l’autonomia impossibile


Quanto minore e’ la forza sociale posseduta dal mezzo di scambio, quanto piu’ esso e’ ancora connesso alla natura del prodotto immediato del lavoro e ai bisogni immediati degli scambianti, tanto maggiore deve essere la forza della comunita’, la quale lega insieme gli individui, rapporto patriarcale, comunita’ antica, feudalesimo e sistema corporativo.
Mentre nel rapporto di denaro, nel sistema di scambio sviluppato (e quest’apparenza seduce la democrazia), i vincoli di dipendenza personale, le differenze di sangue, di formazione ecc. sono effettivamente saltati, lacerati (i vincoli personali appaiono almeno tutti come rapporti personali); e gli individui sembrano indipenmdenti (questa indipendenza che in generale e’ una mera illusione e piu’ correttamente andrebbe chiamata equivalenza, nel senso di indifferenza), sembrano liberamente entrare in contatto reciproco e scambiare in questa liberta’; si presentano pero’ in questa luce solo a chi astrare dalle condizioni di esistenza entro le quali questi individui entrano in contatto. Si tratta di una connessione spontaneamente naturale di individui all’interno di determinati e angustamente limitati rapporti di produzione.La trasformazione del valore di scambio in una potente forza sociale apre la prospettiva di uno specifico rapporto del capitale con le condizioni comunitarie, generali della produzione sociale, in opposizione a quelle del capitale particolare e del suo particolare processo di produzione.
L’unita’ delle molte capacita’ di lavoro appare come esistente autonomamente al di fuori di esse nel capitale. Il capitale appare come un potere sociale autonomizzato, estraneo di fronte alla societa’. Come puro processo di valorizzazione esso tenta di liberarsi dal processo di lavoro per non essere altro che valorizzazione.

Tra movimento della societa’ e movimento economico non sussiste piu’ alcuno scarto. Nella societa’ borghese il lavoratore sussiste puramente senza oggetto, soggettivamente; ma la cosa che gli sta di fronte e’ diventata ora la vera comunita’, che egli cerca di divorare e dalla quale viene divorato. Il capitale come funzione e il capitale come proprieta’ si separano: l’interesse appare come una forma autonoma del plusvalore di un capitale che indipendentemente dalla riproduzione capitalistica deriva direttamente dal denaro, identificato come il capitale in generale. Il denaro acquisice l’apparenza di generare denaro, di conseguire un “interesse”: allora scompare l’origine del plusvalore, o meglio diventa irriconoscibile e il rapporto sociale capitalistico prende la forma del denaro produttivo d’interesse.

Il capitale monetario permette di ricevere l’interesse, di appropriarsi di una quota di pluslavoro altrui, senza entrare in rapporto diretto con il lavoro. Il capitale produttivo d’interesse assume la forma del capitale sociale e il capitalista attivo e’ ridotto a semplice agente di produzione:
da qui tutte le illusioni intorno ad un presunto carattere “neutrale” del processo produttivo.

Il capitale produttivo d’interesse si trova di fronte, in quanto tale, non il lavoro salariato ma il capitale operante; il capitalista che da’ in prestito si contrappone, come tale, direttamente al capitalista che opera effettivamente nel processo di riproduzione, e non all’operaio salariato che e’ espropriato dei mezzi di produzione proprio a causa della produzione capitalistica.
Il capitale produttivo d’interesse e’ il capitale come proprieta’ contrapposto al capitale come funzione. Ma la’ dove il capitale non e’ in funzione, non sfrutta i lavoratori e non viene in contrasto con il lavoro. Dall’altro lato il guadagno d’imprenditore non e’ in antitesi con il lavoro salariato ma soltanto con l’interesse…Nel suo cervello (del capitalista operante)si sviluppa quindi necessariamente l’idea che il suo guadagno d’imprenditore, ben lungi dall’essere in contrasto con il lavoro salariato e dal rappresentare unicamente lavoro altrui non pagato, e’ al contrario un un salario, un salario di sorveglianza, un salario piu’ elevato di quello del lavoratore comune 1) perche’ il suo lavoro e’ piu’ complicato 2) perche’ egli si paga da se’ il salario… Il fatto che la sua funzione di capitalista consista nel produrre plusvalore ossia lavoro non pagato, e di produrlo nelle condizioni piu’ economiche viene completamente dimenticato a causa della contraddizione per cui l’interesse tocca al capitalista anche quando egli non esercita nessuna funzione di capitalista…

Il capitale produttivo d’interesse, il capitale monetario rappresenta la semplice proprieta’ di capitale, in quanto mezzo di appropriarsi del lavoro altrui. Ma rappresenta questo carattere del capitale come qualcosa che gli spetta al di fuori del processo di produzione, e che , per nessun motivo, e’ il risultato dello specifico carattere capitalistico di questo processo di produzione. Rappresenta cio’ non in opposizione diretta al lavoro, ma come semplice rapporto tra un capitalista e l’altro. L’interesse e’ la particolare figura del profitto in cui questo antagonismo e’ completamente cancellato e del tutto rimosso da esso… L’interesse e’ un rapporto fra due capitalisti, non fra capitalista e lavoratore.

Poiche’il carattere estraniato del capitale, il suo contrapporsi al lavoro, viene trasferito al di fuori dell’effettivo processo di sfruttamento, precisamente nel capitale produttivo d’interesse, allora questo stesso processo di produzione appare come un semplice processo lavorativo, dove il capitalista operante compie semplicemnte un lavoro diverso dall’operaio. Cosi’ il lavoro consistente nello sfruttare ed il lavoro sfruttato sono entambi identici in quanto lavoro… L’interesse diviene la forma sociale del capitale, ma espresso in una forma neutrale ed indifferente…

La produzione di plusvalore relativo, ossia la produzione di plusvalore basata sull’aumento e sviluppo delle forze produttive, esige la produzione di nuovi consumi; esige cioe’ che il circolo del consumo nell’ambito della circolazione si allarghi allo stesso modo in cui precedentemente si allargava il circolo della produzione (ampliamento quantitativo del consumo esistente; creazione di nuovi bisogni e la creazione scoperta di nuovi valori d’uso). Questa produzione ( di plusvalore relativo) esige questo: che il pluslavoro acquisito non rimanga un surplus meramente quantitativo, ma che al tempo stesso la sfera delle differenze qualitative del lavoro (e quindi del pluslavoro) sia costantemente ampliata, resa piu’ varia e internamente piu’ differenziata.

Aumento della produttivita’, riduzione dei costi di produzione, nella societa’ borghese non si traducono in tempo disponibile per tutti, in libero sviluppo degli individui, ma in rinuncia al godimento (bisogni senza mezzi per soddisfarli). Infatti la forza-lavoro puo’ eseguire il suo lavoro necessario solo se il suo pluslavoro ha un valore per il capitale, se cioe’ e’ valorizzabile per il capitale. La creazione di molto tempo disponibile oltre il tempo di lavoro necessario per la societa’ in generale e per ogni membro di esso ( ossia di spazio per il pieno sviluppo delle forze produttive dei singoli, e quindi anche della societa’), questa creazione di tempo di non-lavoro si presenta, al livello del capitale, come di tutti quelli precedenti, come tempo di non-lavoro, tempo libero per alcuni.

Il tempo disponibile non e’ processo di produzione immediato della libera individualita’, ma dell’uomo come “capitale fisso”.
Ogni individuo puo’ essere considerato a giusto tittolo (da questo punto di vista) come una macchina che sia costata un certo numero di anni di attenzione assidua e la spesa di un considerevole capitale per costruirla. E se si investe una somma ulteriore nella sua educazione o qualificazione per l’esercizio di un’attivita’ produttiva ecc., il suo valore viene proporzionalmente aumentato, proprio come una macchina acquista maggior valore quando vi si spende capitale addizionale o lavoro nel costruirla, per fornirle nuove possibilita’. Che questa “qualificazione” ( costi di formazione della “macchina”) sia a carico del lavoratore o anche del tutto informale (deistituzionalizzata) non significa che sia scomparsa l’antitesi tra lavoro disponibile e tempo di lavoro. Al piu’, che tutto il tempo di un individuo e’ posto come tempo di lavoro, che esso venga degradato a puro lavoratore.
Questa degradazione dell’individuo a puro lavoratore puo’ essere sacralizzata solo se si puo’ vantare una oggettiva convergenza tra godimento e lavoro, tra lavoro e manifestazione personale. Ma il lavoro come processo di soggettivazione, come creazione autonoma di soggettivita’, produzione di essere e vita puo’ essere un’assioma valido solo per una elite di lavoratori-professionisti iperqualificati non per la moltitudine delle persone a cui il lavoro si presenta ogni giorno come pena, sottomissione, arbitrio, servilismo, rassegnazione, come lavoro clandestino, sommerso, informale, disperso, decentrato, de-istituzionalizzato, cioe’ fuori da ogni forma di controllo sindacale-statuale .

Premesso che l’uomo e’ sempre stato un essere naturalmente artificiale, la produzione dell’uomo come “capitale fisso”, significa che la composizione tecnica del capitale viene continuata nell’uomo e si presenta nei termini di una identificazione illusoria tra capacita’ produttiva e capacita’ di godimento.

Quando l’integrazione della societa’, la cui unita’ e’ il processo di valorizzazione del capitale, determina i soggetti, sempre piu’ esclusivamente, come momenti della produzione, la “modificazione della composizione tecnica del capitale” si continua negli individui, afferrati e, in realta’, direttamente costituiti dalle esigenze tecnologiche del processo di produzione. La composizione organica dell’uomo, il lato per cui i soggetti sono determinati in se stessi come strumenti di produzione e non come fini viventi, allora cresce come la parte delle macchine rispetto al capitale variabile.

E’ solo in quanto il processo che comincia con la tasformazione della forza-lavoro in merce investe e compenetra gli uomini in blocco e individualmente, e oggettiva e rende commensurabile a priori tutti i loro impulsi, come altrettante forme o varieta’ del rapporto di scambio, che la vita puo’ riprodursi nel quadro degli attuali rapporti di produzione. La sua organizzazione totale richiede un agencement di cadaveri. La volonta’ di vivere si vede rimandata alla negazione della volonta’ di vivere.
La composizione organica dell’uomo non investe solo le attitudini tecniche specializzate ma anche il loro opposto: i momenti del naturale, che d’altra parte hanno gia’ avuto origine nella dialettica sociale ed ora ricadono in sua balia. Anche cio’ che differisce dalla tecnica, e’ incorporato come una specie di lubrificazione della tecnica. Anche la differenziazione psicologica, che, del resto, ha gia’ avuto origine dalla divisione del lavoro e dalla suddivisione dell’uomo nei settori del processo produttivo e della liberta’, ritorna, alla fine, al servizio della produzione e la “differenza” quando non sia utile ai fini immediatamente produttivi trova come contropartita l’esclusione.
Il virtuoso specializzato che vende le sue capacita’ intellettuali oggettivate e trasformate in cose cade in un attaggiamento contemplativo di fronte al funzionamento delle proprie capacita’, oggettivate e cosificate.

Sotto l’apriori della smerciabilita’, il vivente in quanto vivente si e’ trasformato in cosa, in equipaggiamento. L’io assume consapevolmente al suo servizio, come propria attrezzatura l’uomo intero. In questa organizzazione totale, l’io come direttore della produzione cede tanto di se’ all’io come strumento della produzione, da ridursi ad un astratto punto di riferimento: l’autoconsrvazione perde il suo se’.

Le qualita’, dall’affabilita’ genuina all’attacco isterico, diventano controllabili e utilizzabili, fino ad esaurirsi senza residui nel loro impiego oculato e conforme. Mobilitate, subiscono una profonda tasformazione. Sopravvivono solo come gusci secchi e vuoti di emozioni, materiale trasportabile a piacere, prive di moto proprio. Non fanno piu’ parte del soggetto, ma il soggetto si rivolge ad esse come al proprio oggetto interno. Nella loro sconfinata docilita’ all’io, si sono estraniate da esso; totalmente passive, cessano di alimentarlo. Questa e’ la patogenesi sociale della schizofrenia

La separazione delle qualita’ dal fondo istintivo come dal se’ che le comanda, dove prima semplicemente le teneva insieme, fa che l’uomo paghi la sua crescente organizzazione interna con una crescente disintegrazione. La divisione del lavoro condotta a termine nell’individuo, la sua radicale oggettivazione, si risolve nella sua lacerazione morbosa. Di qui il “carattere psicotico”, la condizione antropologica di tutti i movimenti totalitari di massa: qui proprio il trapasso di qualita’ fisse in tipi scattanti di condotta- che potrebbe sembrare una vivificazione e’ l’espressione della crescente composizione tecnica del capitale.

L’interiorita’ del soggetto si e’ reificata e tecnicizzata al punto che il contenuto della stessa
soggettivita’ diventa una semplice funzione del processo produttivo.
Gli impulsi incontrollati trasformati in oggetti di manipolazione possono venir maneggiati, esposti, venduti. L’oggettivazione del soggetto ad opera del soggetto passa in rassegna  tutti i contenuti e le emozioni per metterli a disposizione del cliente.

La soggettivita’ amministra la soggettivita’ in vista del guadagno. Solo nell’estetizzazione della vita quotidiana sopravvive l’illusione
dell’autonomia, dell’indipendenza. L’utopia del qualitativo si rifugia, sotto il capitalismo, nel carattere di feticcio; le vittime, immemori di ogni conflitto, godono la propria disumanizzazione come
umanita’, come felicita’ e calore. L’estetizzazione della vita quotidiana e’ la reazione alienata al disincantamento del mondo sensibile, alla sua completa determinazione e oggettivazione come “mondo di merci”.

Noi vediamo in tutte le variopinte e contorte marionette il rullo che le mette in movimento, e, appunto per cio’, l’attraente varieta’ del mondo si dissolve in legnosa uniformita’. Quando un bambino vede i funamboli cantare, i musicisti suonare, le ragazze portare acqua, i cocchieri guidare, pensa che tutto cio’ accade perche’ si prende piacere e gioia alla cosa, e non immagina neppure lontanamente che tutta questa gente mangia e beve, va a letto e torna ad alzarsi. Ma noi sappiamo di che sitratta. Si tratta, diremo noi, del guadagno, che confisca tutte queste attivita’ come puri mezzi,ridotti all’astratto tempo di lavoro e resi intercambiabili. La forma di equivalente guasta e deforma tutte le percezioni….

This entry was posted in General. Bookmark the permalink.