Domenica, Dicembre 02, 2007

intossicati dallo spettacolo

Gli esclusi, scriveva Vaneigem, per le necessita' della propria sopravvivenza sono costretti, loro malgrado, a collaborare alla propria esclusione e a riprodurla. Per sopravvivere essi non hanno altro che questa possibilita'  e se anche fa durare la loro esistenza svuotandola di ogni contenuto finisce per acquistare un senso positivo(rovesciamento di ottica, sinistro e comprensibile-dice Vaneigem). Per restare vivi nello sfruttamento gli esclusi rafforzano continuamente il diritto di proprieta' che li definisce come sfruttati e li perpetua in questa condizione di miseria umana.
Lavorare per un padrone, sottomettersi ecc. diventano cosi' il prezzo appena contestabile della sopravvivenza.
L'escluso si sforza col proprio lavoro di assicurarsi la sopravvivenza: egli vi riesce tanto meglio quanto piu' si identifica con gli interessi del padrone-"egli non conosce gli altri non-proprietari se non attraverso i loro sforzi identici ai suoi..."
Quando la volonta' di sopravvivenza degli esclusi, superando il livello di una vita totalmente sordida,  emerge al livello dell'apparenza, mette in gioco  l'identificazione con la volonta' del padrone. 
Nella "mistica capitalistica" il proprietario riconosce a ciascuno il diritto astratto di possesso.
E con questa credenza rafforza il meccanismo dell'identificazione negli esclusi  e legittima il suo potere per se' anche contro gli altri proprietari.  Ma il padrone, in questo caso per esempio Berlusconi, che si presenta come "servitore del bene pubblico e garante della sicurezza comune" incorona la sua forza col prestigio. Al sacrificio reale del non-proprietario il nano-proprietatio risponde con il sacrificio apparente della sua natura di sfruttatore e proprietatio; egli si esclude miticamente dalla proprieta' e si pone al servizio di tutti e del mito, di Dio come del suo popolo.
"Con un gesto ulteriore, con una gratuita' che lo avvolge di un'aurea meravigliosa, egli da' alla rinuncia la pura forma di realta' mitica; rinunciando alla vita comune, egli e' il povero in mezzo alla ricchezza illusoria, colui che si sacrifica per tutti mentre gli altri non si sacrificano per se stessi(...)Egli cosi' diventa' il punto di riferimento vivente di ogni vita illusoria, la piu' alta scala tangibile dei valori mitici. Allontanandosi dai comuni mortali, e' verso il mondo degli dei che egli tende, ed e' la sua partecipazione piu' o meno riconosciuta alla divinita' che, al livello dell'apparenza, consacra il suo posto nella gerarchia degli altri proprietari."
Per quanto il sacrificio apparente del proprietario possa volgarizzarsi in esso risuona  sempre e ancora il mito che unisce, risolve le contraddizioni, genera l'armonia che ingloba proprietari e non-proprietari nel concetto di "sorte comune"( immagine idealizzata della condizione umana...).
Il sacrificio apparente del proprietario come risposta alla vita sacrificata degli altri in una sorta di "opacita' mistica"  cerca di risolvere l'opposizione irriducibile di classe nel mito.
Naturalmente il "mito", nella sua degradazione storica, diventa una politica di salute pubblica; una tirannia che impone la sua struttura interpretativa in cui il vissuto si definisce solo ed esclusivamente nella dialettica di "sacrificio e ricompensa"; ontologia della negazione di se'. Tutti quelli che aspirano a cambiare condizione e pelle trovano di fronte a loro il riflesso illusorio della loro partecipazione alla proprieta'; riflesso caricaturale del loro sacrificio reale.
La "nobilta'" del sacrificio, l'uno mitico e l'altro reale, assolve tutti. Essa si irradia nella trascendenza di un regno immanente e si offre ai servi. Giustizia, dignita', liberta', grandezza...diventano "la zavorra grazie alla quale il potere si mette fuori tiro".
La "sinistra", intossicata dallo spettacolo, vuole nient'altro che "democratizzare" il sacrificio mitico , quasi aristocratico del padrone e chiama al sacrificio non meno mitico in nome di nuovi padroni-di sinistra; di un potere che "fucilera' i lavoratori in nome dell'umanesimo".
L'umanesimo di "sinistra"  e' indissolubilmente legato alla nozione del sacrificio; un'etica della pena e del lavoro dove la proprieta' degli uomini e delle cose  si rimette in una trascendenza universale.
"il potere gerarchizzato non si concepisce senza trascendenze, senza ideologie, senza miti. Il mito della demistificazione e' d'altra parte pronto a prendere le consegne, basta omettere, molto filosoficamente, di demistificare con le azioni. Dopo di che, ogni demistificazione, opportunamente sterilizzata, diventa indolore, eutanasiaca, umanitaria insomma...-Demistificare i demistificatori."
L'appropriazione privata(appropriazione delle cose mediante l'appropriazione degli esseri umani) implica l'organizzazione di un'apparenza in cui sono dissimulate le contraddizioni:
"occorre che i servi si riconoscano come riflessi degradati del potere...rafforzando cosi' la loro sottomissione. Occorre che il padrone si identifichi col servitore mitico e perfetto di un Dio, una trascendenza."
Al sacrificio reale degli esecutori risponde il sacrificio mitico dei manager(sic!)
Dalla comune alienazione nasce "l'armonia sociale", un'armonia negativa la cui unita' fondamentale risiede  nella nozione di sacrificio.
Nella sua ascesa la borghesia ha "attaccato frontalmente l'organizzazione mitica dell'apparenza" andando a colpire il punto nevralgico del potere gerarchizzato sotto qualunque forma. La borghesia  nella sua fase ascendente ha desacralizzato il mito e ha cosi' dovuto poggiare il suo potere sul vuoto lasciato dalle strutture mitiche unitarie. Questo potere si e' ritrovato sbriciolato, contestato senza tregua, costretto ad una risacralizzazione di secondo grado, "debole" dell'appropriazione privata, nello spettacolo. Le nuove "visioni unitarie" nelle loro forme povere e parcellizzate si sono dovute inscrivere nel "futuro di maggior benessere", nel "sole dell'avvenire che sorge sul letamaio del presente"...in pallide copie del mito sacralizzato e divino.  Vainegem diceva che il "mito desacralizzato" e laicizzato della modernita' non ha piu' come regista Dio ma al suo posto di volta in volta la scienza, la tecnica, il benessere ecc. e che le leggi capricciose dell'economia prendono il posto della provvidenza e al ruolo mitico giocato da ciascuno sotto i riflettori divini si e' sostituita una moltitudine di ruoli le cui maschere per restare umane devono sacrificare la vita reale.

"Lo spettacolo non e' altro che il mito desacralizzato e parcellizato".

La "sinistra" si conserva anch'essa nel mito del sacrificio e di un'opposizione  parcellizata che non ha una visione e un concetto di totalita'. Questa "opposizione" concentrandosi su aspetti particolari diventa una caricatura degli antichi e irriducibili antagonismi . Adesso la "liberazione" si misura in gadget e comfrot e in identificazioni catartiche dell'impotenza e del ricatto della sopravvivenza. I riformisti vogliono ridurre "la distanza fra i pianerottoli", i "ribelli" battono con impazienza il pugno sul tavolo(l'utopia astratta e' troppo facilmente conciliabile con tutte le tendenze mefistofeliche della societa').

"chi ha con se' il pubblico che ride, non ha bisogno di fornire dimostrazioni"

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