25 aprile:prima che il gallo canti

Sono Umberto Fusaroli Casadei, classe 1926, ex comandante partigiano,grande invalido della guerra di Liberazione e quindi combattente in Mozambico contro il colonialismo dove riportai altre due gravi ferite, in aggiunta alle tre riportate in Italia. Vinsi tutte le guerre giuste alle quali partecipai e persi tutte le paci susseguenti, avendo ovunque i capi tradito gli ideali per i quali combattemmo insieme, in Mozambico dopo l’assassinio del grande Presidente Samora, allorquando tentarono di assassinarmi i mafiosi locali.

In Italia perdetti mio Padre, mio Zio e un mio Cugino, trucidati dai repubblichini, dei quali pagarono lo scotto solo quelli che conseguii di accalappiare, mentre gli altri scontarono la pena usualmente riservate ai ladri di galline o tutto al più ai rei di abigeato; ma io dovetti scontare sei anni di carcere. Sempre soffersi il trattamento ora riservato da Bush ai prigionieri di Guantamano ed ultimamente una giunta diessino/rifondazione ha finanziato quattro libri diffamatori della Resistenza e di me, che compii tutte le azioni di guerra effettuate in Bertinoro, giungendo quei signori all’estremo dell’infamia, tramite un pretastro, finanziando un ultimo libro dove insinua, contro il vero, che mio Padre tenesse nella sua bottega un quadro dell’asino di Predappio, come mio Padre chiamava Mussolini.

Dopo il mio rientro in Italia, nel 1994, fui per circa un anno membro del Comitato Federale di Rifondazione Comunista di Forlì, dalla quale mi ritirai appena acquisii la certezza che Rifondazione non era altro che la riedizione peggiorata, esponenzialmente, dell’antico PCI. D’Alema per giungere ad abbracciare il novello Hitler yankee, si appresta a fare del suo meglio per mantenere, comunque camuffate, truppe italiane in Afganistan; per comprendere l’assurdità di una basta considerare cosa sarebbe accaduto, mutatis mutandis, se nell’aprile 1945, qualcuno, per esempio il caudillo Franco, avesse mandato in Italia un contingente di falangisti a sostenere il governo repubblichino installato da Hitler!!

Quanto stanno architettando D’Alema ed i suoi colleghi dall’antifascismo non intermittente ma tanto evanescente da apparire inesistente, appena lui, Rutelli, Violante ed altri faccendieri e intriganti sentono o sognano il profumo del Quirinale, ci impedirà di votare nel futuro per il partito o per la congrega di partiti, a differenza che nelle precedenti elezioni politiche e referendarie, impedendocelo coloro che appoggiano una guerra imperialista a sostegno degli emuli dei nazisti. Mentre sarebbe ora che si accorgessero che è già in corso la terza guerra mondiale, fatto del quale si è convinto persino l’imperialista Bush, ponendo in essere approcci con la guerriglia per uscire dal pantano, mentre quel bravo propiziatore nostrano, con barca da diporto, del Cavaliere, con stalliere mafioso, intende continuare a fungere da tirapiedi agli invasori yankee, propiziando anche all’Italia un attacco quale quello a New York, a Madrid e a Londra, tanto per cominciare. Leopardi riteneva che "La viltà, la dappocaggine, la mancanza di coraggio. in molti è imbecillità di mente", mentre mia nonna materna Anna chiamava gli italioti del ventennio: "gente cui si fa notte avanti a sera, gente da basto da bastone e da galera" Ma ora che il capitalismo globale non si crea più i suoi stessi becchini, come previsto da Marx, ma si scava da solo la propria tomba, distruggendo l’intero ecosistema dove si è sviluppata la specie umana, avviandola, a tappe forzate, verso l’estinzione, a che pro superare Berlusconi in insipienza per ingraziarsi Bush, conoscendo la fine del megalomane predappiese che vi si prestò con Hitler?!

A me è accaduto di tutto, dimostrabile, mediante documenti ufficiali: mi fu proposta la medaglia d’argento al valore militare per diversi fatti d’arme, per due dei quali avrei meritato medaglie d’oro, secondo il regolamento, ma niente mi fu concesso perché qualche "tutore dell’ordine" aveva fatto falsamente figurare nel mio foglio matricolare che ero stato condannato per due omicidi a scopo di rapina, mentre non ero stato mai neppure imputato di omicidi a scopo di rapina, ma solamente per fini esclusivamente politici, tanto che furono tutti e sempre amnistiati e che mai lo fui nemmeno per rapina aggravata o semplice. Mentre tutti i delitti commessi a mio danno, senza necessità di una legge ad hoc, come per il bravo Previti e colleghi suoi: tentati omicidi, truffe pluriaggravate, calunnie e diffamazioni etc. etc mai furono puniti quando non furono usati contro di me oppure ritenuti non perseguibili se ineccepibilmente provati.

Conseguii la pensione di guerra dovutami solo nella seconda meta del decennio 1990, dopo avere ottenuto la condanna dell’Italia dalla Corte Europea di Bruxelles per l’indebito ultra decennale ritardo nella decisione del mio ricorso alla Corte dei Conti, provocato dall’abituale falsità di certi "tutori dell’ordine", i quali, essendo stati sollecitati dal Ministero delle Finanze di chiedermi i certificati attestanti i ferimenti subiti, gli comunicarono che gli avevo risposto che non ne avevo, aggiungendovi l’immancabile ciliegina che io ero il direttore dell’INCA, presso la Camera del Lavoro di Bologna, dove mi facevo chiamare dottore e avvocato, mentre non vi avevo nemmeno mai posto piede: presa conoscenza degli atti presso la Corte dei Conti ne trassi una copia a quello Istituto che mi rilasciò una dichiarazione attestante che non solo io ne ero mai stato il direttore ma che vi risultavo del tutto sconosciuto.

Inoltrai subito denuncia alla Procura della Repubblica di Forlì ma, more solito, quei fatti non furono ritenuti perseguibili, come sempre accadde anche in altri casi fino ad oggi. Tanto che ho deciso di ritornare in Africa dove almeno, quale "antico combattente", come sono colà chiamati gli ex combattenti contro il colonialismo, ho il porto d’armi e la cittadinanza, qui ovviamente negatomi, e non corro, come accadutomi qui nell’agosto del 2002, dopo un ricovero di 66 giorni in ospedale per un incidente stradale, mentre camminavo con l’assistenza di un bastone, di dovere usarlo per difendermi dall’assalto di tre giovani fascistelli, riportando ulteriori ferite guarite in 25 giorni.(…)
(…)

Dr. Umberto Fusaroli casadei, Dec. 21, 2003 Lettera inviata ad alcune entità dello Stato che Vi autorizzo ad usare e trasmettere anche senza il mio nome, puché non muti la sostanza: Auguri! Bertinoro, 13 dicembre 2003

Illustre Signor Presidente. Sono nato il 25 marzo 1926, ex comandante partigiano, il Padre, lo Zio, un Cugino trucidati dai mostri repubblichini, tre ferite riportate in diversi combattimenti contro i nazisti, sei anni di carcere per avere continuato la lotta al fine di rendere giustizia ai nostri Caduti ed una infinità di persecuzioni poliziesche, tuttora perduranti, combattente contro il fascismo coloniale Portoghese, insieme al Presidente Samora Moisés Machel, ferito gravemente altre due volte quando esercitai le funzioni di amministratore giudiziario dei beni di due mafiosi in Maputo, dopo che il Presidente Samora fu assassinato e il marasma della corruzione travolse le istituzioni. In Mozambico sono regolarmente iscritto negli albi dei commercialisti e degli avvocati. Mio padre Antonio, nato nel 1883, fiero repubblicano mazziniano, ritornò dagli USA, dove lavorava come muratore, con alcuni suoi fratelli, nel 1914, per partecipare alla grande guerra, guadagnandosi una croce di bronzo; gestore nel post guerra di una cooperativa di consumo repubblicana, distrutta dai fascisti, si mise in proprio e conseguì il primato nel commercio, nella piccola Bertinoro, soffrì continue persecuzioni dai carabinieri, polizia e guardie di finanza, ma mai fu assalito dai fascisti, durante il ventennio, memori della sua forza fisica e coraggio leonino. Nella decade 1930 organizzò, insieme a due comunisti, un attentato al duce in Riccione, da eseguirsi durante la stagione balneare, importò a sue spese una carabina di precisione dalla Svizzera, a richiesta dei suoi due compagni aderì al fascio per sottrarre, nei limiti del possibile, a rappresaglie i comunisti detenuti e al confino,se fosse stato scoperto, e quando giunse il tempo dell'azione, gli mancò l'indispensabile appoggio di quei due filistei, uno dei quali aveva la disponibilità della casa donde si sarebbe sparato, essendo l'attentato vietato dai maggiorenti del PCI che in quel tempo aveva elaborato la stolida teoria dello "ENTRISMO", consistente nell'aderire alle organizzazioni fasciste, incluso il partito, per conquistarle dal di dentro! Era un badiale bufala, come tante altre, ma fu con quella e per quella fisima che si fece svanire l'ultima speranza di impedire che l'Italia precipitasse nel baratro verso il quale la megalomania e l'insipienza mussoliniana l'aveva incamminata. Mi educò al coraggio, insegnandomi che la paura é fatta di niente e che poteva solo peggiorare qualsiasi situazione, senza migliorarne nessuna, che era meglio morire in piedi che vivere in ginocchio, che chi non ha paura di morire e padrone della vita dei re e muore una volta sola, mentre i vigliacchi ogni ora della loro vita. Il 25 luglio 1943 dette un sonoro ceffone al segretario del fascio e con questo ritenne saldato ogni suo credito, quando giunse l'8 settembre e la prima colonna di blindati tedeschi transitò per Bertinoro, lasciando un bertinorese morto, schiacciandolo contro un muro, si arrabbiò; avrebbe voluto fare qualcosa ma era disarmato e malaticcio, quasi ogni anno si buscava una polmonite che lo mandava sull'orlo della tomba, ma mi diede i soldi per comprare armi dai soldati in fuga o dai contadini presso i quali le avevano abbandonate in cambio di stracci civili utili per la fuga. Appena comparve il primo manifesto fascista, di notte tempo, vi scrissi sopra: "Bastone fascista l'Italia non doma!" e iniziai, svaligiando la casa del fascio e asportando, aiutato da un compagno più anziano, tutte le armi dei mostri, quindi la sarabanda che non doveva più fermarsi, con una bomba a mano incendiai una auto nazista, ma avendomi abbandonato tutti i miei compagni d'azione non potei fare di più, quindi disarmai due tedeschi senza ucciderli, essendo due ragazzetti più giovani di me.. Avendo appreso che sugli Appennini vi erano gruppi di "ribelli" sovietici, come venivano chiamati ai primordi i partigiani, mio Padre che mi aveva insegnato tutto quello che sapeva in materia di guerra, mi consigliò di contattarli e vi riuscii, partecipando con loro all'assalto ad una caserma dove furono annientati tutti gli otto fascisti che la presidiavano, poi fu una girandola di attacchi, in Toscana assaltammo e disarmammo una caserma di allievi ufficiali e sottoufficiali dell'aeronautica, rastrellando una quantità tale di armi e munizioni che a stento riuscimmo a trasportare anche coi mezzi sequestrati; nessuno aveva fatto resistenza e trattandosi di giovani di leva che non presentandosi correvano il pericolo di essere fucilati, gli ottenni clemenza dietro promessa di ritornare alle loro case ed alcuni si unirono a noi. Dopo una decina di giorni ritornai a Bertinoro per organizzarvi la Resistenza, ma la paura faceva novanta, e raccolte altre armi ai primi di marzo, insieme a cinque bertinoresi, che ero riuscito a convincere, raggiunsi la costituitasi 8ª Brigata Garibaldi, dove fui nominato commissario politico della 9ª Compagnia in formazione, inizialmente composta di soli 32 compagni, armati di 6 vecchi moschetti con una decina di caricatori in tutto ed un mitra Berretta con 3 caricatori da venti colpi ciascuno; le armi che avevamo quando arrivammo ci furono requisite con la promessa che ci sarebbero state restituite appena saremmo stati assegnati alla compagnia in formazione, ma non avvenne; si trattava di arrangiarci e ritornammo a Bertinoro dove il 7 aprile '44 abbattemmo due tedeschi, infelicemente armati solo di baionette. Di ritorno sugli Appennini incontrammo quasi due divisioni tedesche in rastrellamento, col seguito di fascisti in funzione di tirapiedi che dopo che i nazisti avevano sgombrato il terreno, stupravano, rapinavano torturavano e trucidavano uomini, donne e bambini: la nostra Brigata era composta di circa 800 uomini, di cui 400 male armati e gli altri inermi e con scarse munizioni, oltre duecento dei quali furono massacrati; solo la mia Compagnia uscì e rientrò due volte nel cerchio senza colpo ferire, per rifornirsi di armi intanto paracadutate dagli Inglesi. Io solo rimasi ferito mentre, essendomi con altri quattro avviato in differenti direzioni in cerca di cibo e incontrato i compagni sovietici, ottenni una mitragliatrice leggera Lewis, usata negli aerei da caccia della prima guerra mondiale, con dieci caricatori perché gli coprissi la ritirata ed in quel compito per quattro ore impedii il passo a una forte colonna tedesca, riportando una ferita, essendosi surriscaldata e inceppata la mitragliatrice, quando tre tedeschi sopravvissuti alle mie raffiche e giunti nei pressi mi vennero contro sparando, riuscii ad abbatterne due con la pistola, ma il terzo giunse a sferrarmi un colpo col calcio del fucile alla regione ciliare sinistra, fortunatamente attutito dall'elmetto che avevo raccattato nei miei guizzi tra una sparatoria e l'altra e nel mentre si apprestava a sferrarmene un altro, per terra dov'ero caduto, lo abbattei con un colpo della mia P38, rimisi di nuovo in funzione la Lewis e, sanguinante com'ero, rintuzzai un altro attacco, cambiando spesso posizione, come mi avevano insegnato i russi nella guerra della pulce contro il leone, dopo di che si fece avanti un ufficiale con la bandiera bianca che mi parlò in russo, ritenendo che fossi un sovietico, abituato a non chiedere né a concedere quartiere, non ricevendo risposta provò a parlarmi in Italiano: " Il mio comandante, per il tuo valore, ti offre l'onore delle armi ed un salvacondotto." io mi alzai in piedi e con un colpo di pistola lo fulminai. Eruppe un inferno di fuoco, dopo un buon tempo di salve di mortai e cannoni, vennero all'attacco in massa, decisi a farla finita, intanto avevo mutato posizione ripetutamente e quando giunsero a tiro iniziai il fuoco, ma dovetti abusare della magnifica Lewis che, quando stava per esaurire l' ultimo caricatore, scoppiò senza però ferirmi ed io me la detti a gambe. Nella proposta di medaglia d'argento, mai ricevuta, è scritto che cagionai al nemico "centinaia di perdite", io so solo che sparai quasi un migliaio di colpi e ne vidi cadere tantissimi, senza prendermi la briga di contarli. Il 30 aprile, rimasto al comando dell'unica compagnia sfuggita al rastrellamento, appresi da due mostri catturati che alla Rocca delle Camminate operava una banda di torturatori che usavano un cane lupo addestrato a sodomizzare i malcapitati che rifiutavano di tradire, i quali venivano drogati e fotografati e quindi si sentivano dire "Se continui a fare l'eroe, mostreremo questa bella fotografia ai tuoi famigliari perché comprendano perché ti abbiamo ammazzato." Quelli che resistettero e si salvarono con riscatti in denaro, al quale quei mostri erano dediti come ad un Dio irresistibile, in maggioranza si suicidarono, una mia amica dopo dieci anni, nessuno conseguendo di resistere a quella stigmate. La notte del 30 aprile '44, in Bertinoro conseguii di giustiziare quel mostro ed il segretario del fascio che lo accompagnava. Nel pomeriggio precedente mio Padre si trattene per diverse ore con me, trasferendomi tutta l'esperienza di una vita e dandomi le istruzioni per non fallire il colpo, ma tenendomi nascosto che il gestore dell'Albergo Colonna gli aveva confidato che la notte del 7 di quello stesso mese, i mostri, come li chiamava mio Padre, avevano stilato una lista di antifascisti da uccidere per rappresaglia o prima di abbandonare il paese di fronte all'avanzata alleata, nella quale il primo nome era il suo. Io prevedendo che potesse quanto meno essere arrestato lo pregai di farsi accompagnare presso la casa della staffetta dove saremmo passati dopo l' azione, ma egli mi tacitò: "Io non ti ho mai insegnato la vigliaccheria. Pretendi forse di insegnarla a me? Tu comandi molti uomini e fai la guerra con le armi, io nell'unico modo che ancora posso." Poco prima mi aveva mostrato un ritaglio de "l'Osservatore Romano" dove si qualificavano come vittime i 32 nazisti abbattuti in via Rasella, come uccisi le vittime delle Fosse Ardeatine per colpa dei codardi che non si erano costituiti e lui, come bene intesi, volle dimostrare che i partigiani non erano affatto codardi. Fu massacrato con oltre trenta colpi, insieme al fratello Gaetano ed altri tre, poi gli squarciarono il costato con una bomba e vi urinarono, ma nessuno di quei mostri che sfuggì alla giustizia partigiana, dopo essere stati condannati a morte da una Corte d'Assise Straordinaria fu giustiziato e dopo pochi anni furono rimessi in libertà. Occorrerebbe un libro per narrare tutti i combattimenti in cui fui coinvolto: dirò solo di quelli citati nella proposta di medaglia d'argento: capo pattuglia con altri due uomini, incappammo, il 22 luglio '44, verso le 23, in due compagnie dell'esercito di Graziani, attestate attorno e dentro a Ranchio di Sarsina(FC); ne seguì uno scontro coi mie due compagni feriti da schegge di bombe a mano che quei mostriciattoli si lanciavano tra i piedi, rimanendo io solo e ferito da una proiettile di moschetto che prima aveva trapassato un mostro, sparatogli nella schiena da un suo camerata e poi anch 'io, liberandomi di lui, nel mentre stavo per abbatterlo con la pistola, essendosi inceppato lo Sten [una pistola mitragliatrice inglese] permettendomi di riarmarlo e di sparare tutti i 32 colpi rimasti sul gruppo che in preda al panico gridava "Mamma aiuto, aiuto", poi ritiratomi dietro l 'angolo della via, gridando "Stalin Urrà" che maggiormente terrorizzava i mostri nazifascisti ed in particolare i fascisti, lanciai due bombe offensive inglesi una tra i caduti ed una il più lontano possibile tra quelli in fuga. Nel bollettino della Brigata vennero accreditati quattro morti e vari feriti, ma a me parvero molti di più, anche se, come sempre, non mi preoccupai di contarli. Pirini, alla mia destra fu ferito, al petto da schegge di bomba e raggiunse la base prima di me, io cambiando il caricatore allo Sten, mi accorsi di essere ferito e sentendomi un sapore dolciastro in bocca mi preoccupai che una emorragia non mi impedisse il ritorno e mi diressi verso la base, se non che sulla strada che dovetti attraversare notai una mitragliatrice Breda abbandonata, con caricatore innestato e lo sparai verso il basso della via dal quale udii pervenire lo scalpiccio di passi, dopo di che estrassi la massa battente e ritornai alla base. (…)

Intervista-da Sipor Cub@

SXC: Dopo il suo racconto, ci rendiamo partecipi della brutalità di quel periodo. Era necessario adottare uno strumento così feroce come quello di combattere il nazifascismo, ponendosi al suo stesso livello di sangue? UFC: Assolutamente! E sarebbe stato assai utile se fossimo stati capaci di superarli in ferocia, oltrechè, naturalmente, in efficienza bellica, avendo il terrore rivoluzionario l'esclusivo compito di terrorizzare il nemico. Eravamo impegnati nella più orrenda, feroce e spietata guerra di tutti i tempi, contro dei nemici violatori di ogni legge internazionale e morale, soffrendo noi del grave handicap di essergli inferiori in quasi tutti i campi. Infelicemente fummo frenati e impediti dall'attendismo delle masse che, pure odiando il nazifascismo, a cagione della guerra, delle privazioni e sacrifici conseguenti, ne temevano oltre misura le spietate rappresaglie, tanto che io fui oggetto di un tentativo di farmi, proditoriamente, eliminare dai nazisti ed in molti altri casi impedito di agire dal sabotaggio di finti resistenti ma veri codardi e traditori. Io allora avevo una concezione errata dei compagni, direi sacra, soffrendo essi le mie stesse traversie e pericoli, mentre esisteva l'unico antidoto, capace di guarire anche i mostri nazifascisti più spietati e agguerriti: il piombo rovente, da usare senza parsimonia anche con questi, costituendo un pericolo più esiziale dei nemici, ma solo troppo tardi guarii da quella gravissima tabe, esiziale per chi abbia la responsabilità di comandare altri uomini, gravemente affittiva, impedendogli di fare il proprio dovere per chi ci crede, veramente nella giustezza di quanto sta facendo, provocandogli continue e gravi sofferenze morali per l'inutilità alla quale si era forzati, quando ti portavano, ad esempio, dopo molte insistenze, a piantare una mina su una strada e ti facevano transitare per un tragitto attraverso dei calanchi che ti spossava, mentre dal transito improvviso di un'automobile nemica nella notte ti accorgevi che sarebbe stato sufficiente percorrere un facile cammino, cento metri circa più in alto, per tagliare il passo al nemico e mandarlo all'inferno. Ora mi rendo conto che se avessimo posseduto al meno in parte il coraggio dei kamikaze o dei combattenti mussulmani avremmo potuto rendere impossibile o almeno infinitamente più gravosa la permanenza dei nazifascisti sul nostro suolo, come l'attacco di via Rasella dimostra. SXC: Vorremmo partire dalla sua prima giovinezza; in che ambiente familiare è cresciuto, sia a livello umano che di situazione sociale? UFC: Nacqui nel 1926 e vissi con mio Padre Antonio, commerciante, di generi alimentari, frutta e vino, mia madre Caterina, sua volenterosa e coraggiosa cooperatrice, classe 1893, mia sorella Enrica, classe 1928, studentessa magistrale, oltre all'anziana nonna materna Anna, religiosa ma poco praticante, che degli Italiani e dei nostri compaesani nutriva una pessima considerazione; mio Padre la chiamava, scherzosamente, la Giunta, pure prediligendola, forse perché affastellava tutti gli italioti, in quei tempi di fascismo montante, definendoli: "gente cui si fa notte avanti a sera, gente da basto, da bastone e da galera" , senza mai compiacersi di rivelarmi donde avesse mutuato quella definizione, morendo a seguito di una caduta per le scale, prima di constatare che mio Padre ed io eravamo di ben altro stampo, anche se, quanto a mio Padre, lei l'aveva intuito, dato il rispetto che gli dimostrava. Bertinoro fu un paese che lo stesso Dante apostrofò assai peggio, rivolgendogli l'invettiva : "Oh Bertinoro che non fuggi via che gita se n'è la tua famiglia e molta gente per non esser ria", dove per alcune centinaia di abitanti furono erette sulla fame popolo, nel medioevo, oltre una decina di chiese e due conventi, uno per gli uomini e l'altro per le donne, solo l'ultimo dei quali sopravisse al potere pontificio fino ad oggi. Da mio Padre, fiero mazziniano, agnostico e anticlericale, fui mandato in seminario, per timore che subissi l'influsso del fascismo, propagandato nelle scuole e volendo che imparassi bene il latino e l'italiano, allora ritenuti necessari per essere un bravo avvocato, in quei tempi ritenuti indispensabili per bene figurare in quella professione, dove mio Padre auspicava di vedermi brillare, tuttavia non resistendovi più di un paio d'anni prima di fuggire, trattenutovi solamente dal timore riverenziale che nutrivo per lui; che invece ne fu felice quando mi rivide nella bottega di generi alimentari, appena aperta, prima dell'alba, chiamando mia madre: "Caterina vieni a vedere quella buona lana di tuo figlio che è scappato!"rendendomi certo il suo tono e la faccia sorridente che non avrei ricevuto il liscio e busso che temevo, avendomi sempre perdonato le mie infinite marachelle, a condizione che mi comportassi bene a scuola e ne traessi buon profitto, come sempre conseguii. Mio Padre, classe 1883, aveva lavorato, ancora quasi bambino, accompagnando un suo zio in Svizzera, quindi negli Stati Uniti, con diversi dei suoi fratelli, uno dei quali vi perì nel crollo di un edificio, dal quale io ereditai il nome, ritornando per andare in guerra a compiere il suo dovere di completare il Risorgimento, guadagnandosi una croce di guerra invece della medaglia d'argento propostagli dal suo comandante, quindi fu il gestore del "Bottegone", una cooperativa di consumo repubblicana fino a quando non venne il fascismo a distruggerla. Allora aprì una bottega per suo conto, dall'altro lato della piazza Guido Del Duca che la gente continuò a chiamare sempre il "Bottegone" e a frequentarlo in massa, fino al giorno in cui lui fu massacrato dai repubblichini bertinoresi il 1 maggio 1944. Io proseguii gli studi nel ginnasio-liceo statale a Forlì ed appena ne fui in grado mi permise di guidare il camion Fiat 501, usato per i suoi commerci, profittando dei nostri viaggi insieme, durante l'estate, a scuole chiuse, per trasfondermi le sue esperienze di vita e tutta la sua avversione contro l'odiato Mussolini, traditore della sua antica fede socialista. Mio Padre, oltreché per la memoria prodigiosa di Pico della Mirandola, era noto per la forza erculea, avendo sgombrato da solo, ancora assai giovane, una sala da ballo, gremita da forti minatori, appena sentì offendere il suo Mazzini, maneggiando una panca, come una clava; io lo vidi due volte irato: quando lanciò un peso da due chili, sfondando i due vetri della vetrina, procedendo fino oltre la meta dell'antistante piazza Guido Del Duca contro un villano che l'aveva offeso ingiustamente ed un'altra volta contro un ubriaco che lo minacciò con un grosso coltello per tagliare i cocomeri che lui gli strappò di mano, lanciando il malcapitato, come un fuscello, su una piramide di grosse angurie, appoggiate alle parte laterale di casa nostra, fino alle finestre del secondo piano, facendole precipitare e poi sollevando quel minchione con una mano, e dicendogli, con un sorriso: "Ed ora vai a casa di corsa" e quello rispondergli: "Si, avete ragione, Tonino, si, ho bisogno di dormire", e mio Padre: "Forse non ci arrivi,tanto sei ubriaco, puoi dormire sul camion" che era parcheggiato lì vicino. SXC:Come ha vissuto l'ascesa al potere del fascismo? UFC: Mio Padre mi istruì a non mostrare mai avversione al fascismo, dicendomi che presto sarebbe arrivato il momento in cui mi sarebbe servito da scudo alquanta furbizia e ancora più coraggio, dopo il sorgere dell'asse Roma-Berlino, prevedendo che il "buffone di Predappio" avrebbe trascinato l'Italia in una guerra disastrosa e perduta in partenza. Quando i nazisti entrarono a Parigi e Strucadin, alias Amerigo Casadei, squadrista e guardia comunale, marito di una cugina di mia Madre, corse nel Bottegone a dirgli:"Tonino, abbiamo vinto, i tedeschi hanno preso Parigi. Tira fuori la tua migliore bottiglia per festeggiare!" Lui lo folgorò: "Povero patacca! Al momento opportuno vi arriveranno addosso Stalin e Roosevelt, riempiendo l'Europa di carri armati, Hitler e Mussolini non troveranno neppure il posto per sedersi." A Strucadin, io ero presente e lo ricordo come fosse ora, si strinsero gli occhi come abbacinati da una folgore e farfugliò: "Tonino, sei pazzo? Come puoi dire una cosa simile?" "Io sono stato a Detroit nella fabbrica Ford ed in altri stabilimenti simili, quando invece di auto costruiranno carri armati e aeroplani oscureranno il sole ed i Russi faranno il resto." Gli astanti rimasero invano in attesa che Strucadin ribattesse, ma egli preferì andarsene in silenzio, sapendo che i presenti avrebbero creduto a Tonino e non a lui. Aderì alla repubblichina e partì con gli altri mostri per il Nord Italia, gettando la divisa alle ortiche il 25 aprile, tentando di ritornare a casa, ma fu catturato nel ravennate dai partigiani locali e mai giunse a Bertinoro. SXC: Cosa la spinse a diventare partigiano? UFC: Non di certo la fame, come accade a non pochi altri degli altri partigiani, essendo la nostra famiglia una delle pochissime alle quali in Bertinoro non difettò mai non solo il pane, ma nemmeno il companatico. Ma con un Padre del genere non avevo altra scelta, lui mi aveva preparato, ora si direbbe programmato per quel giorno, insegnandomi da bambino il coraggio in ogni modo possibile, mandandomi anche a tirare di boxe per sapermi difendere dai più grandi, portandomi nel cimitero e al lume della luna, facendomi toccare con mano che le ombre tracciate dagli alti alberi non nascondevano mostri, né spiriti maligni e che nessun morto aveva mai assalito un vivo, assicurandomi anzi che, specialmente di notte, poteva costituire un ottimo rifugio, in caso di bisogno, dato che tutti vi stavano lontani a causa delle fisime istillategli dai preti nella mente dei gonzi. Fu lui che, quando i suoi amici lo informarono che i repubblichini stavano sul chi vive a mio riguardo, dopo che gli avevo combinato grossi guai, depredando la casa del fascio di tutte le armi che vi avevano ammonticchiato confidando che nessuno avrebbe mai osato entrare nella tana dei leoni, come loro si ritenevano, data la sottomissione sempre dimostratagli dai compaesani, da un autocarro nel quale avevano lasciato due mitra li asportai coi porta caricatori, mentre si stavano ubriacando per consolarsi di un loro camerata morto in una resa dei conti cameratesca, effettuai una sparatoria contro un auto tedesca sulla via Emilia, sia pure senza conseguenze, essendo andato a segno, contro un parafango, solo una bomba a mano da me lanciata, e non le pallottole sparate dai miei compagni, i quali avevano preteso di avere le armi migliori, forzandomi a consentirgliele perché mi seguissero, defissone o imbrattamento dei manifesti repubblichini, sabotaggio di un trasformatore in una cabina che forniva elettricità alla fabbrica SISMA che produceva spolette per i tedeschi, etc, etc, che mi disse di partire per gli Appennini, dove ero già entrato in contatto e partecipato a un paio di azioni col Distaccamento Slavo, dopo che un suo amico, detto e Bret, falegname mazziniano che, un poco brillo, aveva inveito contro Mussolini, fu bastonato a sangue e lasciato pesto e svenuto, sotto un androne accanto a casa nostra. SXC: Domanda lunga e articolata: ci parli della SUA Resistenza. Dove ha agito? I rapporti con i compagni e con le altre Brigate o Divisioni partigiane? Episodi salienti e aneddoti? UFC: Io ho speso tutta la mia vita a farmi dei nemici tra i fascisti, i codardi, i reazionari e gli stolti, in una Italia dove, come ebbe a dire il Generale Fanti, in Senato, a Garibaldi: "I Garibaldini in guerra sono molto utili, ma in pace assai molesti." ed io sono sempre stato un prototipo di quella specie e tale rimango per i codardi, i lestofanti, i profittatori e gli imbecilli di destra, centro o sinistra, di qualsiasi sia il colore della loro pelle, incorrendo nei guai conseguenti, in tutti i continenti. Nelle due brigate, 8ª Brigata Garibaldi e 29ª Brigata GAP Gastone Sozzi, in cui militai, non ebbi mai contezza di contrasti politici, essendo comandate e dirette da comunisti e considerandosi ogni partigiano un comunista, anche se tra noi vi era qualche socialista, cattolico o repubblicano, sia pure in esigua minoranza, senza neppure sapere, da parte di molti, cosa significasse esattamente il comunismo, trascinati dalla grande ammirazione per l'Armata Rossa che le stava suonando di santa ragione ai nazisti! Ebbi notizia di gravi dissidi del nostro Comando solo con coloro che, per evitare rappresaglie, pretendevano di lasciare, in esclusiva, agli eserciti Alleati la funzione di sconfiggere i nazifascisti, tendendo a mantenere la guerra il più lontano possibile dalla propria soglia di casa, timorosi persino che le loro galline diminuissero la produzione di uova, terrorizzate da bombe, granate e raffiche, come accade ora per le centrali atomiche, la TAV, i bruciatori, le autostrade, gli aeroporti etc, etc. Col primo Comandante Libero io non ebbi mai contrasti avendomi sempre trattato con grande benevolenza ed una volta gli fui di notevole aiuto, evitandogli uno scontro coi Compagni Sovietici che pretendevano mano libera negli attacchi ai nazifascisti, per innato impulso di vendetta dopo l'inferno vissuto nei campi di concentramento ed anche per essere il miglior modo di rifornirsi, fino allora avendo gli Alleati promesso tanto, ma ancora di là da venire, mentre lui avrebbe preteso che ogni attacco fosse condotto in sintonia col Comando, concedendogli di procedere, infine, in zone lontane, come mi aveva già consentito di attaccare a Bertinoro, lontano una cinquantina circa di km in linea d'aria. Mentre ebbi dal suo apparire delle vivaci discussioni con l'ultimo Comandante Pietro dell'8ª Brigata Garibaldi per sapere dov'era finito il suo predecessore Compagno Libero, sul quale circolavano strane voci, scomparso, unitamente alla giunonica e bionda Compagna Zita, staffetta del comando di Brigata ed ancora più dopo lo scontro in cui a Ranchio di Sarsina(FC) soffrii una ferita trasfossa al costato destro, da una palla di moschetto, sparata nella schiena di un fascista col quale stavo colluttando da un suo retrostante camerata, uccidendolo e liberandomi, mentre stavo per sparargli con la pistola, permettendomi quindi di scaricare tutto il caricatore delle Sten, nel quale lui aveva infilato un dito nella feritoia di uscita della cartucce esplose, inceppandolo e poi di lanciare contro la masnada in fuga due potenti bombe a mano inglesi; nell'attraversare poi una strada sottostante, incontrai una mitragliatrice Breda abbandonata, col caricatore innestato che, nonostante fossi ferito e sanguinante, sparai in direzione dello scalpiccio di altri nemici in fuga, asportando poi la massa battente. Se il Comandante Pietro avesse avuto il coraggio di mandare le compagnie disponibili, si sarebbe potuto salvare il Compagno Fantini, rimasto disperso, mentre il terzo era ritornato, anche lui ferito da due schegge al petto, portando l'errata notizia che ero stato catturato, mentre non aveva certamente visto nulla del genere, se non nella sua mente confusa, essendo il suo primo scontro, avendo anche perduto il fucile; soffrì dolori lancinanti quando gli furono estratte, senza anestesia, di cui il nostro medico difettava, due schegge, infitte sotto una mammella, che gli avevano causato la suppurazione delle ferite, mentre io dovetti immobilizzarlo sulla sedia, tentando di fargli coraggio con le mie barzellette di basso conio. Appena arrivato avevo chiesto al Comandante Pietro di precipitarsi a Ranchio con tutte le forze disponibili, stante lo sbandamento del nemico, offrendomi di ritornarvi, sia pure a cavallo, ma non fui ascoltato, tanto era il timore di provocare un rastrellamento in forze da parte dei nazisti e il Fantini, dopo avere ricevute dal Parroco alcune cure palliative agli occhi, rimasti offesi dalla vampa di una delle tante bombe a mano che i tremebondi repubblichini dell'esercito di Graziani si gettarono tra i piedi, durante il corpo a corpo notturno, tre di noi contro una ventina di loro, mentre molti altri erano appostati altrove, dentro e attorno al piccolo borgo, si lasciò convincere dal prete a consegnarsi al comandante nazista della Piazza di Forlì, accorso sul posto, per evitare che una decina di ostaggi locali fossero fucilati ed il borgo bruciato, venendo torturato barbaramente, non apparendo credibile al ganghero nazista che in tre soli avessimo provocato tutto quello sconquasso, quattro morti secondo una lettera scritta dal Comandante della Brigata e diversi feriti, ma a me parvero molti di più, almeno i caduti al suolo, che non andai ovviamente a controllare se fossero morti, solo svenuti per lo spavento o feriti. Fu proposta al Compagno Fantini ed assegnata la medaglia d'argento sulla base di una sfilza di falsi, essendo arrivato in quei giorni, contrariamente a quanto scritto nella proposta della medaglia, mentre gli sarebbe stata dovuta la medaglia d'oro, che io tentati di ottenergli, dopo il mio ritorno dall'Africa, inutilmente! Leggendo la quanto mai falsa relazione del Comandante di Brigata circa il Compagno Libero e la Compagna Zita, tacciata della misogina accusa di essersi concessa agli uomini delle case dove fu ospitata nel ravennate, prima di raggiungere la Brigata, creando dissapori nelle famiglie degli ospiti, oltre all'accusa di esibire oggetti d'oro che non avrebbe dovuto possedere, della cui falsità io ero certissimo, avendo intrattenuto con lei una felice relazione, sia pure per poche settimane, a causa del rovinoso rastrellamento, senza mai notare su di lei un qualsiasi ornamento d'oro, né d'altro genere. Nel 2004 chiesi al Congresso dell'ANPI forlivese di decidersi almeno a riconsegnare le salme ai famigliari, venendo applaudito, ma circa un paio di mesi dopo ricevendo la notifica dell'espulsione dall'Associazione, disposta dal Direttivo Provinciale, alla quale risposi, non essendo la Direzione nazionale intervenuta, come avrebbe dovuto a norma di statuto, per confermarle o annullarle, con le mie dimissioni. Nel 2000, quando ebbi modo di leggere la calunniosa relazione dell'ultimo Comandate della Brigata, dove accusa tutti i suoi compagni caduti di tutto ed ancora di più, in particolare di delazioni, dopo essersi consegnati, a suo dire, al nemico, con esclusione di lui stesso che fu in parte notevole il responsabile della distruzione della nostra Brigata per la sua incompetenza assoluta, da me fino ad allora avendolo ritenuto incolpevole di quel disastro, se fosse rimasto silente, l'imbecillità non essendo una colpa ma una disgrazia. Durante la Resistenza di quelle morti e sparizioni correvano voci confuse e lo scontro finale col nuovo Comandante avvenne solamente a causa dell'assolutamente immeritata uccisione del caro Compagno Aslan, un oriundo del Cuban sovietico, del quale ordinò l'uccisione col falso ed insulso pretesto che era un infiltrato, deducibile dallo scarso possesso della lingua Russa, fatto del tutto normale essendo egli un montanaro e guardia boschi di professione, fino a quando non fu arruolato nell'Armata Rossa e poi catturato dai nazisti; ma in verità per una iniqua e futile ragione che ometto di rivelare, intendendo differenziarmi in tutto dalle infami ed insuperate menzogne da lui architettate e scritte, a vituperio dei suoi compagni, molti dei quali periti per la sua bestiale incompetenza, durante il rastrellamento nazista dell'aprile 1944, effettuato dalla divisione speciale nazista Hermann Goering e dai repubblichini emiliano-romagnoli in funzione di soli tirapiedi, non facendosi questi mai incontrare in combattimento, limitandosi a trucidare i prigionieri e a depredare il bestiame, i soli beni fungibili, reperibili nei miserrimi casolari appenninici in quei tempi calamitosi. Aslan, giunto dopo il rastrellamento, insieme ad altri quattro o cinque soldati sovietici che avevano come lui disertato dalla Wehrmacht, ponendosi ai miei ordini, e lui, senza esserne richiesto, compiendo atti di leonino coraggio contro i nazisti, mentre io esercitavo il comando nella zona dove ci eravamo attestati, prima della comparsa del nuovo Comandante, in occasione di alcune puntate offensive nemiche. La sola compagnia uscita indenne dal rastrellamento fu la mia 9ª, avendo ottenuta dal Comandante Libero l'autorizzazione a tentare lo sganciamento, considerato la nostra situazione di quasi disarmati, attuando, quindi, la corretta tattica evasiva e quella, quando possibile, del mordi e fuggi Erano stati già trucidati mio Padre, mio Zio e mio Cugino e quando appresi la ferale notizia dell'uccisione di Aslan mi sembrò di impazzire, decidendo di farla finita e al calare della sera mi diressi verso il Comando, situato nel Castellaccio, su un colle di fronte a Pieve di Rivoschio di Sarsina(FC), senza rispondere ai ripetuti avvisi della sentinella di qualificarmi, per indurla a spararmi la raffica liberatrice, risparmiatami dall'intervento del Commissario di Brigata Bernardo che mi riconobbe e la fermò in tempo. Ne segui uno scontro col Comandante di Brigata, non terminato nel sangue solo per essersi, di nuovo, interposto il bravo Commissario che mi indusse a riprendere il controllo, piangendo insieme a me quella morte ed offrendomi di assumere il comando di uno dei due distaccamenti della GAP, operanti in Forlì. Accettai, ma la mia innocenza giovanile fu turbata per sempre, anche per quanto mi accadde in seguito ad opera degli attendisti, codardi e sabotatori, non essendo mai stato capace di decidermi a usare contro quei vigliacchi e la loro tabe l'unica terapia risolutrice anche contro i feroci e perfettamente addestrati nazisti: il piombo infuocato ed a raffica od almeno la pistola e il pugnale! Durante il rastrellamento fummo costretti a ritornare dentro il cerchio nazista per prelevare la parte di armamento, riservatoci dal Comandante Libero, a suo pressante ordine scritto, dal primo rifornimento aereo degli Alleati e quindi intraprendere una nuova e perigliosa evasione, sia pure col sollievo de essere entrati in possesso di uno Sten ciascuno, con abbondante munizionamento, bombe a mano, soldi e divise, ma non commestibili. Di giorno ci nascondevamo tra i boschi e di notte scarpinavamo, condotti da un esperta staffetta; uscito alla ricerca di cibo, incontrai il Distaccamento Sovietico che mi concedette una meravigliosa mitragliatrice leggera Lewis, usata dagli Inglesi nei loro aerei nella Grande Guerra, che sparava oltre una decina di proiettili del fucile Inglese al secondo, portando dei capaci caricatori da cento colpi, adattata da quelle esperte mani a mitragliatore, con l'aggiunta di un sostegno a V rovesciata, con la quale, come sta scritto nella proposta di medaglia d'argento, tenni fermo, da solo, non alla testa della mia compagnia, come scrissero nella motivazione, un battaglione nazista, abbattendone in quantità, usando la tattica della pulce col leone, insegnatami dai Compagni Sovietici, fino a quando si surriscaldò, non essendo raffreddata dal vortice delle eliche, scoppiandole la canna, ma senza ferirmi, avendo già ricevuto la mia prima ferita con un colpo del calcio di Mauser alla regione occipitale sinistra, quando si inceppò e dovetti orinarle sopra per disincagliarla, profittandone per tentare di ammazzarmi l'ultimo dei tre tedeschi, giuntimi addosso, sbucati dal sottobosco dove avevano gattonato per sfuggire alle mie raffiche, riuscendo ad abbattere pure lui, in sequenza, con un colpo di pistola, sparatogli da terra, dov'ero finito per la violenza della percossa infertami col calcio del suo Mauser, franandomi addosso e imbrattandomi col suo sangue. Io agii prima in Bertinoro, poi sugli Appennini ai confini con la Toscana e le Marche, quindi nei dintorni della città di Forlì e di Dovadola, terminando la Resistenza in Forlì all'arrivo degli Inglesi, poi continuando a fare del mio meglio quale scout per gli ultimi arrivati, tanto per poter continuare a regolare i conti rimasti in sospeso coi repubblichini e coi nazisti, senza preferenze, gli uni e gli altri essendo per me pari. Nel contempo formai la sezione comunista a Bertinoro, coadiuvato dal Compagno Piupin e dal Compagno Bruno ad Marianel, riuscendo a tesserare nel Partito circa 2.200 compagni su non più di 8.800 abitanti. Nello scontro col battaglione tedesco, ad un certo punto, mi venne incontro, dopo la sofferta ferita e prima dello scoppio della Lewis, un ufficiale, munito di bandiera bianca che prima tentò di parlarmi in Russo, lingua alla quale non fui in grado di rispondergli, decidendosi infine a parlarmi in Italiano: "Il mio comandante per il tuo valore ti offre l'onore delle armi ed un salvacondotto"; offeso che mi ritenesse tanto italiota da abboccare, mi alzai, gli gridai merda in tedesco, come avevo appreso dai Russi, se bene ricordo, ma non ne sono certo: " farfluten saizen" o qualcosa del genere, e gli sparai in faccia da una trentina di metri o forse meno, affrettandomi a cambiare subito, da brava pulce, di posizione, per evitare le zampate del leone nazista infuriato. Si aprì l'inferno con tutte le armi di cui disponevano i nazisti, venendo all'assalto in massa, decisi a farla finita ed io dovetti ancora abusare della superlativa Lewis, fino a quando scoppiò, non lasciandomi altro scampo se non di abbandonarla e di darmela a gambe levate, al massimo della velocità consentitami dai postumi del precedente scontro coi tre tedeschi, con la testa dolente ed il naso tumefatto, intanto gonfiatosi a dismisura che mi permetteva di respirare quasi solo a bocca aperta, essendo stato colpito di striscio dal calcio del Mauser, fortunatamente attutito e deviato dall'elmetto tedesco che avevo raccattato in una delle mie tante ritirate, avanzate e giravolte per frastornarli. I tedeschi, per quanto fossero di una divisione speciale, come tutte quelle che invece di un numero portavano un nome, si dimostrarono, fino dall'inizio, assai impressionati dalla mia Lewis, dopo che si resero conto che, ad ogni sua raffica, una delle loro squadre sorte in piedi, era abbattuta all'indietro con piroette non affatto eleganti, iniziando a venirmi incontro solo strisciando ma esponendosi più a lungo alle sue sia pure assai più corte raffiche, ma non meno efficaci, con esiti sempre deleteri e sanguinosi; ciò mi fu di notevole aiuto, permettendomi di concedere qualche respiro alla Lewis, ma non più alla fine quando vennero in massa, sotto l'impulso di una strana musica che non avevo mai udita prima, né dopo, senza che m'importasse tanto, essendo io stonato nel canto ed un pessimo ballerino. Fui ancora una volta fortunato, incontrando un prete che mi fornì del cibo e un terrorizzato montanaro che, di fronte ad una moneta da venti Lire in una mano e la P08 nell'altra, scelse di farmi da guida, permettendomi di ritrovare i miei compagni che mi attendevano, ancora a stomaco vuoto, nessuno degli altri avendo conseguito di trovare nemmeno una briciola in quel deserto di miseria e di terrore. Quando lo raccontai a mio Padre, nel nostro ultimo incontro, gli balenò un ampio sorriso che bastò a rasserenarmi nei foschi giorni della mia vita futura, avendomi anche vaticinato quanto poteva accadermi, come al suo grande nume Mazzini, fino agli ultimi anni della sua vita. Quale aneddoto posso raccontare che appena arrivati a Strabatenza dove aveva sede il comandando della Brigata venne a visitarci un tizio coi gradi di comandante di compagnia che dopo sperticate lodi al nostro coraggio e valentia essendo arrivati con tutta quella neve che ancora copriva gli Appennini ci chiese di consegnargli tutte le nostre armi che ci sarebbero restituite insieme ad altre appena la nostra compagnia fosse stata formata e noi gli credemmo, ma quando ci presentammo dall'Intendente Curpet, quello si mise a ridere, consegnandoci solo cinque o sei vecchi fucili, con pochi caricatori, anche se noi eravamo trentadue. Io avevo però segnato in un foglietto almeno il numero di matricola della mia pistola Beretta, calibro 9, comprata da un ritornato dal fronte per mille lire, ed un giorno la rividi in mano di quello che me l'aveva fregata, allora io vestivo i gradi di commissario di compagnia e lui quelli di comandante, io tre stelle nere su un triangolo rosso, lui tre su un triangolo verde, portavo il cappello e lui non mi riconobbe, essendone privo quando ci incontrammo, stava facendo il tiro a segno con la mia pistola ed io la riconobbi subito, finsi di ammirarla e gli chiesi se potevo esaminarla, non avendone mai viste di così belle e lui me la porse sorridendo; io controllai la matricola e gli dissi: "Questa pistola è mia, tu me la fregasti il giorno del mio arrivo." Lui mi riconobbe, si finse offeso e tentò di mettere mano al mitra, appoggiato al muro, ma io lo fermai, puntandogli la pistola: "Non costringermi ad ammazzarti, andiamo dal Comandante Libero e lasciamo a lui decidere." Lui assentì, obtorto collo, e Libero, uditi entrambi, estrasse da un cassetto una Luger e mi disse:"Prendi questa e ridagli la tua." Aggiungendo: "Poi stringetevi la mano." Così finii il primo e sperai l'ultimo mio litigio con compagni nell'8ª Brigata, senza prevedere cosa mi sarebbe accaduto, dopo qualche mese, col nuovo Comandante Pietro. SXC: Ci vorrebbe dare anche il suo parere da un punto di vista politico-militare? La Resistenza è stata o non è stata anche lotta di classe? Aveva, a suo avviso, le potenzialità per sfociare in una Rivoluzione sociale? UFC: Tutti i partigiani, nessuno escluso, si attendevano dopo il disarmo, di costituire il nuovo esercito italiano, sostituendo la polizia ed i carabinieri collusi coi nazifascisti e soprattutto di non cadere di nuovo sotto gli artigli degli antichi succhioni coronati e padroni sfruttatori, quindi in un certo senso fu anche una lotta di classe, nessuno prevedendo che saremmo stati, nuovamente, depredati della nostra dimane, com'era sempre avvenuto nel passato. Mio Padre, nel pomeriggio precedente la sua fucilazione, mi impartì alcuni consigli e ammaestramenti, lui fiero mazziniano che rivendicò tale sua fede in fronte ai mostri, come li chiamava lui, che erano venuti a prelevarlo per assassinarlo: sapendo che sarebbe stato ucciso, essendo stato avvertito dal gestore dell'Albergo del Sole, ora Albergo Colonna, che i mostri lo avevano posto per primo nella lista di quelli da eliminare in caso di future rappresaglie, la notte del 6 aprile, dopo l'uccisione di due soldati nazisti da parte di un commando di tre partigiani ai miei ordini, essendo i collaborazionisti bertinoresi stati sorpresi dai soldati nazisti, accorsi dai loro vicini accantonamenti, avvinazzati ed incapaci di spiegare cosa stavano facendo in mezzo a quei morti, quindi disarmati, perquisiti e trovati in possesso di un anello con lo stemma delle SS e di altri ammennicoli sottratti ai morti. Salvandosi perché un capitano, alloggiato nell'Albergo del Sole, dove furono accompagnati a calci, pugni ed altre gradevolezze naziste, li aveva visti partire alquanto dopo la raffica e lo scoppio della mia bomba a mano. Mio Padre, pure sapendo che sarebbe stato ucciso, a me che lo imploravo di venire via con noi per tema di quanto poteva succedergli, mi tenne nascosto l'informazione ricevuta e rispose: "Io ti ho sempre insegnato il coraggio, tu non puoi pretendere da me un atto di vigliaccheria" ed io non trovai la forza di insistere, andicappato dal mio grande rispetto per lui e dal sentirmi in colpa per avere consigliato a mio cugino Guerrino Pasini di procedere verso gli alti Appennini, invece di rimanere con me, temendo ciò che poteva accadergli, affetto da forte miopia e militesente, se fossimo incappati, noi 32, dei quali solo sei armati di moschetto, quasi senza munizioni e con un mitra con due soli caricatori da venti colpi, qualche bomba a mano e niente altro; errore madornale commesso ritenendo che, come a noi, gli sarebbe stata assegnata una brava staffetta in grado di guidarlo, insieme ai molti altri disarmati, mentre contrariamente a quanto mi era stato promesso, ciò non avvenne, nella grande confusione provocata dal massiccio e concentrico attacco nazista. Mio Padre mi fece un sobrio racconto sulla sua vita, principalmente sulle sue esperienze di guerra, trasferendomi, per l'ultima volta, tutto il suo sapere ed esperienze, impartendomi anche le istruzioni dettagliate per imboscare i criminali repubblichini che ogni notte, stolidamente, senza adottare alcuna precauzione, neppure dopo quanto era accaduto ai due nazisti, un paio di settimane prima, andavano a spasso per il paese, confidando nella codardia dei compaesani, esperimentata durante le ventennali sopraffazioni inflittegli. E concluse, profeticamente: "Se dopo la vittoria il Papa ed il Re non saranno giudicati almeno per collaborazionismo, noi avremo combattuto invano." " Ai mostri da tutto quello che meritano, senza risparmiare niente a nessuno." "Tu continua a combattere coi comunisti, essendo i soli che si danno un poco da fare, ma non dimenticare che Togliatti ha già colluso con la monarchia a Salerno ed in Spagna fece ammazzare tanti valorosi combattenti anarchici." Mi mostrò l' "Osservatore Romano", con tratteggiato in rosso il trafiletto relativo all'attentato di via Rasella e alla strage delle Fosse Ardeatine, del mese prima: "Di fronte a simili fatti ogni animo umano rimane profondamente addolorato in nome dell'umanità e dei sentimenti cristiani. 32 vittime da una parte; 320 persone sacrificate per i colpevoli sfuggiti all'arresto, dall'altra." Aggiungendo che in tempo di guerra un articolo come quello era più che sufficiente per la fucilazione alla schiena di chi lo aveva commissionato o permesso, insieme al direttore del giornale, raccomandandomi di fare molta attenzione alle sconsiderate giravolte dei miei compagni, sempre pronti a mutare di parere, come la donna della romanza che, mobile qual piuma al vento, muta d'accento e di pensier. Lo seguii da dietro la finestra mentre si allontanava a testa alta, sotto il cappello a larghe tese, con passo fermo e sicuro, lui che sapeva di andare a morte, come se partecipasse alla sfilata della vittoria contro l'odiato fascismo. Da casa nostra, dove aveva sperato rifugio, era stata nuovamente sequestrata dai torturatori della Rocca delle Camminate, non avendo considerando che io nel mio paese ero ritenuto molto più pericoloso che non suo fratello dove loro abitavano, mentre la prima volta era avvenuto a casa sua, dove aveva rifiutato di ritornare, la sorella del Comandante della mia compagnia, nella quale io esercitavo le funzioni di pari grado, in qualità di commissario politico, e mio Padre mantenne il segreto circa quanto sapeva, avendo ritenuto che non si dovesse permettere, a nessun costo, a quei mostri di ritornare nel loro covo, dove usavano, fare sodomizzare da un grosso cane lupo alzaziano i prigionieri restii a collaborare, fotografandoli, dopo averli ubriacati e drogati, per mostrargli le foto meglio riuscite e dirgli, appena ritornati compus sui: " Continua pure a fare l'eroe se preferisci che mostriamo queste fotografie ai tuoi famigliari perché comprendano le ragioni per cui ti fucileremo.", come avevamo appreso da due di quei mostri da noi imboscati, appena una settimana prima, interrogati separatamente, ricevendo da entrambi le stesse risposte; ma quella povera vittima essendo, posteriormente, liberata, non avendo altra colpa che di essere la sorella di un partigiano, essendosi quindi sposata e partorita una figlia, ma infine suicidatasi, come ebbi modo di apprendere al mio ritorno dall'Africa. Nella decade del 1950, dopo la mia scarcerazione, appresi dal Compagno Secchia che Stalin ebbe a raccomandargli di non pensare nemmeno ad una insurrezione in Italia, perché avrebbe posto a repentaglio gli accordi intervenuti, a Yalta, tra le grandi potenze per la suddivisione delle sfere di influenza. Dato che il PCI fu sempre un "salariato" dell'URSS, ritengo che, solamente ai tempi della crisi di Cuba, un tentativo sarebbe stato possibile, ma solo in caso di guerra USA/ URSS. Tuttavia un comportamento più fermo e deciso nei confronti delle prevaricazioni antipopolari democristiane sarebbe stato assai auspicabile e fattibile, se invece Togliatti non avesse optato per l'arrendevolezza e gli inciuci a tutto campo che dovevano riportare, sia pure a lungo termine, i fascisti al governo. Il macroscopico errore di Togliatti colla sua amnistia e trasformismo l'Italia lo pagò non solo cone le stragi fasciste e di Stato, ma noi partigiani con molte migliaia di anni di galera e le classi lavoratrici con la repressione sistematica, subendo, solo tra il 1948 e il 1953, 93.000 lavoratori processati e di questi 61.243 condannati a 20.426 anni di galera, mentre 75 lavoratori furono sommariamente uccisi dalle "forze dell'ordine" di lorsignori e 5.104 feriti, mentre il costo del lavoro fu mantenuto alla metà di quello degli altri paesi industrializzati; da tale orrenda macelleria all'ingrosso ed al minuto e abietto sfruttamento essendo originato il "miracolo economico", del quale si usa dare vanto ai vari "padri della patria" che, su quel sudore forzato e rubato, lacrime e sangue permisero ai "padroni del vapore" di costruire le loro fortune, in particolare alla FIAT, se è vero quanto pubblicato sui giornali, che ricevette sovvenzioni, in varie forme e misure, per un ammontare superiore al suo valore in borsa al momento, qualche anno fa, quando lessi quella notizia. Dopo avere prima esentato da pena il Presidente Valletta e compari di merende che pure avevano fattivamente quanto lucrosamente collaborato coi nazifascisti ed in ultimo nominando senatore a vita l'Avvocato Agnelli del quale sarebbe opportuno conoscer i meriti specifici alla base di tanto onore e chi fu il Presidente della Repubblica che lo appuntò. SXC: Cosa ha fatto nell'immediato dopoguerra? Ha conosciuto anche la galera? UFC: Dal 1946, appena il Governo Militare Alleato fu sostituito dal Governo Italiano, io mi venni a trovare nello stato, per certi versi peggiorato, dei « combattenti nemici non legittimi » prigionieri nella base statunitense di Guantamano, a Cuba ed altrove, che non godono della protezione della Convenzione di Ginevra, né del sistema giudiziario statunitense, trattamento riservato dagli yankee ai sospetti "terroristi" mussulmani che, in contraddizione di un'affermazione della democrazia, passa attraverso la negazione dei suoi principi fondanti. I nostri governi tentarono di provvedere l'impunità ai repubblichini, di fatto assicurandogliela, con l'amnistia togliattiana/degasperiana del 22 giugno 1946, e addirittura la rimozione totale dei crimini di guerra nazisti mediante l' "Armadio della Vergogna" che garantì l'impunità anche ai criminali nazisti colpevoli delle oltre 432 stragi grandi e piccole perpetrate in Italia, inoltre con la mancata estradizione dei 1.857 criminali di guerra italioti, richiesti dalle nazioni che ne soffersero la sanguinosa dominazione, impregnando e impestando con tali ingiuste misure e morbo esiziale tutta la nostra storia, di cui quanto mi è accaduto sempre ed anche ultimamente, ne costituisce un'ulteriore conferma, avendo io contravvenuto e tentato di oppormi all'insipienza e tabe italiota, ragione per cui è lecito attendersi altre crimini architettati a mio danno, quanto meno persecuzioni.. Chi ne dubitasse minimamente dovrebbe leggere il libro "L'amnistia Togliatti" del Prof. Mimmo Franzinelli, edito da Mondatori e "L'Armadio delle vergogna" di Franco Giustolisi, edito da Nutrimenti srl di Roma, scritti sulla base di documentazioni ineccepibilmente probanti, anche se le cose andarono alquanto peggio, situazione che sembrerebbe impossibile a chi non ha potuto consultare come me i file della Sezione Quinta del KGB, avente giurisdizione sull'Italia, dai quali potei accertarmi che le nostre disgrazie ed infamie sono sempre state infinitamente superiori al credibile, dai tempi dell'Ocrana a quelli del KGB e che lo saranno quindi fino al prevedibile futuro, dovendosi dedurre, se tanto mi da tanto, che fanno parte imprescindibile del nostro DNA. Ad iniziare dal 10 giugno 1946, scontai sei anni di carcere, non profittando della possibilità di fuga offertami, durante la traduzione da Bologna a Pesaro, nel 1947, avendomi mia Madre portate le chiavi dei manettoni, delle quali usufruì un mio compagno di catena, nella stazione di Bologna, perdendosi nella notte, mentre io rimasi per non mancare all'appuntamento coi criminali repubblichini assassini dei Cinque Martiri del 1 maggio 1944, in Bertinoro, rifiutando, negli anni seguenti, di avanzare domanda di grazia, come mi era stato suggerito dall'On. Umberto Terracini, in buoni rapporti col guardasigilli Gonnella, due anni prima di finire la pena nel 1952. Tentai del mio meglio per eseguire il lascito di mio Padre, sbattendo infine contro l'imprevisto tradimento di un mio caro compagno di lotta durante la Resistenza che però, poi, si riabilitò, tentando di aiutarmi, ma finendo, dopo la sua evasione dall'ospedale di Forlì, nella legione straniera francese in Indocina, venendo quindi consegnato all'Italia che lo tenne in carcere per quattordici anni, ed io fui a visitarlo, ma senza potergli essere di qualche aiuto, se non economico. SXC: La sua lotta rivoluzionaria valicò poi i confini d'Italia, cosa fece in quegli anni? Perché non scelse una vita tranquilla come hanno preferito tanti suoi compagni partigiani? UFC: Non potevo comportarmi diversamente senza tradire mio Padre e feci tutto il possibile e l'impossibile per tentare di evitare quanto egli aveva previsto e si è verificato, pure non essendo l'Apocalisse che ora ci attende, insieme all'intera umanità, senza che gli italioti ignavi, stolti e codardi se ne sono ancora accorti, data la maldestra e maledetta china intrapresa dopo Berlusconi dal governo Prodi. Dagli emuli di Togliatti che mai seppero vedere nell'infausta amnistia l'inizio concreto, dopo la Svolta di Salerno, della nostra catastrofe morale prima di quella materiale, fino a giungere all'antifascismo intermittente della sinistra attuale, dimostrato oltre che da fatti specifici quali il Governo Milazzo in Sicilia con l'appoggio missino, da dichiarazioni pubbliche in tal senso, ad iniziare dal "rispetto per i vinti", propugnato da un politico senza vergogna, niente di meno che alla commemorazione dei Martiri delle Fosse Ardeatine, di fronte ai famigliari delle stesse vittime; alla proclamata necessità di indagare le ragioni per cui tanti giovani avevano aderito al fascismo repubblichino, parole pronunciate alla Camera dei Deputati da un altro sinistrorso dall'antifascista intermittente, alle quali io risposi invitandolo a venire a chiederlo a mia sorella Enrica, quando i repubblichini prelevarono nostro Padre ed avendo notato le molte carte da mille Lire nel suo portafoglio, quando ne estrasse la carta di identità richiestagli, chiesero a mia Madre di consegnargli tutti i soldi, impediti da una SS che, minacciandoli con la sua pistola mitragliatrice, gli comandò: "Solo papir, soldi lasciare signora!" Comportamento identico mantenuto in tutte le stragi delle quali venni a conoscenza, quando tutti i mostri repubblichini vi accorrevano all'unico scopo di depredare i vivi ed i cadaveri. Senza parlare di un'altra infame pronuncia da parte di un più altolocato sinistrorso che non si peritò dal sostenere che sarebbe stato meglio se Mussolini non fosse stato eliminato, ma tratto in giudizio, dimenticando, volutamente, quanto accadde al maresciallo Graziani, al principe Borghese e a tantissimi altri "mostri" altolocati, sfuggiti alla giustizia partigiana. . La fortuna non avendo, però, mai arriso almeno agli ultimi due di quei messeri, miranti al Quirinale anche coi voti dei fascisti di Alleanza Nazionale, a tanto essendo ridotta la nostra disgraziata Italia, di dolore ostello, nave senza nocch

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7 risposte a 25 aprile:prima che il gallo canti

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    Io da bambino abitavo a Bracciano di Bertinoro e per maestra ho avuto sua sorella Enrica Fusaroli.
    Di lei ho sempre sentito parlare, da mio padre e mio zio.
    Poi per molti anni non ne ho saputo più nulla.
    Mi fa piacere sapere che è ancora combattivo. Auguri.

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