why work? contro l’egemonia del lavoro sulla vita

Il termine "precariato" indica una classe di individui per i quali l’esistenza e’ un problema, le circostanze un mito, la fortuna un’enigma, che non hanno fissa dimora, nessun rifugio; che non appartengono a nessun luogo e si incrociano ovunque; che non hanno alcuna particolare vocazione, ma fanno cinquanta mestieri diversi; che al mattino non sanno dove saranno la sera, che oggi sono ricchi e domani poveri; che sono pronti a vivere onestamente se possono, e a vivere altrimenti se non possono.

Questa classe di individui smarriti e dispersi ogni mattina tritati nella "macchina sociale produttiva" sono uniti, per il momento, solo da una condivisione di fatto: "tutta la vita è lavoro". Oggi nel capitalismo tutto il "tempo di vita" tende ad essere disposto ed impostato come "tempo produttivo". Il tempo che sfugge alla subordinazione capitalista viene progressivamente corroso e disgregato fino a vaporizzarsi. La ri-produzione totalitaria della vita come forza-lavoro impone il lavoro come un fine pena: mai, come un lavoro senza fine.

Nella organizzazione contemporanea del lavoro caratterizzata da intermittenza, flessibilita’, precarieta’ il tempo di  lavoro(tempo-merce-quantitativo-espropriato)tende a coincidere/fagocitare il tempo di vita(tempo vissuto-soggettivo-qualitativo).
Lo stesso tempo di non-lavoro(cioe’ tempo in assenza di lavoro)non si presenta, cosi’ com’e attraversato dalla ricerca spasmodica di un reddito, della sopravvivenza legale-illegale ecc, come "tempo libero"(dedicato ad attivita’ libere-libere dal bisogno e non eterodirette in rapporto negativo o positivo dal lavoro).

Il tempo viene strutturato, contrattato, distribuito, organizzato, decomposto, prodotto, simbolizzato, scandito, trasposto, confuso, concesso e preteso…Il denaro e’ tempo.Tempo flessibile. Lavoro senza orario. Orari atipici.Tempi molteplici.Tempo da vendere.Tempo scomposto.Il ritmo urbano. Ufficio tempi.Tempo televisivo.Tempo di consumo.Tempo produttivo non retribuito. Il tempo intenso della produzione tecnologizzata. Tempo deregolamentato. Il tempo accellerato. Ingorghi temporali.Tempo socialmente necessario. Organizzazione sociale del tempo significa quadro di governo della vita quotidiana delle persone:
"Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa."

Il capitale e’ essenzialmente un rapporto sociale che impone alla maggioranza dell’umanita’ di vendere la propria vita come forza-lavoro-merce, che impone l’egemonia del lavoro sulla vita. Senza il lavoro-forzato, la costante conversione della vita in forza-lavoro-merce, senza una classe di uomini costretta a alienare la propria vita in cambio della sopravvivenza non ci sarebbe il sistema capitalistico. Ci sono voluti secoli perche’ i "liberi" lavoratori si adattassero volontariamente in conseguenza dello sviluppo capitalistico-cioe’ fossero socialmente costretti-a vendere in cambio dei mezzi di sussistenza l’intero loro periodo attivo di vita, la loro stessa capacita’ lavorativa.

La regolazione del tempo è un oggetto decisivo della contrattazione e del conflitto sociale.
Si sa…, che gli uomini innanzitutto devono essere costretti a lavorare nelle condizioni poste dal capitale. Chi non ha proprieta’ e’ piu’ portato a diventare vagabondo, ladro e accattone anziche’ salariato. Quando i proletari resistono o minacciano questa imposizione spesso la societa’ e’ costretta ad introdurre leggi tra il grottesco e il terroristico e a volte sanguinarie per ripristinare una certa disciplina ed etica del lavoro. Simultaneamente il capitale promuove nuove forme di organizzazione del lavoro, cioe’ del comando, attraverso la trasformazione tecnologica del processo produttivo per fare della lotta contro il lavoro, contro il dominio capitalistico, un motore del suo sviluppo.

La socializzazione e generalizzazione del rapporto di produzione capitalistico ad ogni aspetto e sfera della vita non rende tutti i lavori uguali. Ci sono lavoratori che s’identificano col loro lavoro, e si tratta di lavoratori iper-specializzati, che rappresentano una minoranza aristocratica di fronte ad una massa di lavoratori che odiano il loro lavoro, che sono sottoimpiegati-sottopagati; essi nel lavoro vedono solo cio’ che esso realmente e’: coercizione e dominio.

La segmentazione, la frammentazione e individualizzazione del mercato del lavoro negli ultimi decenni ha dilaniato la solidarieta’ proletaria ed ha permesso al capitalismo di recuperare un’enorme potere sulla societa’. L’ideologia di un lavoro individualizzato, portatore di autonomia e liberta’ individuale, la precarizzazione diffusa spacciata per flessibilita’ e trasformazioni strutturali dell’economia hanno diviso i lavoratori, li hanno divisi tra un aristocrazia ipertecnologizzata, lavoratori marginalizzati e precarizzati e figure tradizionali del lavoratore, quelli che hanno ancora un rapporto di lavoro standard, "normale".
Pertanto niente socializzazione delle esperienze di lavoro e niente rivendicazioni e lotte collettive.

Il terrificante rituale del lavoro forzato continua a mettere in scena il suo grave teatro riproducendo giorno dopo giorno, strada dopo strada, in ogni vita singolare la voce austera del discorso capitalista con tutto il suo carico di angosce e impotenza esistenziale, mentre la resistenza proletaria non puo’ che passare contro il lavoro, per un reddito indipendente dal lavoro per l’autodeterminazione del tempo di vita. Del resto finche’ c’e lavoro ci sono classi e lotta di classe. Il lavoro e’ Comando, il potere del capitale di organizzare la societa’ e la vita. L’imposizione del lavoro e’ il fondamento del dominio capitalista e le lotte dal basso per sottrarsi a questa imposizione la base della liberazione proletaria. L’organizzazione sociale del tempo costruisce e distribuisce artificialmente un "tempo-quantitativo-mercificato"
contro un tempo individuale, vissuto soggettivamente.

La precarizzazione, l’intermittenza del lavoro e anche la sua assenza non mette certo in discussione la subordinazione della vita al lavoro, anzi la rafforza.

Attualmente le strategie di controllo/sfruttamento messe in atto dal capitale quali la precarizzazione estrema del lavoro, la frammentazione del mercato del lavoro, la finanziarizzazione del capitale si rivelano contraddittorie. Esse contribuiscono a distruggere e minacciare sia il "tessuto sociale", l’unita’ sociale", che la formazione di "capitale umano" e dunque paradossalmente contribuiscono ad erodere e minare la base umana-sociale del suo stesso processo di valorizzazione.

Questo problema, di crisi di comando capitalista, lo dice la propaganda, puo’ essere risolto solo in forme compatibili con il processo di valorizzazione capitalista…lo ammettono anche le cosiddette "forze di sinistra" riproponendo o il ritorno reazionario a un lavoro fordista o "patti di produttivita’"(connessione dei salari con la produttivita’)alla Keynes, cosa che dovrebbe assicurare intensificazione dello sfruttamento, aumento dei profitti del potere del capitale in perfetta armonia e pace sociale. In particolare in italia, si cerca di combinare la precarieta’ con la restaurazione di un’etica del lavoro, un rilancio del lavoro riproduttivo non pagato con annessa esaltazione del ruolo della famiglia patriarcale e delle donne come ammortizzatori delle crisi e dei costi della forza-lavoro. La strategia e’ in se’ altamente paradossale, ma non tanto, perche’ cerca da un lato di spingere verso il piu’ atavico e brutale sfruttamento della forza-lavoro ed ottenere per tale via un aumento della produttività, disincentivando quindi gli investimenti di tipo tecnologico e dall’altro invece di promuovere proprio una "rivoluzione tecnologica" senza la quale la cosiddetta "competitivita’" del capitalismo italiano ha il fiato corto. Naturalmente questo "salto nel futuro" nella concorrenza globale dev’essere finanziato con ulteriori tagli al salario sociale, alla spesa pubblica…

Insomma siamo alle soglie di un vero e proprio medioevo tecnologico con l’avvertenza che nel frattempo che il "progresso scientifico" aggiornera’ il sistema produttivo i signori che comandano adotteranno i piu’ semplici e terrificanti rituali del lavoro-forzato schierando polizia e militari contro chi fugge dall’oppressione e costruiranno piu’ carceri per chi non si sottomette. L’appello ai valori tradizionali’ rientra in un tentativo di ripristinare il rispetto e la sottomissione alla ideologia dominante del lavoro. E per quanto patetico sia questo tentativo di restaurare "valori tradizionali" in un mondo dove regna la frammentazione per linee linguistiche, di genere, culturali, economiche…dove si e’ compiuta la distruzione delle reti di relazioni basate sul lavoro , e’ certo che questo tentativo fara’ le sue vittime.

Questa insistenza, soprattutto del "riformismo della sopravvivenza" su "patti di produttivita’", "innovazione tecnologica-mancata" ancora una volta mettono in luce i profondi legami, spesso-quasi sempre ignorati dagli euforici sostenitori di nuove societa’ cybernetizzate, fra tecnologia e potere, fra macchina e rapporti di classe. Di per se’ le nuove tecnologie non sono magicamente liberatorie e piuttosto, oltre la propaganda, servono a rafforzare le tecniche del dominio, anche se di un dominio piu’ soft. La "rete", la "rivoluzione informatica", ad esempio, finora piu’ che favorire la "decentralizzazione del potere" e la diffusione della partecipazione si e’ rivelata una potente macchina di accentramento dell’ informazione sociale, dunque degli strumenti di controllo, di sfruttamento delle capacita’ dei lavoratori. Questa "macchina" ha consentito di assorbire produttivamente sia le qualita’ creative che organizzative e comunicative dei lavoratori senza per questo trasformarsi in un apertura sul terreno della liberazione dalle gerarchie sociali.

La vita e l’immaginario sociale e individuale, nonostante le utopie digitali, continuano ad essere centrate sul lavoro, sia pure quello "cognitivo". Il significato della vita e la costituzione di soggettivita’non fa’ un passo avanti e anche sul terreno della "sussunzione reale" rimane essenzialmente basata sul lavoro anche se adesso si chiama "ontologico" e non piu’ di merda ma le macchine costringono a lavorare a morte, ed esistono e si rinnovano, come sempre, per costringere il lavoratore a lavorare sempre piu’ a lungo. Il mercato del lavoro e’ traboccante di candidati alla morte proprio come ieri mentre oggi gia’ prima di entrare nella "conceria" tutto il tempo disponibile del lavoratore e’ configurato come tempo di lavoro, come totalmente appartenente all’autovalorizzazione del capitale.

Il potere oggi ha sviluppato una nuova consapevolezza e adotta strutture di rete flessibili e a livelli come forma essenziale per controllare non solo i processi tecno-economici, ma anche i processi di cooperazione, i modi dell’organizzazione sociale, del lavoro affettivo che crea forme di vita e soggettivita’. Se essi contengono il potenziale per la produzione di una vita al di la’ del capitale e’ anche vero che e’ necessario liberare questa potenzialita’ dala loro interazione economica. Il rifiuto dell’ordine esistente, il rifiuto delle istituzioni e dello stato, la resistenza al capitalismo senza pratica e sperimentazione sociale non ha molto senso, degenera nella riproduzione di un ruolo sterile e politicamente conservatore nella società. Si e’ e si rimane solo alla disperata ricerca di un pubblico, niente di piu’…, o si finisce nella commercializzazione della speranza di rivoluzione e cambiamento sociale nel business delle idee nuove…

I politicanti di sinistra che si situino nel campo rarefatto di un loop novecentesco tardo-fordista o di un certo sentimentalismo keynesiano o di un "pluralismo politico-culturale" che e’ solo la versione idealizzata dello sfruttamento post-fordista e che si dicono tutti contro i venditori di pentole magiche in realta’ non fanno altro che riproporci l’egemonia del lavoro sulla vita. Non smettono di dettare risposte senza sospettare che l’intelligenza e’ una proprieta’ sociale.
La sinistra archeologica non riesce a superare le ragioni della sua sconfitta, la sua originaria contraddizione che fonda la "liberazione" sul lavoro continuando cosi’ a riprodurre infinitamente e di nuovo il comando del capitale sulla vita e sulla societa’. La sconfitta della sinistra delle mummie non cancella ne’ la necessita’ della rivolta, ne’ l’esigenza di un mondo senza capitalismo ne’ del continuo impegno contro il lavoro e le identità che costituisce. Finche’ il lavoro è un mezzo di dominazione i lavoratori lotteranno contro il lavoro.

Purtroppo costretti nella frammentazione e nell’atomizzazione questo "impegno" contro l’egemonia del lavoro sulla vita puo’ manifestarsi solo in rabbiose tendenze "antisociali".
Del resto come scriveva Freud, "due sono le caratteristiche molto diffuse cui va addebitato il fatto che gli ordinamenti civili possono venir mantenuti solo tramite una certa misura di coercizione: gli uomini non amano spontaneamente il lavoro e le argomentazioni non possono nulla contro le loro passioni".
E’ cosa nota che la coercizione al lavoro rende gli uomini esacerbati, vendicativi, intrattabili…, ancora piu’ "intrattabili" diventano quando scoprono che nelle condizioni attuali del dominio sulla natura la "scarsita", il sacrificio opprimente del lavoro forzato, la repressione e l’insoddisfazione sono un prodotto artificiale ed arbitrario dell’ ordinamento capitalista. La societa’ non e’ neutrale.

La civilta’, con lo sviluppo del sapere e del potere raggiunto, non e’ affatto necessario che poggi sulla coercizione al lavoro-forzato. Se cio’ avviene e’ solo perche’ il sistema capitalistico per riprodursi deve ricreare necessariamente quello che e’ il suo presupposto: il lavoro coercitivo. Ora, pero’ chiedere agli oppressi oltre al sacrificio della loro vita all’egemonia del lavoro pure la gioiosa identificazione con la classe dominante, e l’interiorizzazione dei suoi divieti morali ed etici e’ davvero pretendere troppo!

L’auto-organizzazione della lotta dei precari e’ possibile, parafrasando Castoriadis, solo se si tratta di una concreta risposta a necessita’ e situazioni pratiche. Solo se pensiamo che queste persone che agiscono in tali lotte sono in grado di ‘decidere da sole i propri problemi’ e che ciò di cui hanno bisogno è di essere in relazione gli uni con altri nelle stesse condizioni, nella stessa situazione, allo stesso livello.
La capacità dei precari di definire i propri interessi e forme di lotta e’ essenziale per andare oltre la semplice reazione allo sfruttamento, per arrivare ad un rifiuto pratico della riduzione, diretta o indiretta, della vita al lavoro, dell’imposizione del lavoro per riprodurre la vita come lavoro(aree di vita al di fuori del luogo di lavoro che diventano oggetto di una disciplina legata alle esigenze di valorizzazione del capitale).

Il centro della vita non puo’ essere il lavoro. Questo, semmai nella sua forma necessaria non e’ che una delle tante attivita’ umane non certo l’unica e neppure quella predominante.

Il "capitale sociale" comprende non solo la somma dei singoli capitali, ma anche la produzione e la riproduzione della classe lavoratrice e, pertanto, anche le lotte nella sfera della riproduzione sociale.
Il Capitale è un modo particolare di organizzare la vita degli esseri umani. Esso ricrea
continuamente trasformandole ed estendendole le condizioni sociali in cui la maggior parte delle persone sono costrette a vendere il loro lavoro al fine di poter sopravvivere.
In questo sistema sociale e’ centrale la subordinazione della vita al lavoro, la riduzione degli esseri umani a lavoratori.

Il conflitto di classe e’ un’antagonismo irriducibile tra l’organizzazione della società e della vita intorno al lavoro e il rifiuto dei proletari di ri-produrre la propria soggettività come lavoratori dominati dal capitale. E cio’ non solo nella sfera del lavoro immediato ma in ogni attività sociale di cui vive la produzione capitalista. In questo senso la famiglia patriarcale strutturata per riprodurre noi stessi come forza-lavoro, cioè le nostre capacità come capacita’di lavorare per il capitale e’ un centro sociale essenziale della produzione capitalista.-"donna ridotta ad utero, una macchina per la riproduzione di forza-lavoro", al minor costo possibile, nelle mani dello Stato e della Chiesa per conto del Capitale

Nessuna azione rivoluzionaria puo’ dirsi tale se non attacca il regime capitalista del tempo, il fatto che il lavoratore per poter comprare ogni cosa, deve vendere se stesso e la sua umanità.
Il "diritto al lavoro" e’ una cosa che possono apprezzare solo quelli che possono permettersi di non lavorare. Per la gran maggioranza di noi il lavoro e’ lavoro-forzato. Esso si mangia la nostra vita quando c’e e quando sembra assente. Ed e’ davvero subdolo e poco onesto ribattere sulle progressive metamorfosi qualitative del lavoro che incoraggerebbe i lavoratori a identificarsi con il loro lavoro. Se esistono questi lavoratori felici e soddisfatti in cui manifestazione di vita e lavoro coincidono buon per loro! Ma una minoranza aristocratica di schiavi "privilegiati" e "creativi" non fa’ primavera anche se si dice che fa’ "tendenza" e poi per riprendere un vecchio adagio nel lungo periodo saremo gia’ tutti morti e dunque fermiamoci all’ora. Il lavoro nel suo stato attuale è una coercizione del tutto artificiale e per la maggior parte delle persone è estremamente dannoso alla mente, al corpo e allo spirito.

Uniti si vince, divisi ci arrangiamo.

Non puoi sapere che cosa c’è di nuovo fino a quando non si impara ciò che è vecchio!.

"La morte non è la più grande perdita di vita. La più grande perdita è ciò che muore dentro di noi mentre viviamo"

"Sono un fautore delle dieci ore di lavoro alla settimana."
Anonimo programmatore computer Silicon Valley

"tutte le vecchie ideologie sono conservatori perché credono nel lavoro"
                                         Bob Black
"Noi non vogliamo la "piena occupazione", vogliamo la piena vita!"
"Il modo migliore per eliminare la disoccupazione è abolire il lavoro"
                                        disoccupati francesi-1998  

Why work? in effetti…!                                    
                                 
-L’economia politica: "considera il proletario, cioè colui che senza capitale e senza rendita fondiaria vive unicamente del lavoro, di un lavoro unilaterale ed astratto, soltanto come lavoratore. Essa può quindi sostenere il principio che egli, al pari di un cavallo, deve guadagnare tanto che gli basti per poter lavorare. Essa non lo considera come uomo nelle ore non dedicate al lavoro, ma affida questa considerazione alla giustizia criminale, ai medici, alla religione, alle tabelle statistiche, alla politica e alla polizia."
"Nello sviluppo dell’umanità che senso ha questa riduzione della maggior parte dell’umanità a lavoro?(…)Se una volta per appagare una determinata quantità di bisogni materiali occorreva un certo dispendio di tempo e di energia umana che in seguito è diminuito della metà, si è nello stesso tempo allargato di altrettanto il margine per la creazione e il godimento spirituale, senza alcun pregiudizio degli agi materiali… Ma anche nella distribuzione della preda che noi strappiamo al vecchio Cronos sul suo stesso terreno, chi decide è ancora il dado del caso cieco ed ingiusto.(…)"

L’attuale regime economico «abbassa ad un tempo e il prezzo e la rimunerazione del lavoro, perfeziona il lavoratore e degrada l’uomo. La storia dell’economia politica e’ la storia idealizzata di una guerra civile permanente tra vita e lavoro all’interno di una guerra di concorrenza i cui eserciti: "Non per disciplina né per dovere sopportano le fatiche che sono loro imposte, ma soltanto per la dura necessità di fuggire la fame. Non hanno né attaccamento né riconoscenza per i loro capi; i quali non hanno per i loro sottoposti nessun sentimento di benevolenza; non li conoscono come uomini, ma solo come strumenti della produzione, che devono rendere il più possibile e costare il meno possibile."

Queste masse di uomini-merce, sempre più premuti dalla necessità non hanno neppure la tranquillità di trovar sempre un’occupazione; l’industria del denaro li fa vivere soltanto se ne ha bisogno, e non appena può sbarazzarsene, li abbandona senza darsi il minimo pensiero; e i lavoratori sono costretti ad offrire la loro persona e la loro forza al prezzo che gli si vuol accordare. E tanto meno sono pagati quanto più il lavoro che gli si offre è lungo, penoso, disgustoso; si vedono taluni che con un lavoro di sedici ore al giorno, in stato di fatica continuata, si acquistano a mala pena il diritto di non morire.

Il capitale è dunque potere di governo della vita sulla base della illimitata imposizione di lavoro. L’ oggetto dell’ economia politica non e’ affatto la < produzione di valori materiali > ma i rapporti sociali tra gli uomini i cui presupposti sono continuamente riprodotti dal capitale come condizione della sua conservazione.

"Infine, il primo risultato del processo di produzione e valorizzazione e la riproduzione e la nuova produzione del rapporto tra capitale e lavoro stesso, tra capitalista e operaio.
Questo rapporto sociale, rapporto di produzione, si presenta in effetti come un risultato del processo ben piu’ importante del suo risultato materiale."

…il lavoro è l’uomo completamente perduto a se stesso.(…)L’operaio produce il capitale, il capitale produce l’operaio, e quindi l’operaio produce se stesso, e l’uomo come operaio, come merce, è il prodotto dell’intero movimento. Per l’uomo che non è altro che operaio, per l’uomo in quanto operaio, le sue caratteristiche umane esistono soltanto in quanto esistono per il capitale a lui estraneo."
"L’esistenza del capitale è la sua esistenza, la sua vita; e parimenti essa determina il contenuto della sua vita in un modo che è a lui indifferente."

"La produzione produce l’uomo non soltanto come una merce, la merce umana, l’uomo in funzione di merce; ma lo produce, corrispondentemente a questa funzione, come un essere tanto spiritualmente che fisicamente disumanizzato. Immoralità, mostruosità, ilotismo degli operai e dei capitalisti. Il loro prodotto è la merce cosciente dì sé e per sé attiva… la merce umana…"
"semplice uomo da lavoro".
 

 

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