente l’uso che oggi gli uomini ne fanno: "Mio Dio! Noi siamo tutti un po’ su questa strada, prolunghiamo artificiosamente la vita".
Negli attuali centri di terapia intensiva e negli ospedali geriatrici favoriamo il prolungamento vegetativo della vita che per così dire ci allontana dalla morte naturale, la ritarda in un modo che può apparire come una sorta di tormento di Sisifo forse in un senso più profondo – il fatto cioè che la nostra vita cosciente si affievolisce rimanendo ormai solo come esistenza vegetativa. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, Sisifo ha acquisito un nuovo significato simbolico: noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.

DOMANDA: Professor Gadamer, c’è un diritto alla morte così come c’è un diritto alla vita?
Io risponderei: "Sì!". Si ha questo diritto, perché si è uomini liberi e perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. In questo senso non mi sembra affatto difficile rispondere alla domanda. Nella prassi diviene però molto più difficile poiché il morire, l’agonia stessa, è un lento paralizzarsi della libera possibilità di decidere in cui l’uomo vive come uomo consapevole e sano. Per questo è una domanda ragionevole la sua. Io comunque risponderei così come ho fatto.
(Tratto dall’intervista ad Hans Gadamer- "Il filosofo e la morte"- aprile 1991)

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
[2] C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
[3] Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
[4] Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
[5] Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
[6] Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
[7] Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
[8] Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
                          (eclesiaste)

<<Quale proprietario del Moratorium Diletti Fratelli, Herbert Schoenheit von Vogelsang si recava sempre al lavoro prima dei suoi impiegati. E in quel preciso momento, mentre il gelido ed echeggiante istituto incominciava appena a scuotersi dal silenzio del riposo notturno, un cliente era già in attesa; aveva un aspetto vagamente impiegatizio e uno sguardo preoccupato, con occhiali dalle lenti quasi opache e una giacca sportiva dalla pelliccia tigrata, e attendeva sulle sue scarpe gialle appuntite accanto al banco della reception, stringendo in pugno la ricevuta della sua concessione. Con tutta probabilità voleva fare gli auguri ad un parente. Il Giorno della Resurrezione, la festa in cui i semi-vivi erano pubblicamente onorati, non era lontano; l’afflusso di congiunti sarebbe presto iniziato.
«Si, signore,» gli disse Herbert con un sorriso affabile. «Mi incaricherò di lei personalmente.»
«E’ una signora piuttosto anziana,» disse il cliente. «Sugli ottanta, molto piccola e rugosa. Mia nonna.»
«Attenda un istante.» Herbert fece ritorno ai bidoni dei congelati per cercare il numero 3054039 -B.
Non appena ebbe trovato il cartellino, esaminò attentamente la bolletta di carico annessa. Rimanevano soltanto quindici giorni di semi-vita. Non era molto rifletté; automaticamente inserì un amplificatore portatile di protofasoni nell’estremità di plastica trasparente della bara, lo sintonizzò ascoltando all’esatta frequenza l’indicazione dell’attività cefalica.
Dall’altoparlante una debole voce disse, «… e allora Tillie si lussò l’anca e noi pensammo che non sarebbe mai guarita; era stata così stupida, con la sua pretesa di cominciare a camminare subito…»
Soddisfatto, disinserì l’amplificatore e trovò un impiegato che portasse il 3054039-B in sala di consultazione, dove il cliente sarebbe stato messo in contatto con l’anziana signora.
«Avete controllato, non è vero?» chiese il cliente pagando l’ammontare dovuto.
«Personalmente,» rispose Herbert. «Funziona alla perfezione» Diede qualche colpetto ad una fila di interruttori, poi si fece indietro. «Felice Giorno della Resurrezione, signore.»
«Grazie.»
Il cliente si avvicinò alla bara fumante nel suo involucro congelato; premette un auricolare contro un lato della testa e parlò a voce alta nel microfono. «Flora, cara, puoi sentirmi? Credo di sentire già la tua voce. Flora?»
Quando trapasserò, disse fra sé Herbert Schoenheit von Vogelsang, stabilirò nel mio testamento che gli eredi potranno farmi rivivere un solo giorno ogni secolo. In questo modo potrò osservare il destino dell’intera umanità. Ma richiederà un alto costo di manutenzione ai miei eredi… e lPhilip K. Dickui sapeva bene cosa significava quello. Prima o poi si sarebbero ribellati, avrebbero tolto il suo corpo dal congelamento e – Dio non volesse – lo avrebbero seppellito.
«La sepoltura è una barbarie,» esclamò Herbert. «Un rimasuglio delle primitive origini della nostra cultura.»
«Sì, signore,» convenne la sua segretaria alla macchina da scrivere.
Nella sala di consultazione diversi clienti stavano ora comunicando con i loro parenti semi-senzienti in una quiete quasi estatica, dislocati a intervalli regolari con le rispettive bare. Quei fedeli che venivano regolarmente a rendere il loro omaggio offrivano uno spettacolo tranquillo. Portavano messaggi e notizie di ciò che succedeva nel mondo esterno; recavano conforto ai tristi semi-vivi in quei brevi intervalli di attività cerebrale. Senza contare che erano loro a pagare Herbert Schoenheit von Vogelsang. Si guadagnava bene a dirigere un moratorium.
«Il mio babbo sembra un po’ debole,» disse un giovane attirando l’attenzione di Herbert. «Mi chiedevo se lei avrebbe potuto perdere un momento del suo tempo per dargliPhilip K. Dick un’occhiata. Le sarei veramente grato.»
«Ma certo,» disse Herbert accompagnando il cliente attraverso la sala fino al contenitore del parente defunto. La bolletta di quest’ultima mostrava che restavano solo pochi giorni; ciò spiegava la qualità viziata dell’attività cerebrale. Eppure… aumentò il volume dell’amplificatore protofasonico, e la voce nell’auricolare divenne leggermente più robusta. E’ quasi alla fine, pensò Herbert. Gli parve ovvio che il figlio non volesse vedere la bolletta e che non si preoccupasse di sapere che il contatto con il padre si avvicinava rapidamente alla fine. Così Herbert non disse nulla; si allontanò, lasciando il figlio alla sua comunione. Perché dirgli che probabilmente quella era l’ultima volta che avrebbe potuto recarsi lì? Lo avrebbe scoperto abbastanza presto in ogni caso.
Un autocarro era comparso ora accanto alla piattaforma di scarico sul retro del moratorium; ne discesero due uomini, vestiti delle familiari uniformi celesti. L’interplanetaria Atlas Trasporti e Depositi, rimuginò Herbert. Forse erano lì per sbarcare un altro semi-vivo appena trapassato, oppure per prelevarne uno definitivamente spirato.>>
(tratto da Ubik-Philip K. Dick)

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