C’era una volta l’autonomia operaia

appunti….

I tentativi di restaurare una "ragione oggettiva" del comunismo sono insostenibili perche’ l’universo sociale non contiene un’ordine inesorabile. Con questi tentativi non si approda a nulla. In questa mitologia che ha il merito di voler mantenere la corrispondenza fra linguaggio e realta’, la possibilita’ di integrare soggetto e oggetto, parola e cosa si dimentica che il regime dell’ingiustizia sociale e’ fondato proprio su quest’armonia continuamente smentita. E le teoprie antintellettualistiche, romantiche e regressive per i quali in definitiva la liberazione non e’ che un processo interiore sono vuote ideologie funzionali all’idolatria dell’economico, del politico, del capo, del successo, del denaro etc….Come scrisse una volta T.W.Adorno, una contraddizione come quella tra la determinazione, che il singolo sa come propria e quella che la societa’ gli impone, se vuole guadagnarsi da vivere, il <<ruolo>>, non e’ eliminabile, senza manipolazione, senza l’inserimento di miserevoli concetti sovraordinati, che facciano scomparire le differenze essenziali. Un tipico esempio di un simile concetto sovraordinato,ausilio ideologico della "sussunzione logica" della vita al lavoro (cioe’ al capitale), e’ quello oggi corrente di "societa’ post-industriale-ipertecnologizzata" (societa’ dell’informazione e della "fine del lavoro"). Questo concetto prescinde dai rapporti sociali di produzione rifacendosi alle forze produttive tecniche, come se il loro livello decidesse immediatamente sulla forma sociale.

Quando Marx nella "Critica al programma di gotha" obietto’ ai lassalliani che il lavoro non e’ l’unica fonte della ricchezza sociale – come si era soliti ripetere tra marxisti
volgari – con cio’ espresse (filosoficamente) che il lavoro non deve essere ipostatizzato in nessuna forma, sia della fatica delle mani che della "produzione intellettuale". Tale ipostasi non fa che alimentare l’illusione del prevalere del "principio creativo". Questo principio diventa vero solo in rapporto a quel "non-identico" per cui Marx scelse
dapprima il nome rozzo ed anche troppo ristretto di "natura", poi di "materiale naturale" ed altri termini piu’ o meno ipotecati. Il lavoro sociale e’ lavoro su qualcosa…Anche solo nel linguaggio, il "qualcosa" ricorda la "materia", il non-identico che sfugge al principio d’identita’ del lavoro senza fine, del dominio. L’unita’ che salda i momenti e fasi discontinui, caoticamente disgregati della storia, e’ quella del dominio sulla natura, progrediente nel dominio sugli uomini ed infine sulla natura interiore degli individui, propriamente umana, nella misura in cui si manifesta sotto forma di passioni.

Che l’individuale e gli individui soltanto siano il veramente reale e’ incompatibile con la teoria marxiana del valore, che si realizza nel capitalismo al di sopra delle teste degli uomini. Questa teoria dice che : "come fanatico della valorizzazione del valore esso – il valore di scambio – costringe senza scrupoli l’umanita’ alla produzione per la
produzione". Tale processo di astrazione (dal "soggetto" che lavora e dall’oggetto concretamente lavorato) che effettivamente si svolge nella societa’ di scambio, vive e si alimenta della qualita’ e spontaneita’ dei singoli e della loro negazione. Il capitale si mantiene in vita non malgrado l’antagonismo di "universale" (il valore di scambio) e il
"particolare" (gli individui-il valore d’uso-l’individualita’), ma tramite di esso. Il tutto funziona tramite il principio astratto dell’autoconservazione delle monadi umane e continua a riprodursi grazie alla differenza e al suo blocco:
le qualita’ e "l’autonomia" dell’individuo sono potenziate dal sistema economico per poter continuare a funzionare negandole poi come lavoro e come forza-lavoro. La
"differenza nell’esistente" e’ la maschera della necessita’ sociale totale mentre viene confusa con l’utopia che sarebbe "differenza dall’esistente". La societa’ del lavoro totalmente socializzato non tollera nulla al di fuori di se’ e mentre impone il carattere di merce, di forza-lavoro, alla totalita’ della vita spaccia l’estrema
differenziazione del lavoro stesso come "pluralismo".
Il lavoro e’ e rimane il principio d’identita’ repressivo che assoggetta tutto e che come essenza del dominio capitalista e’ sopravvissuto anche alla rivoluzione d’ottobre e alla "critica dell’economia politica". Il lavoro e’ la sostanza sovramondana e l’individuo pur distinguendosi certmanete da altri singoli individui non potra’ mai, nella societa’ capitalista, oltrepassare questa prigione trascendentale. Il lavoro regge il mondo; il contenuto del suo governo; esso e’ venerato come la redenzione del mondo, come l’unico principio antropologico e l’unico rimedio universale. E piu’ diventa astratto e piu’ appare una virtu’, uno slogan, una religione, il catechismo sociale, la religione quotidiana del capitale a cui si sacrifica tutto, anche la vita.

Il primato della "soggettivita’" fondato sul "dominio intellettuale" o gnoseologico della "natura" e dell’umanita’ prosegue in modo spiritualizzato la lotta darwiniana per la sopravvivenza e la sua  "universalita’" puo’ essere decifrata come "societa’ inconsapevole di se stessa", la connessione funzionale del tutto, che sorge dalla qualita’ e spontaneita’ dei singoli, limitandole poi tramite il principio livellante del valore di scambio e eliminandole virtualmente in quanto dipendenti in modo impotente da questa totalita’ inafferrabile e sfuggente. Il processo di astrazione che si svolge effettivamente nella societa’ di scambio trasfigurato nel "lavoro intellettuale" prende a modello della sua liberta’ il dominio della natura: anche della natura interna. La stessa autocoscienza personale deriva l’idea di liberta’ dalla sua autonomia rispetto ad ogni contenuto, dapprima come dominio sugli uomini e le cose e poi internalizzato su tutto il suo contenuto concreto ridotto a strumento.

Che l’individuale e gli individui soltanto siano il veramente reale e’ un fatto incompatibile con la teoria marxiana del valore, che si realizza nel capitalismo al di sopra delle teste degli uomini. Affermare come un dato positivo immediato questa’ "realta’" dell’individuale quando essa e’ solo un debole orizzonte di possibilita’ e’ una illusione d’adattamento, ne’ rivoluzionem, ne’ utopia. L’attivita’ dello "spirito", della scienza, come lavoro di domino della natura si compie tramite gli individui come tramite le loro loro qualita’ e nel loro compimento,nel capitalismo, gli individui vengono ridotti alla loro funzione sociale: a forza-lavoro, a lavoro-forzato, al lavoro:

Il capitale è un particolare modo di organizzare la vita degli esseri umani. All’interno della società capitalista la maggior parte delle persone sono sottoposte e costrette da un impulso sociale senza fine e artificiale a lavorare, producendo un surplus che i capitalisti reinvestono per creare sempre più lavoro. I capitalisti, tutti i funzionari del capitale, dalle moderne gerarchie manegeriali ai cani da guardia dello spettacolo organizzano e riproducono la vita come lavoro:
Il capitale è auto-riproduzione: ricrea continuamente, in forme nuove, le condizioni sociali in cui molte persone sono costrette a vendere la propria vita come forza-lavoro per sopravvivere (cioe’ a farsi espropriare la vita). La "vita espropriata", questa e’ la condizione normale dell’esistenza individuale in questa societa’ e se qualcuno singolarmente o per strati puo’ vivere lo sfruttamento, il lavoro, come una forma di "manifestazione personale", questo non cambia nulla alla relazione sociale che violenta la massa del proletariato, ogni giorno, ogni mattina, ogni ora, ogni secondo. Quanto vale un’ora della vita di un lavoratore manuale e quanto quella di un lavoratore immateriale?
Quale metafisico privilegio appartiene agli operai astratti che fabbricano idee e che viene negato al lavoratore servile? I nuovi operai di mestiere, i nuovi artigiani e le loro corporazioni creative…sic! Gli estrovertiti architetti della rivoluzione abitano o sopra o dietro la luna ma la luna e’ solo una reclame.

Nessuno potrebbe fare quel fa senza la sinergia della societa’ in cui e’ immerso e, della storia precedente accumulatisi nei suoi gesti e nella
sua mente. Ma questo vale anche e da sempre pure dall’epoca del bastone di San Bruno.
Il capitale per essere rapporto di produzione dominante presuppone la coltivazione e la simultanea dissoluzione della cooperazione sociale e dello sviluppo delle facolta’ generali della mente umana in forza-lavoro, in uomini disposti avendere la loro vita. Se "il lavoro", come tale, nella sua esistenza immediata, non puo’ essere concepito
direttamente come merce; puo’ invece esserlo l’individuo come forza-lavoro.

"Il lavoro non ha prezzo; una cosa come il valore del lavoro, nel senso comune della parola, non e’ mai esistito". Quanto vale un’idea creativa? quanto vale la manipolazione delle relazioni sociali? quanto vale il controllo e la produzione di determinati rapporti sociali? Quanto vale la vita di un essere umano? chi ha contato i minuti fino all’altro ieri oggi ha smesso di avere dimestichezza con l’infinito.

Cio’ che caratterizza l’epoca borghese e’ il fatto che la forza-lavoro acquista per il lavoratore stesso la forma di una merce che gli appartiene e con cio’ il suo lavoro acquista la forma del lavoro salariato. Solo a partire da questo momento la forma-merce diventa la forma universale del prodotto del lavoro. E’ solo nella misura in cui la merce e’ la forma generale dell’organizzazione sociale e l’attivita predominante e’ la produzione di merci che una societa’ diventa "realmente economica".

Lo sfruttamento capitalistico consiste nella separazione (nella "liberazione") del lavoro dalle condizioni oggettive della sua realizzazione. Quali sono queste condizioni di realizzazione? Marx dice che queste condizioni sono "il mezzo di lavoro" e "la materia del lavoro". Questa "materia", "il materiale del lavoro" e’ la natura e l’uomo stesso che ne e’ una parte. Il "mezzo del lavoro" e’ innanzitutto un processo sociale, sociale nel senso che si attribuisce a una cooperazione di piu’ individui. Tale fondamentale processo di "appropriazione della natura da parte dell’uomo", "di umanizzazione della natura", e’ sostanzialmente costituito in ogni epoca storica da una determinata forma di cooperazione sociale. La storia dunque afferma Marx e’ la storia della societa’ civile, cioe’ delle forme con cui, di volta in volta, si e’ strutturata la societa’, cioe’ "l’elaborazione della natura da parte degli uomini" che, al contempo, e’ un particolare processo di "elaborazione degli uomini da parte degli uomini". Infatti
nel dominio sulla natura e’ incluso il dominio sull’uomo. Ogni individuo non solo deve cooperare con altri individui per soggiogare la natura esterna, ma per fare questo deve soggiogare la natura dentro di se’ (che si manifesta sotto forma di passioni). Per questo motivo Marx pone la produzione come principio qualitativo di ogni societa’. Essa non e’ solo uno strumento per la soddisfazione del bisogno di conservazione dell’esistenza fisica ma e’ "la vita generante la vita". La natura che nasce nella e dalla produzione, come essa diventa attraverso l’attivita’ sociale produttiva ("l’industria") degli uomini e’, anche se fino ad oggi in forma alienata, la vera natura antropologica dell’uomo.
L’essere sociale non condiziona gli individui a fare il comunismo.

La produzione per Marx esprime il rapporto dell’attivita’ umana nei confronti della natura (nella sua dimensione esteriore ed interiore propriamente umana) e rappresenta il vero tessuto connettivo dei rapporti sociali. Nelle forme preborghesi della produzione il rapporto dell’uomo con la natura e’  predominante, il singolo individuo non si e’
ancora staccato dal cordone ombelicale della comunita’ o della tribu’, e le condizioni oggettive della sua esistenza non appaiono ancora come un risultato della produzione stessa ma, piuttosto come "presupposti naturali". La produzione qui appare come processo lavorativo, processo svolgentesi fra uomo e natura che si riproduce in una forma immutabile, una forma dettata dalla tradizione. Essa sottende inoltre una relazione dialettica con una certa concezione dell’ordine del mondo (una ideologia della natura), dell’ordine naturale delle cose e con la scienza o speculazione che lo indaga. I greci ad esempio concepivano la natura come un "ordine legale e giusto" dal quale
trarre le norme di una "giusta condotta di vita" e di "organizzazione della comunita’" (la natura originaria ha una forza cosmogonica, generatrice dell’ordine del tutto). Per quanto fosse altamente sofisticata la loro scienza, essi non ne trassero vantaggi "tecnologici". Svilupparono una "tecnica" (arte di imitare la natura,produzione di manufatti) e delle "tecniche" (abilita’ richieste per quelle attivita’ produttive) ma non una "tecnologia" (tecnica basata sulla conoscenza scientifica della natura e i principi razionali che ne derivano). Nella civilta’ greca, fondata su una economia della schiavitu’, l’ordine sociale non viene trattato e neppure riconosciuto come prodotto e la sua forma specifica di razionalita’ rimane sostanzialmente astratta dal lavoro, dal "ricambio organico uomo natura". La realta’ qui appare ancora come un prodotto di "leggi naturali" e l’uomo, cosi’ la sua coscienza, non e’ ancora in grado di concepire il rapporto societa’/natura (di soggetto/oggetto) secondo una logica di azione strumentale e tecnologizzata. I criteri di dominazione della natura non hanno un carattere scientifico/tecnologico e il "lavoro intellettuale" non e’ integrato nel processo di produzione. La scienza
greca non prometteva il dominio della natura o il vantaggio tecnologico ed essendo una organizzazione sociale fondata sulla schiavitu’ e sulla proprieta’ della terra non riconosceva se stessa come un prodottto.

Soltanto col capitale la natura diventa un puro oggetto per l’uomo, un puro oggetto di utilita’, e cessa di essere riconosciuta come forza per se’; e la stessa conoscenza teoretica delle sue leggi autonome si presenta semplicemente come astuzia capace di subordinarla ai bisogni umani sia come oggetto di consumo che come mezzo di lavoro. Proprio in
virtu’ di questa sua tendenza, il capitale spinge a superare sia le barriere e i pregiudizi nazionali, sia l’idolatria della natura, la soddisfazione tradizionale, orgogliosamente ristretta entro angusti limiti, dei bisogni esistenti, e la riproduzione del vecchio modo di vivere. Nei riguardi di tutto questo il capitale opera distruttivamente, attua, una rivoluzione permanente, abbatte tutti gli ostacoli che frenano lo sviluppo delle forze produttive, la dilatazione dei bisogni, la varieta’ della produzione e lo sfruttamento e lo scambio delle forze della natura e dello spirito. La produzione basata sul capitale a differenza di altri modi di produzione crea un sistema di sfruttamento generale delle qualita’ naturali e umane, un sistema di utilita’ generale, il cui supporto e’ tanto la scienza quanto le qualita’ fisiche e spirituali. La "rivoluzione scientifica" dei secoli XVI e XVII sviluppo’ parallelamente una nuova concezione della natura che andava in questa direzione: la natura e’ un oggetto e l’uomo il soggetto-agente. L’uomo si pone dinnanzi alla natura come osservatore distaccato e come manipolatore (l’esperimento e’ il mezzo principale d’indagine dell’ordine naturale). La "scienza attiva" deve rendere l’uomo "padrone e dominatore della natura"; l’esperimento (non l’esperienza) e’ il metodo per interrogare la natura e il suo linguaggio e’ quello
matematico-geometrico. Nel XVI secolo il "Cosmo" (l’idea di una struttura del mondo finita, gerarchicamente ordinata, qualitativamente e ontologicamente differenziato..) viene distrutto e lo spazio qualitativo, fisico, concreto e differenziato cede il passo allo spazio astratto e omogeneo della geometria euclidea. La natura dell’essere fisico smette di essere qualitativa, vaga irriducibile alla previsione dei concetti matematici (nella natura non vi sono ne’ cerchi ne’ triangoli ne’ linee rette). Con Galileo il concetto di "qualita’" e’ dichiarato "soggettivo" (le qualita’ sensoriali delle cose esistono solo nella coscienza) e la percezione sensibile non e’ piu’ una fonte
attendibile di conoscenza della natura; il suo "libro" e’ scritto in un linguaggio matematico i cui caratteri sono numeri, triangoli, cerchi e altre figure geometriche e per cui senza di questi la conoscenza e’ un aggirarsi per un "oscuro labirinto". Siamo noi uomini i veri legislatori della natura. Per i pensatori antichi cio’ che e’ veramente reale deve essere immutabile. Cio’ che cambia contiene in se’ una contraddizione poiche’ in un certo momento determinato e’ in un certo modo e in un altro momento successivo in un altro modo. Per loro cio’ che e’ contraddittorio di per se’ non puo’ esistere e siccome l’esperienza sensibile ci rivela cose che cambiano ci presenta solo delle apparenze. Solo il pensiero, la ragione, indipendentemente dall’esperienza puo’ darci informazioni sulla realta’.

Per il capitale, ogni singola sfera della produzione non e’ che una dimensione particolare in cui egli investe denaro per ricavarne piu’ denaro; al capitale in se’ per se’ e’ indifferente la particolarita’ di ogni singola sfera della produzione e con lo sviluppo del suo modo specifico di produzione vengono eliminati progressivamente tutti gli
ostacoli legali ed extraeconomici (tradizionali e di costume) e di carattere tecnologico che frenano e limitano la mobilita’ e la liberta’ del suo movimento. Questa immanente mobilita’ del capitale presuppone (idealmente e realmente) l’assenza di barriere allo sfruttamento della natura (in ogni sua dimensione umana e non-umana) e al contempo una
analoga mobilita’ o variabilita’ del lavoro, della capacita’ del lavoratore di utilizzare la propria forza lavoro. Al capitale risulta indifferente la forma materiale particolare che riveste nel processo lavorativo (un mucchio di letame, della seta o una macchina elettronica) e cosi’ per il lavoratore salariato deve essere indifferente il
contenuto particolare del suo lavoro. Piu’ la produzione capitalistica e’ sviluppata piu’ si richiede variabilita’ nella forza-lavoro e piu’ fluido ed intensivo e’ il moto di spostamento del capitale da una sfera all’altra della produzione (questa variabilita’ della forza-lavoro e la mobilita’ del capitale sono una tendenza specifica ed assiomatica del modo di produzione capitalistico). L’indifferenza verso un genere determinato di lavoro tuttavia presuppone una totalita’ molto sviluppata di generi di lavoro reali, nessuno dei quali domini piu’ sull’insieme. L’indifferenza verso il lavoro determinato corrisponde a una forma societa’ in cui gli individui passano con facilita’ da un lavoro ad un altro e in cui il genere determinato del lavoro e’ per essi fortuito e quindi indifferente. La produzione capitalistica, in quanto e’ produzione per la produzione, richiede agli ​
rinnovarla, di rivoluzionarla continuamente con l’uso della "forza-invenzione" che lavora a creare inedite frontiere del consumo, nuove merci e quindi nuovo lavoro. Le idee che fanno lavorare di piu’ e in modo sempre diverso (produttivo) infatti, oggi, si vendono molto bene sul mercato.

Va’ di moda oggi di dichiarare avvenuta la completa identificazione di vita e lavoro e l’idea del lavoro come unica fonte della soggettivita’ come fosse una liberazione in atto del proletariato. Si riduce l’utopia all’egemonia del lavoro sulla vita e lo sviluppo dell’individualita’ all’autovalorizzazione della forza-lavoro. Ma la centralita’ del lavoro
(del lavoro anche quando manca), comunque coniugato, nella strutturazione del tempo di vita e’ proporzionale al controllo capitalistico sull’organizzazione della societa’. Lavoro differenziato, complesso, multiforme, segmentato, frantumato significa imposizione capitalistica di nuove forme di lavoro-comando alla vita e simultanemante scomposizione del potere sociale del proletariato, della lotta di classe contro il lavoro. La riproduzione della vita come forza-lavoro imposta dal capitale e’ la negazione piu’ violenta del tempo disponibile come misura della ricchezza, dell’autovalorizzazione umana fuori e contro il lavoro e non significa che la liberazione e’ a un tiro di sputo. L’applicazione tecnologica della scienza alla produzione nel capitalismo mentre riduce il tempo di lavoro nella forma del lavoro necessario allasocieta’ per riprodursi dall’altro lo aumenta nella forma di lavoro supllementare, superfluo indispensabile a riprodurre il rapporto sociale capitalistico, il suo comando sul tempo di vita. Lo sviluppo delle forze produttive e delle relazioni sociali non si trasforma in tempo disponibile al di fuori della produzione immediata per ogni innodividuo e per tutta la societa’ ma solo in in un costante ampliamento delle differenze qualitative del lavoro, in una imposizione di lavoro, di sfruttamento, piu’ vario e internamente piu’ differenziato. La creazione di molto tempo disponibile oltre il tempo di lavoro necessario per la societa’ in generale e per ogni membro di essa (ossia di spazio per il pieno sviluppo delle forze produttive, e quindi anche della societa’), questa creazione fi tempo di non-lavoro si presenta, al livello attuale dello "sviluppo" del capitale, come di tutti quelli precedenti, come imposizione di lavoro. Il capitale moltiplica il tempo il lavoro supplementare della massa con tutti i mezzi della tecnica e della scienza, perche’ la sua ricchezza e’ fatta direttamente di appropriazione di tempo di lavoro supplementare. In tal modo esso, malgre’ lui, e’ strumento di creazione della possibilita’ di tempo sociale disponibile, della riduzione del tempo di lavoro necessario per l’intera societa’ ad un minimo decrescente, si’ da rendere il tempo di tutti libero per il loro sviluppo personale. Ma la sua tendenza e’ sempre, per un verso, quella di creare tempo disponibile, per l’altro di convertirlo in plusvalore. Se la prima cosa gli riesce, ecco intervenire
una sovvraproduzione, e allora il lavoro necessario viene interrotto perche’ il capitale non puo’ valorizzare alcun pluslavoro. Quanto piu’ si sviluppa questa contraddizione, tanto piu’ viene alla luce che la crescita delle forze produttive non puo’ piu’ vincolata all’appropriazione di pluslavoro altrui, ma che piuttosto la massa operaia stessa deve appropriarsi del suo pluslavoro.

La "crisi" del sistema e’ sempre "crisi del comando", del dominio del lavoro sulla vita e sull’ordine sociale. Il capitale "non e’ una cosa piu’ che non lo sia il denaro…", esso e’ l’antagonismo tra una relazione sociale che vuole imporre il potere assoluto del lavoro sulla vita e la lotta di classe che vuole distruggerlo.

Se le spole dei tessitori tessessero da se’…

"Mutato nomine de te fabula narratur!
Cambiando nome, è di te che si parla nella favola!

Invece della tratta degli schiavi leggi del mercato del lavoro…il mercato del lavoro e’ sempre traboccante di candidati alla morte…Certo, in singoli periodi di slancio febbrile il mercato del lavoro ha rivelato lacune preoccupanti….e allora spedizioni umane venivano consegnate, con le loro etichette come balle di mercanzia, per
via d’acqua, o su carri merci; alcuni si avviavano a piedi e molti erravano sperduti e semiaffamati per i distretti manifatturieri. La cosa sviluppo una vera branca del commercio…questo commercio regolare, questo traffico di carne umana, continuo’, e quegli uomini venivan comprati e venduti con la stessa regolarita’ delle vendite di negri ai piantatori di cotone degli Stati Uniti del sud…tornavano a mancare le braccia. I fabbricanti tornarono a rivolgersi agli agenti di carne
umana… mentre contemporaneamente tutto cio’ che va’ al di la’ di questa determinazione "non puo’ essere detto" e al massimo puo’ venire confusamente alluso o evocato in una dimensione magica o mitica delle parole.

 

 

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