gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!

"il cyberspazio incarna la piu’ alta liberta’ di parola. Qualcuno
potra’ sentirsene offeso, altri potranno apprezzarlo, ma il contenuto
di una pagina Web e’ difficile da censurare. Una volta lanciato in rete
entra a disposizione di centinaia di milioni di persone. Un diritto di
espressione cosi’ illimitato, con dei costi di pubblicazione cosi’
bassi, fa del Web una grandissima manifestazione di democrazia. Tutte
le voci hanno pari opportunita’ di ascolto, o almeno cosi’ predicano
tanto i costituzionalisti  quanto le riviste di affari. Se il Web
fosse una rete casuale, potremmo anche essere d’accordo con loro. Ma
non lo e’.

Quando si considera il Web, la domanda fondamentale non e’ piu’ se le
nostre opinioni possano venire pubblicate: certo che possono e, una
volta on line, diventano accessibili a chiunque, in qualunque parte del
mondo, con una semplice connessione Internet. Di fronte alla giungla di
documenti che si aggiungono minuto per minuto, la domanda cruciale e’
piuttosto la seguente: se lancio un’informazione in rete, qualcuno la
notera?
Per essere letti bisogna essere visibili: una banale verita’ che vale
tanto per gli scrittori quanto per gli scienziati. Sul Web la misura
della visibilita’ e’ il numero di link. Piu’ link puntano alla vostra
pagina Web, piu’ siete visibili.
Se ogni documento in rete avesse un link alla vostra pagina Web in un
attimo tutti saprebbero cio’ che avete da dire. Ma una pagina in media
non ha piu’ di cinque-sette link che puntano ognuno a una delle
migliaia e migliaia di pagine esistenti la’ fuori. Di conseguenza la
probabilita’ che un documento crei un link proprio alla vostra pagina
Web sono prossime allo zero.

Tutti abbiamo interessi, gusti e valori diversi. I link che creiamo
sulla nostra pagina Web riflettono tali differenze. Stabiliamo
connessioni con pagine di ogni tipo, dai siti sull’arte tribale
africana ai portali di commercio elettronico. Considerando che possiamo
scegliere tra oltre un miliardo di nodi, ci si aspetterebbe che la
configurazione finale dei link sia abbastanza casuale, il che
significherebbe il trionfo del modello Erdos Rènyi. Un Web
casuale sarebbe il massimo veicolo di uguaglianza, perche’ la teoria
dei due studiosi garantisce un elevato grado di somiglianza fra i nodi,
tutti dotati all’incirca dello stesso numero di link dall’esterno. Le
nostre misurazioni, pero’, smentirono queste attese (…)

Cosi’ come nella societa’ umana pochi individui, i connettori,
conoscono un numero infinitamente ampio di persone, l’architettura del
World Wide Web e’ dominata da pochi nodi altamente connessi, o hub.
Questi hub, come per esempio Yahoo! o Amazon.com, sono estremamente
visibili: ovunque ci si sposti, si trova sempre un link puntato verso
di loro. Nella rete del Web tutti i nodi poco conosciuti e dotati di un
numero esiguo di link sono tenuti insieme da questi siti altamente
connessi.

Gli hub sono la piu’ netta smentita alla visione di cyberspazio
ugualitario. Certo, tutti abbiamo diritto di mettere in rete cio’ che
vogliamo. Ma qualcuno lo notera’? Se il Web fosse una rete casuale,
tutti avremmo la stessa opportunita’ di essere visti e sentiti.
Collettivamente creiamo in qualche modo degli hub: sono i siti a cui
tutti si collegano. Al loro confronto il resto del Web e’ praticamente
invisibile.(…)

Un universo casuale non ammette i connettori. Se la societa’ umana
fosse una rete casuale, nel modesto campione di persone esaminate da
Gladwell- con la sua media di circa 39 contatti sociali- anche
l’individuo piu’ connesso non raggiungerebbe i 118 contatti. E se il
Web fosse una rete casuale, le probabilita’ che esista una pagina con
500 link dall’esterno sarebbe praticamente zero, a indicare che
una rete casuale non contempla gli hub.(…)

Ci sono persone che sanno trasformare ogni incontro casuale in un
rapporto sociale duraturo e aziende che riescono a trasformare ogni
cliente in un patner fedele. Certe pagine Web rendono il navigatore
schiavo della rete. Che cosa hanno in comune questi nodi della societa’,
degli affari e del Web? Ognuno ha un talento innato, che lo pone
davanti a tutti gli altri. Benche’ sia impossibile trovare la chiave
universale del successo, possiamo studiare il processo che separa i
vinti dai vincitori: la competizione nei sistemi complessi. In un
ambiente competitivo ogni nodo ha una certa fitness. La fitness e’ la
nostra attitudine a stringere piu’ amicizie rispetto ai nostri vicini;
e’ l’abilita’ di un’azienda di attirare e mantenere piu’ clienti
rispetto ad altre aziende; e’ la capacita’ di una pagina Web di farci
tornare quotidianamente sul suo contenuto anziche’ su quello degli
altri miliardi di pagine che si contendono la nostra attenzione. La
fitness misura l’abilita’ competitiva di ogni nodo.(…) In una rete
possiamo assegnare un fitness ad ogni nodo per indicare la sua
capacita’ di competere per i link. Sul Web, per esempio, la fitness
della mia pagina e’ 0,00001, mentre quella di Google e’ 0,2.
" (Link, 2004-A.L. Baràbasi)

L’attenzione giustamente rivolta alle modificazioni che accompagnano
l’attuale fase tecnologica ed economica e’ in  tutta una serie di
posizioni e di ricerche distorta in una rappresentazione di esse in
forma <<pura>>, idealizzata, spogliata dalle concrete
connessioni con gli elementi generali e determinanti, di potere,
dell’organizzazione capitalistica.
Lo "spirito del Capitalismo" evidentemente ha invaso il cyberspazio ma
aspetti caratteristici nuovi assunti dalla sua
organizzazione vengono scambiati come stadi di sviluppo di una
<<oggettiva razionalita’>>. Tutto sembra essere visto, come
scriveva R. Panzieri riguardo all’organizzazione funzionale della
produzione, nella sua forma tecnologicamente <<sublimata>>.
Ci si rappresenta tutto il processo di
creazione della "nuova economia della conoscenza" come dominato dalla
<<fatalita’ tecnologica>>, come un salto oltre la
gerarchizzazione propria delle fasi precedenti di macchinizzazione, che
conduce alla liberazione dell’uomo dalla limitazioni impostegli
dall’ambiente e dalle possibilita’ fisiche.
Lo sviluppo delle nuove tecnologie viene isolato dal concreto contesto
sociale in cui si produce (l’assunzione dell’intera societa’ da parte
del capitale come momento del suo processo di valorizzazione) e
percio’ considerato come il supporto di nuove categorie di lavoratori
che naturalmente porterebbero, come diretto riflesso della loro
professionalita’, la soluzione delle contraddizioni tra caratteri ed
esigenze delle forze produttive e rapporti di produzione.
Il contrasto tra forze produttive e rapporti di produzione appare qui come "non corrispondenza tecnica"…

Si disconosce che le nuove <<basi tecniche>> via via
raggiunte dal capitale nella produzione di plusvalore costituiscono
nuove possibilita’ di consolidamento del suo potere. Cio’ non significa
che non si accrescano nel contempo le possibilita’ di rovesciamento del
sistema ma che queste possibilita’ coincidono con "il valore totalmente
eversivo che, di fronte all’ <<ossatura oggettiva>> sempre
piu’ indipendente del meccanismo capitalistico, tende ad assumere
<<l’insubordinazione operaia>>."

La riduzione della societa’ ad un semplice momento, articolazione, del
processo di valorizzazione del capitale e’ posto anche dal lato delle
condizioni tecniche. L’estensione della legge del plusvalore ad ogni
area della societa’ civile e’ una reazione del capitale, anche
strutturale-oggettiva e tecnica, alle conseguenze distruttive del suo
funzionamento, agli "squilibri" che socialmente minacciano di
trasformarsi in antagonismo, in contraddizioni irrecuperabili.
Nelle "macchine", nel "processo complessivo delle macchine" il lavoro
oggettivato si contrappone al lavoro vivo, come quel potere che lo
domina e in cui il capitale stesso consiste. L’applicazione tecnologica
della scienza serve l’accrescimento del potere del capitale sul lavoro
vivo.

Il fine ultimo del capitalismo e’ la riproduzione delle condizioni
della sua sopravvivenza. "Infine, il primo risultato del processo di
produzione e di valorizzazione e la riproduzione e la nuova produzione
del rapporto tra capitale e lavoro stesso. Questo rapporto sociale, si
presenta in effetti come un risultato del processo ben piu’ importante
del suo risultato materiale".  Il limite del capitale non e’ il
capitale stesso ma l’insubordinazione del lavoro vivo, la sua capacita’
di distruggere il sistema del lavoro salariato, di sottomettere la
produzione ai bisogni sociali e alla volonta’ collettiva dei produttori.
" Senza salariato, dacche’ gli individui si fronteggiano come persone
libere, niente produzione di plusvalore; senza produzione di
plusvalore, niente produzione di capitale e niente capitalisti".

Se
quel rapporto sociale di sfruttamento diventa etereo e infinitamente
mediato non vuol dire che e’ scomparso ma solo che si e’
modificato. Vabbene che le differenze che sono essenziali non vanno
perse per cogliere gli aspetti generali di una questione ma neppure le
differenze vanno assolutizzate confondendo la metamorfosi delle forme
dello sfuttamento con la loro sparizione. Come non ci sono "crolli" o
apocalissi del sistema da attendere neppure c’e’ da attendersi che la
tecnologia del padrone liberi lo schiavo per una sua presunta
evoluzione fatale. Di oggettivo c’e’ solo la resistenza, l’invenzione,
e la lotta dei soggetti che decidono di  non adattarsi allo stato
di cose presenti.
Non e’ una missione ne’ politica, ne’ aziendale…e’ un etica, un modo
di intendere e vivere la propria vita. Non e’ una "fede" e’ una
celebrazione dei fini nei mezzi lungo la via.

Sviluppare "Condivisione sociale" su piattaforme proprietarie, per
quanto immateriali, apre inevitabilmente una dialettica strutturale,
spesso conflittuale, fra una cooperazione di utenti in atto e una
proprieta’ che si organizza per spremerne  contenuti, rubare
processi e ricavare profitti. Ma perche’ allora le piattaforme
proprietarie funzionano? semplice, sono fatte di mezzi e capacita’ che
favoriscono (tralasciamo i puntini sulle i) la condivisione dei
processi di comunicazione, interazione ed espressione individuale, esse
hanno le risorse per fare questo e ovviamente, che ve lo dico a fare,
si aspettano dal tutto un certo profitto o come si dice adesso una
certa redittivita’. La maggioranza degli utenti di per se’ non possiede
ne’ le risorse ne’ le competenze tecniche per creare le proprie
"piattaforme" e farle andare. Ma non e’ solo questo il problema.
Gestire collettivamente "un’infrastruttura" non e’ un impresa facile.
Occorre coordinamento, impegno ecc… in soldoni occorre avere un’altra
cultura, un altro modo di mettersi in relazione con gli altri, un altro
tipo di immaginazione per generare strumenti di democrazia diretta su
scala non micrologica. Difficile pensare che arrivi un mago Merlino
qualsiasi della rete e risolva la questione con qualcuna delle sue
magiche pozioni. Peggio! la cosa diventa alquanto complessa e difficile
se si tiene conto della logica da competizione per il guadagno di
denaro, successo, status ecc che si prolunga nelle persone anche quando
non sono in gioco ne’ denaro, ne’ status, ne’ successo…I
 proprietari delle piattaforme monettizzano la ricchezza sociale
creata dalle comunita’ degli utenti ma, altri convertono nei loro
fantasmi sociali e personali quella stessa ricchezza e non sono meno
sanguisuga dei lor signor padroni…Non mi sembra ci sia grande
differenza tra chi e’ orientato all’accumulazione di denaro e chi
all’accumulazione di prestigio personale o di  micropoteri
immaginari. Forse la moneta non e’ la stessa ma il codice che ripetono
si, ed e’ quello del bacio di Giuda, succede da tempo immemorabile.
Per questo ci vuole un’etica, un’altra cultura e un’altra testa invece
della solita di cazzo che ci ritroviamo. Tutto il resto e’ bla’ bla’
bla’…A meno che, qualcuno tecnicamente estremamente piu’ dotato di
noi plebevirtuale non pensi di proporci un bel giro di business
sostenibile e di egotismo ecologico. Come si dice …mai dire mai.

Si dice che le "reti distribuite" favoriscono la diffusione e la
condivisione di quella risorsa centrale del capitalismo cognitivo,
dell’economia-rete-informazione, che e’ la conoscenza. Minkia che
figata! Sembra che lo spargimento in masse enormi dei mezzi di
distribuzuione di conoscenza e informazione d’incanto possa
trasformarci tutti in geni del trattamento dei flussi d’informazione e
dei metodi di produzione delle merci intellettuali, pardon! volevo dire
del valore d’uso del sapere; sembra che basti un canale o un cavo per
ficcarsi dentro il Web e poi e’ tutto come diceva il vecchio buon Marx
(ma lo diceva davvero?): la mattina vai a pesca e la sera risolvi un
po’ di equazioni di fisica quantistica, nel pomeriggio chatti un po’
con gli amici…, tra una connessione e l’altra dipingi come
Cezanne…Probabilmente, io non ci arrivo…puo’ darsi che sono lo
scemo del villaggio globale…quindi un caso particolare, di quelli che
non fanno testo. Oh! non sara’ che peer to peer (si scrive cosi?) e
proprieta’ privata e classe sono i pilastri del  "capitalismo
sognitivo"?

Macchina tempo, auto-immagine, classe sociale, alienato,
precario, studente, disoccupato, e l’organizzazione e la
produzione della vita e’ sempre, ancoran in mano al capitale e io,
lo scemo del villaggio mi devo ancora sentire parlare di inquietudini
profonde complesse-tanti amplessi per un un complesso e tanti complessi
per un amplesso dell’informazione al servizio dell’economia da gente
che si sente come Cristoforo Colombo quando sbarco nelle indie senza
aver capito di trovarsi in un altro posto, proprio dall’altra parte del
mondo. Drogatevi invece di aspettare che le mele di newton vi sballino
cascandovi in testa per quella famosa legge di cui ancora oggi .., se
ne discute al tg4…Drogatevi! costa meno…
fa figo! impegna ma almeno la smettete di rompere i coglioni con
le vostre facce saccenti da eterni bastonati, virtuali s’intende.

Per tutti c’e’ D.I.O. il dispositivo informatico onniscente. Marx, la
vecchia talpa senza orologio, l’aveva gia’ raccontato un secolo fa’ il
capitalismo, quello che noi chiamiamo nuovo, sarebbe stato
caratterizzato in misura crescente dall’applicazione
della scienza e della tecnologia e delle informazioni nella
configurazione e gestione del processo di produzione: amen!
Come si fa’ adeso? Apppunto, non che cosa ma, come si fa’? Vogliamo
mettere capo ad un analisi simbolica ogni volta che ci parliamo o ci
mandiamo affanculo!? Problema strategico delle nuove intellettualita’
per non dire dei logodipendenti, gente che per un tiro di gloria si
venderebbe anche la madre. I soldati dell’informazione, della
masturbazione flessibile, adattabile, innovativa, diversificata,
decentrata, multiqualificata, verticalmente disintegrata e
orizzontalmente integrata. Mah! facciamo un circolo di qualita’?

Lo spazio e’ infestato da immagini, flussi d’informazione e annunci…,
sovrabbondanza di segnali, eccesso di rumore. La distrazione da se e’
seducente ma non piu’ di un mondo deprogrammato, deideato,
deorganizzato. LsdTv, un’aprospettica sensbilita’ media-farmaco indotta.
Caleidoscopico eco rituale elettronico. Parole macchina, mistica
equivalente dello spettacolo degli orrori di una mente tecnologicamente
intrigata in un fallimento zen multimediale. Leggi di potenza. Un video
caldo ventre di un computer portatile fabbrica d’inconscio, infezione
fascista digitale. Stanno inghiottendo i vostri sensi e rubando i
vostri occhi, stanno bloccando l’autonomia del vostro sistema nervoso.
Galleggiando, curvando, deviando il visibile nell’invisibile, il corpo
pesante in un corpo tenue, sottile, inconsistente. Assorbendo.
Rinchiudendoci in qualce luogo della nostra mente. Riconfezionandoci
formato on-line. Automercificazione affascinante, affabulante attraente.
Manca la gravita’, i volti, i corpi pesanti c’e’ solo la reversibilita’
del tutto, la cancellazione e il trirarsi fuori ad ogni momento. I
consumatori finali sono i consumatori che mangiano se stessi. E’ la
logica del tutto illogica del capitalismo. Nonsense razionalmente
organizzato.
Violenta inazione, personaggi psicotici, il lato più oscuro
della sessualità, realtà confusa e instabile, inquietante
spazio matematico.
Militari marionette e un clima ideale per la crescita aziendale. Il
futuro va istigato come una banda di scagnozzi. Non sei nessuno, sei
nulla, sei un sogno, il prodotto di una mente delusa, una vacanza in
fondo al mare della memoria. Chi puo’ resistere alla poesia?
Bisogna costringere i cittadini a pagare per l’aria che respirano.
Oppressi mutanti lavoratori. Il sublime e’ isterico schizoide: bisogna
salvare la bellezza e uccidere i cattivi. General Electric, Viacom,
News Corporation, Time Warner, Disney, Murdoch’s Corporation…fate un
po’ voi.

<<Cio’ che abbiamo perso suonando, ecco che cio’ che cercavamo!
Di tutto questo non restano che figure e luci, ombre e naschere.
L’insuccesso
della meraviglia. Il titolo del pezzo e’ quello anonimo di molta
pittura del secolo scorso, perche’ qui l’alchimia ha compiuto il suo
corso. Abbiamo avvertito che un’inezia lo distinguera’ per sempre.
Questa sensazione o questa illusione-come preferite- rivendica la sua
normalita’ perche’ QUI noi siamo normali fino all’eccesso. Fino alla
volutta’ d’immaginare una celebrita’ senza pubblico.
Interno con figure e luci, questo e’ il rovescio della medaglia. Sul diritto, in esterno, brilla lo spettacolo con le sue star.

Ice on dance!
prendi la terza via a destra
poi la prima a sinistra
Arriva  in piazza giri al caffe che sai, che sai
prendi la prima a sinistra
poi la terza strada a destra
Butta la tua statua giu’
e resta giu’
resta giu’

So che se fossi pazzo e dopo internato
approfitterei di un momento di lucidita’
Lasciate il mio delirio
mio unico martirio
che faccia fuori meglio un dottore, si un dottore
Credo ci gudagnerei
come gli agitati
in cella finalmente, lasciato in pace
tutto tace.

Area-1978>> 

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