fabbrika totale

 
Nelle piu' recenti discussioni intorno alla "crescita economica"  un ruolo rilevante viene attribuito al tessuto sociale e istituzionale  dei fenomeni economici. Si parla di "capitale sociale"  facendo riferimento alla dimensione relazionale e ai valori, istituzioni, comportamenti  che regolano le interazioni fra gli individui e i legami sociali che garantiscono sviluppo economico.«Il futuro economico di una nazione è legato alla sua dotazione di capitale umano e di capitale sociale, molto di più di quanto non sia alle strade e ferrovie e ai macchinari di cui dispone (al Sole 24 Ore.com Tito Boeri, docente all'università Bocconi )

«Mentre il capitale fisico fa riferimento agli oggetti materiali e il capitale umano alle caratteristiche degli individui, il capitale sociale si riferisce alle relazioni fra le persone – reti sociali e regole di reciprocità e mutua fiducia che ne derivano. In questo senso il capitale sociale è strettamente connesso a ciò che alcuni chiamano “virtù civica”. La differenza è che il “capitale sociale” richiama l'attenzione sul fatto che la virtù civica è assai più solida quando è radicata in una significativa rete di relazioni sociali di reciprocità. Una società di individui virtuosi ma isolati non è necessariamente ricca di capitale sociale»
(Robert Putnam- Bowling Alone)

[  il capitale umano è compreso negli individui, il capitale sociale è compreso nei rapporti sociali-relazioni fra individui  orientati su norme comuni di reciprocita' e di fiducia-individui che interagiscono possono creare capitale sociale ecc..]

Viene sempre piu' riconosciuta da parte di molti studiosi  l’importanza della struttura sociale e politico- istituzionale di un territorio, di una societa' ai fini della crescita economica:  il capitale sociale viene considerato una forza produttiva rilevante ai fini del rendimento economico. Il capitale sociale è l' insieme degli atteggiamenti e disposizioni mentali che favoriscono la cooperazione sociale essenziale alla crescita economica (coesione sociale).
Un fattore strategico per l' utilizzo produttivo di una "rete sociale"  e'  la comunicazione: scambio di informazioni-identificazione dei problemi-controllo dei conflitti…

Il capitale sociale viene specificato come l' insieme delle proprieta'  (quali valori comuni, fiducia reciproca, capacita' delle persone di mettersi in rete e di interagire ) che abbassano i costi di coordinazione e cooperazione quindi  che aumentano il rendimento collettivo. Il capitale sociale in sostanza interessa le qualita' relazionali d' insieme  di un "gruppo sociale", di un territorio, di una citta', di un' organizzazione che consente di perseguire efficacemente obiettivi economici/di-potere.
Una " rete sociale" e' una condizione e una forma organizzativa del processo produttivo che favorisce l' innovazione avendo a differenza di "strutture gerarchiche"  una potente capacita'  di  interpretare i cambiamenti  e di dare risposte creative ad essi (mutamenti sociali, culturali, di mercato, tecnologiche ecc)

Dalle reti di interazione sociale (costruite su valori di fiducia/reciprocita') emergono risorse che condizionano/permettono di raggiungere risultati e obiettivi economici attraverso l' acquisizione di conoscenze elaborate in modo colletivo.

Questo riconoscimento della mutua interdipendenza fra "sviluppo economico" e societa', del ruolo produttivo delle "reti sociali"  spesso viene nascosto dietro frasi come : "rafforzare il carattere morale del paese",  "formazione del carattere dei giovani e riforma della scuola…", " i fondamenti sociali e morali e religiosi della  nostra comunita' nazionale",  "deterioramento della coesione sociale", "obbligo morale verso la comunita'"…

La concentrazione territoriale di capitale umano e sociale  influenza il rendimento e l' innovazione economica.
Questa organizzazione sociale del profitto privato include una combinazione complessa di reti sociali, reti di comunicazione e relazioni sociali ( capitale sociale relazionale): è evidente che nel "contesto relazionale sociale" si trovano una ripartizione complessa di conoscenze potenzialmente codificabili  in informazioni, in  "nuove idee" per nuovi prodotti e nuovi servizi (chiamatele pure merci) …

[ la forza produttiva sviluppata dall' operaio come operaio sociale diventa forza produttiva del capitale…questa potenza e' trasferita nella societa' moderna al capitalista sia che si presenti come capitalista singolo, sia che si presenti come capitalista collettivo…ma "non e' la cooperazione capitalistica che si presenta come una forma storica particolare della cooperazione, ma e' proprio la cooperazione di per se' che si presenta come la forma storica peculiare del processo di produzione capitalistico, che la distingue specificatamente"-K.Marx
La cooperazione e' la forma fondamentale del modo di produzione capitalistico, che resta alla base di tutte le sue forme specifiche, sino alle piu' evolute: essa, infatti, e' alla base dello sviluppo della forza produttiva sociale del lavoro, che si presenta, allo stesso tempo, come forza produttiva del capitale. La cooperazione nella sua forma capitalistica e' dunque la prima, basilare espressione dela legge del plus-valore.-(2*)]

Le "comunita' virtuali"  che effettuano scambio di informazioni e che creano conoscenza (anche informalmente)  sono sicuramente il modello che rende meglio la relazione fra comunicazione e capitale sociale. Esse costituiscono "reti informali" caratterizzate dalla capacita'-potenziale ed attuale- di coordinazione/diffusione/oggettivazione-codificazione/ di conoscenza e informazioni e di favorire la partecipazione cooperazione nonche' il consumo[. il ruolo delle reti sociali e del capitale sociale nella determinazione del modello del consumo].Dunque sono strumenti di costruzione di "capitale sociale".
Del resto Internet non e' piu' una nicchia elettroecologica per poche specie di utenti e sono milioni le persone che quotidianamente e ordinariamente si "mettono in linea": le "Comunità virtuali" tendono a trasferirsi anche nel "mondo reale"  collegando-connnettendo le persone in reti sociali individualizzate e flessibili piuttosto che in gruppi fissi.

L' effetto delle "reti locali di comunicazione" sulla formazione di "capitale sociale" si riferisce, oltre gli aspetti ideologici, alla natura ed alla qualità dei legami sociali che gli individui o le Comunità possono mobilitare ai fini del rendimento economico
Nessuna societa' puo' vivere unicamente di autorita', regolamenti, di norme , di ingiunzioni…indebolite le forme tradizionali di "capitale sociale" [ reti convenzionali: partiti politici, sindacati- vita di comunita' – scuola-istituzioni-chiese-famiglia-collocazione produttiva/sociale ecc.] si cerca di costruire attraverso le tecnologie della comunicazione nuove forme di capitale sociale informali, fluide, comunque orientate alla "partecipazione" , alla "collaborazione"  a diversi livelli di realta' :

Secondo la Banca Mondiale a "macro-livello"  il capitale sociale si riferisce alle istituzioni, ai rapporti ed alle norme che modellano la qualità e la quantità delle interazioni sociali, in questo senso  il capitale sociale non e' la semplice  somma delle istituzioni che compongono una societa'  ma e' il legame, la coesione che la tiene insieme. Sul micro-livello, il capitale sociale è l' interazione/connessione attiva fra individui sulla base della fiducia, la comprensione reciproca, e valori  e comportamenti comuni che permettono l'azione cooperativa.
Il capitale sociale in ogni caso riguarda l' idea che esiste una risorsa produttiva che emerge quando le persone entrano in connessione, si relazionano sulla fiducia scambiandosi esperienze informazioni, analizzano problemi e cercando soluzioni comuni…quando nelle loro interazioni sono spinte da motivazioni  sociali/individuali non legate direttamente a ritorni di carattere economico.

La " rete" corrisponde alle nuove formazioni organizzative/economiche  basate sull'uso dominante dei mezzi di comunicazione network-sociali. La rete come modello organizzativo e' caratteristica dei settori economici più avanzati,
delle società altamente competitive così come dei movimenti sociali.
[Il capitale sociale contiene sia la rete che i beni che possono essere mobilitati attraverso quella rete]

Fuori dalle metafore degli apologeti del sistema il capitale sociale e'  “una risorsa che può essere accumulata e la cui  disponibilità permette di generare valore. Gli studiosi si stroncano il cervello a forza di cercare dei parametri di misurazione/quantificazione piu' o meno validi del capitale sociale fallendo ma sicuramente continuano a nutrire la certezza che questo "valore" effetto dell' interazione sociale si puo' "accumulare" in funzione della logica del profitto.La funzione economica del capitale sociale è quella di ridurre i costi di transazione connessi con i meccanismi convenzionali di coordinamento/cooperazione come i contratti, le gerarchie, le regole burocratiche…
L' enfasi posta sulle nuove tecnologie della comunicazione-mediata da macchine digitali-sottolinea che se e' evidente  che nessuna rete sociale e' possibile in  assenza di processi di comunicazione collettiva e' altrettanto chiaro  che con le nuove tecnologie digitali questi processi diventano molto piu' flessibili, efficaci, veloci…
Tuttavia la risposta "produttiva" di una "rete sociale" dipende dalla esistenza o dalla capacita' di creazione (processo molto complesso e lungo) di un vocabolario, una gamma di significazioni,  di "senso comune" delle persone che interagiscono e non e' un caso che spesso, produttivamente parlando rispondono meglio le "reti localizzate" o "territoriali" che dispongono gia' di una "comune identita' collettiva"…

Una tecnologia specifica può essere organizzata con differenti disegni sociali….
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"Ma e' tempo che dica qualcosa in generale sull' organizzazione-umana stessa, come (co) risorsa calda e mezzo freddo, anczi, come il principale dei mezzi, come in generale la si considera oggi, nella odierna civilta'.
Tanto piu' se si fa' un' altro passo e si intende poi l' organizzazione scientifica, ovverosia quella fondata sulla razionalita' scientifica,  piu' o meno aperta sul basso all' innovazione; oltreche' strumentale. Ed essa nel sistema capitalistico contiene gia' in se la cooperazione organica e quindi da sempre contiene un mare di comunicazione, che cresce.( che non vuol dire affatto essere cognitivisti)

L' organizzazione-umana si intende in questo nostro sistema sociale come una <cooperazione-umana sinergica in maniera organica (ossia basata su ruoli differenti e quindi su capacita' specifiche) e potenziata da tutti gli altri mezzi, ordinata verticalmente per gerarchia- e cosi' piuttosto piramidale- ed orizzontalmente per differente competenza, per il conseguimento di fini in qualche maniera comuni>.
Questa parte della definizione ("ordinata per gerarchia e per competenza") evidenzia proprio i due principali motivi di orrore ricorrenti nell' area ideologica che si dice underground e pure una certa presunta sinistra (ma anche in una speculare destra): la gerarchia e la competenza differente ovvero la specializzazione, quand' anche relativa.

La domanda che ci si puo' fare al riguardo e retrostante allora e':
esiste un' altra modalita' di organizzazione-umana, rispetto a quella che si configura nella precedente definizione?
Una modalita' di cooperazione umana sinergica e cosi potenzialmente, potentemente potenziante magari come questa, ma differente da questa? Qual'e? La rete telecomunicativa orizzontale? Perche'? Se c'e bisogna dirla.

E se mai non esistesse, puo' essere ilcaso di sacrificare il potenziamento che questa offre ad altro? A cosa? E quindi conviene indebolire l' organizzazione per renderla compatibile con altre risorse e contro-risorse? O rinunciarvi?
Nella prospettiva ipercomunista? Dipende…: bisogna esplorare, sperimentare, immaginare, conricercare….(…)
Vorrei en passant far notare subito che questa definizione dell' organizzazione che ho appena avanzato vale anche per il mondo naturale, nel quale le creature raggiungono spessissimo i loro scopi con una sinergia basata su una gerarchia, su livelli gerarchici, e differenze di capacita' combinate fra loro.
Sono proprio Maturana e Varela a confermarcelo, e Morin, e gli stessi Deleause e Guattari che usano esplicitamente i livelli gerarchici di realta' nelle loro rappresentazioni, modellistiche! ( Malgrado quello che dicono gli autori introducendolo, "Mille piani" contiene un modello:  gerarchico e piuttosto arboreo, ben poco rizomatico, parecchio rigido, e persino abbastanza fuori dalla storia e dalla storicita' cosi' immutabile, e metafisico, nonche' ontologico, e secondo molti (fra cui Toni Negri) ancora abbastanza strutturalista, malgrado certi intenti antistrutturalisti degli autori (collocati nel posstrutturalismo francese), senz' altro piu' strutturalista del mio, che a mio parere lo e' ben poco…..o per nulla).
Ma torniamo ai due orrori:

-Gerarchia e differenti competenze

Nell' impresa odierna , abbassata e quindi un poco de-piramidalizzata e quindi un poco orizzontalizzata o in corso di diventarlo (vincendo o dovendo vincere molte resistenze, anche dei padroni arretrati), persistono tenacemente e si riproducono e trsferiscono nella nuova fase capitalistica in fieri  almeno quattro differenti gerarchie: 1) gerarchia retica, 2)la gerarchia tecnica di coordinamento che facciamo coincidere anche con un momento tecnico di controllo, e magari con quella ancora abbastanza tecnica  di direzione; e fin qui abbiamo la "sub-gerarchia tecnica". 3)la gerarchia di comando, e 4) la gerarchia di salario e di status ( di natura piu' politico-ideologica e cosi' motivante oltreche' distributiva)-che concerne anche molto lavoro solo formalmente autonomo.(…)

poiche' l' intera societa' sistemica e' organizzata ha forma  e tutt' oggi funzione di grande cooperazione organizzata; quindi tutta la societa' e' gerarchizzata. Anche il consumo. Malgrado, che soprattutto nella tele-cooperazione de-spazializzata e' cosi' piuttosto invisibile, i suoi membri non ne siano consapevoli. Tanto piu' allora se tutto il sistema in tutti e quattro i suoi "grandi ambiti" (lavoro/artefattura, consumo distruttivo, e consumo riproduttivo, politico-istituzionale) si fabbrichizza ed impresizza (sussunzione effettiva…)
Allora stando cosi' le cose bisogna che noi discriminiamo fra queste differenti gerarchie, e non che le condanniamo in bllocco. Pero' non dimentichiamo comunque che nel sistema capitalistico tutte e quattro le gerarchie operano, in differente ambivalenza, come funzionali al dominio. Il che pero' significa che hanno costi politici ben diversi nella direzione dell' ipercomunismo. Percio' noi discriminiamo fra loro.

Allora queste quattro (almeno) gerarchie aziendali hanno tutte e quattro una forma piuttosto piramidale; ma possono esserepiu'  rigide o piu' fluide, piu' verticali o ribassate, come nell' organizzazione "snella"  iperindustriale.
Ed esse possono sovrapporsi l' una all' altra e quasi coincidere fra loro; ma analiticamente e' fondamentale distinguerle sempre, perche' il rischio di essere fregati per noi e' maggiore laddove  si mostrano coincidenti.
(…) Sempre stando cosi' le cose, per dire qualcos' altro sulla differenza funzionale (anche al dominio) fra loro di queste quattro distinte gerarchie proprie dell' organizzazione odierna, bisogna dire qualcosa  sulle seguenti differenti funzioni sistemiche diagonali proprie dell' organizzazione dell' impresa:
1) coordinamento retico o no,  2) controllo, 3) direzione ; queste sono funzioni tecniche, neutrali,
4) Comando e 5) differenziazione verticale gerarchica dello status sociale e del reddito ( e ne faccio la risorsa del dispotismo); queste ultime due sono invece funzioni politiche, di parte.

-Reti e coordinamento:
Cominciamo dalle reti. Se noi poniamo una rete di reti, o solo una rete di nodi interconnessi, abbiamo gia' due livelli verticali; quello della rete e sotto quello dei nodi. Se poi parliamo di una "rete-di-reti"  i livelli sono gia' almeno tre; quello della meta-rete, quello della rete, e quello dei nodi ( che spesso si conviene pensare ciascuno come una sub-rete). Livelli eterarchici, ossia in cui non e' necessario che l' uno si trovi sopra e l' altro sotto? Il fatto stesso che ho potuto introdurre i prefissi "meta" e "sub" lo fanno dubitare. Infatti anche in una "rete-di-retine" o anche in "retina -di-retine" l' architettura su questi due livelli (almeno) ci mostra  gia' di solito ciascun suo meta-nodo interconnettersi con una retina sottostante particolare. E cosi' c'e gia' una gerarchia. E questa e' il primo grado di un' architettura gia' un poco piramidale. In un' organizzazione vasta e complessa dalla gerarchia non si scappa. E in fondo si vede che per scambiare qualcosa in aree piu' vaste, molti nodi della sub-rete vanno a confluire in quello rispettivo ma unico della meta-rete, e cio' succede spesso quando il numero dei nodi sottostanti raggiunge una certa soglia quantitativa.
Noi chiamiamo col telefono orizzontalmente qualsiasi fra milioni di numeri, si, certo, ma lo facciamo passando attraverso delle centraline ( che stanno a livello gerarchico superiore rispetto a quello dei singoli telefoni) e attraverso piu' livelli gerarchici di centraline. Non solo per ragioni di costo. Analogamente via etere…
Certo ora questa soglia che fa scattare dei coordinatori soprastanti sembra essersi abbastanza ampliata grazie a certe tecnologie, anche intelligenti. E' vero. Tuttavia oltre una certa soglia ampliatasi, tuttora per allargare ulteriormente gli scambi , quand' anche interattivi e biredirezionali , bisogna salire all' altro soprastante livello gerarchico e costruirlo se non c'e, e passare di li.
 E questa in un' organizzazione per sua natura  puntante alla sinergia cooperativa, diviene una questione di tele-coordinamento, e quindi un aspetto particolare di una "gerarchia-di-coordinamento", dentro una rete.

Una  cosa importante da notare e' che le reti  a loro volta possono benissimo essere incluse e contenute all' interno di  piramidi, e per grandissima maggioranza delle reti  finora esistenti e' proprio cosi'. Reti comunicative dentro strutture organizzate a piramide. E infatti la rete in se' non garantisce  che poi non ci si trovi al di sotto di un vertice che comanda.
Bisogna allora considerare anche qual e' il contesto effettivo con cui la rete scambia ed eventualmente la utilizza o anche la sfrutta. Ed agire su questo. Inoltre la rete di comunicazione e basta, di tele-comunicazione e basta, non e' una rete-di-coordinamento.
Diventa rete-di-coordinamento solo se essa serve davvero a coordinare. L' organizzazione richiede reti e telereti di coordinamento  e non di mera comunicazione. Quindi senza il tele-coordinamento la rete (organizzata) non e' essa stessa un' organizzazione.

-Gerarchia di coordinamento.
Il coordinamento e' proprio di ogni cooperazione, anche cooperazione semplice, con un' ampiezza minima: tanto piu' in quella organica avente un minimo di complessita; succede cosi' perfino nell' agire di un unico agente, il quale deve pure coordinarsi se vuole agire con efficienza, o no?
Ed e' proprio l' irriducibile coordinamento a garantire la sinergia, dando a ciascuno l' ordine comune che le combina e le integra in una unica meta-attivita' e cosi' potenziata. Cosi esso e' indispensabile la' dove, anche orizzontalmente, l' attivita' e' divisa e reintegrata in un' unica attivita' collettiva. Esso coordinamento puo' essere fatto da agenti sullo stesso piano, ossia alla "pari". Ed e' bene che si tratti di auto-coordinamento.
Il coordinamento in se' e' del tutto neutro. E' "tecnico". Ma puo' essere sottomesso a scopi politici…Onde bisogna stare bene attenti e predendere precauzioni adeguate.
C' e inoltre -pare-tuttora una regola (anche di natura) secondo la quale al di sopra di una certa soglia numerica delle azioni da ordinare e integrare nella sinergia, per coordinarsi orizzontalmente bisogna inventarsi un livello soprastante, cosi' e' necessario verticalizzarsi almeno un minimo. Paradosso. Occorre autostratificarsi se si vuole autocoordinarsi orizzontalmente, oltre una certa soglia numerica, quantitativa; ampliata ma non certo abolita dalla telecomunicazione.
Ossia ogni circa trenta, quaranta, cinquanta agenti bisogna mettere un coordinatore al di sopra della rete orizzontale perche' per coordinare si deve avere una visione complessiva. Ed ogni altri trenta/cinquanta coordinatori bisogna porre un meta-coordinatore di secondo grado.
E cosi' si pongono livelli di coordinamento sovraordinati, in una gerarchia di coordinamento.
Nondimeno la gerarchia di coordinamento anche verticale di ruoli differenti rimane in se' una gerarchia di "agenti alla pari".
Chi svolge il ruolo di coordinatore, sia di primo che di superiore livello, deve essere uguale agli altri nel potere, nel prestigio, nella renumerazione eventuale.
Ci saranno differenze fra le persone, come ci sono anche fra i coordinati, ma esse non devono dar luogo ad una gerarchia- di-status.
 Questo! Le decisioni di questo ruolo di coordinatore hanno tanto piu' importanza sull' insieme quanto piu' alto e' il livello di  coordinamento di cui fa' parte il coordinatore.
Bisogna allora operare un controllo democratico di tutti sul coordinatore, e ruotare in questi ruoli: tutti devono ruotare a fare i coordinatori, e farlo temporaneamente.
E questo implica anche un' altra importantissima cosa: che l' indispensabile ed ineliminabile coordinamento, senza il quale non puo' aversi organizzazione,non puo' essere attuato per contagio, per contaminazione e per proliferazione( a differenza della formazione….)

-coordinamento.

(…) il coordinamento e' una funzione "tecnica" necessaria anche fra pari se si deve cooperare con un minimo di sinergia, ed in se' e' neutrale. (…)le esigenze di coordinamento, e di una gerarchia di coordinamento, essendo irriducibili, ineliminabili, spesso sono sfruttate a pretesto per sovrapporre a questa una gerarchia di altra natura. Questo e' il fattaccio frequentissimo!
La soluzione allora non e' quella suicida di non coordinarci piu', rinunciando alla sinergia cooperativa; e neppure di mantenere il coordinamento e l' organizzazione sempre sotto certe soglie, allargate dalle tele-reti, sperando che abbiano luogo sinergie casuali, o magari indotte da cause piu' o meno occulte ed insondabili. Ma invece di staccare da questa gerarchia virtuosa di coordinamento e di strappare via l' altra malefica sovrapposta, di liberarsaene e di cautelarsi fin dall' inizio da questo rischio sempre molto presente.

-Controllo

Ho detto che la gerarchia di coordinamento possiamo anche accettare di farla coincidere con quella di controllo.
Il controllo vige esso pure fra pari (ed e' in se' altrettanto neutrale e "tecnico" del coordinamento). Esso interviene quando appunto si teme o si sosppetta che non tutti i membri dell' organizzazione operino sinergicamente per i fini-comuni piu' o meno come stabilito(…) Cosi' un certo controllo si impone sempre; come autocontrollo, benissimo, si, ma deve essere dell' organizzazione, non dei singoli!
Autocntrollo dell' organizzazione intera!(…) e' chiaro che  anche nel controllo la gerarchia tecnica di autocoordinamento ed autocontrollo  dell' organizzazione, nell' impresa e nella societa'-impresa si trova inclusa in livelli soprastanti e quindi copre a sua volta altre gerarchie soprastanti: non neutrali bensi' politiche, come quella di comando e di status b( e di dispotismo ).
Di nuovo per noi il rimedio e' di liberarsi di queste ultime e nel prevenirle…

-Gerarchia direttiva.

Analoga a queste due e' un' altra gerarchia che ricomprende queste insieme alla funzione di fare il piano e il programma e di verificarne continua mente la realizzazione, ed e' appunto la gerarchia-di-direzione.
Che inizia proprio con il distinguere la direzione dell' organizzazione complessiva nel periodo piu' lungo, o strategica, da quella dei suoi momenti particolari per compiti particolari ad hoc, e tattica o poi gestionale, logistica.
(…) Dobbiamo sempre esercitare la direzione-strategica nel piu' democratico/diretto dei modi e controllare altrettanto democraticamente i momenti tattici e le sub-organizzazioni tecniche.
Le quali possono avere locali e transitorie modalita' di organizzazione anche differenti da quella complessiva e strategica, quantunque scelte democraticamente e non imposte coattivamente. Nella molteplicita', E ripeto, fin qui abbiamo tre gerarchie dche dico tecniche, o meglio neutrali. Indispensabili e nocive ben poco se non niente, purche' predisponiamo e facciamo funzionare certe contromisure. C'e fin qui produttivita' politica; i costi politici sono minimizzabili, rende politicamente di piu' di quel poco che puo' costare, se solo stiamo accorti, se abbiamo consapevolezza e conoscenza.
E rende. Rende potenza.

-La gerarchia di comando.

Il comando interviene in un' organizzazione quando essa presenta, anche dissimulata, una situazione di sfruttamento.
<Il comando e' l' imporre agli altri di agire per il vantaggio (piu' o meno esclusivo) del comandante>
Lo sfruttamento e' fare agire gli altri piu' meno esclusivamente a nostro vantaggio.
Allora  ci vuole comando quando qualcuno strumentalizza particolaristicamente l' organizzazione, e quindi sfrutta i membri: o usa i fini-comuni sono piuttosto (sistematicamente) solo un pretesto e una facciata che copre fini particolari e contrapposti a quelli della grande maggioranza dei cooperanti (in funzioni diverse…). E siccome le posizioni da cui cio' si puo' ottenere meglio e piu' facilmente sono quelle verticali, di solito il comando parte dal vertice e scende in basso, come maniera di imporre a tutti i cooperanti di agire per fini particolari del vertice.
E per questo allestisce una "linea verticale di comando", alla quale si sottopone innanzitutto la gerarchia-di-controllo, e condiziona e deforma assai anche quella di coordinamento, mascherandosi da gerarchia-di-direzione, rendendosi indistinguibile ad occhio nudo da quelle. Ma noi dobbiamo proprio discriminarle!.

(…) la gerarchia-di-comando ed il comando nella nostra organizzazione non sono ammesse, perche' gia' non e' ammesso lo sfruttamento, ne' la separazione sfruttativa. Questi cancri vanno eliminati.
Ma attenzione: lo sfruttamento e' presente anche nei microgruppi artigianeschi, pure nel cosiddetto tempo-libero, dove ci sono forti e vistose asimmetrie nel micropotere, anche fra i sessi…..E chi ha piu' potere interpersonale , primario sfrutta chi ne ha meno! E di fatto comanda! Ossia c'e perfino nei microgruppi primari una gerarchia-di-comando che si pone come aspetto di una gerarchia di potere/dominio, ovvero realizza quella, le da svbocco.
Questo dipende da fattori "soggettivi". Non basta rifiutare l' organizzazione iperindustriale per difendersi dal comando……
Il comando non e' nato col capitalismo, ma in esso acquista modalita' specifiche.(…) ma il comando non passa solo per la costrizione aperta, autoritaria, disciplinare, legale, o la vessazione ed il ricatto nascosti ecc.
Passa anche assai per la soggettivita', la cultura, i modelli di vita, la delega. ecc.
E quindi per la formazione. Il che ci porta verso la quarta gerarchia: quella di status.

-Gerarchia di status.

Denaro, prestigio e potere configurano la gerarchia di status.
Essa e' importantissima. E motiva i membri nel verso della fedelta' e lealta' a chi comanda.
Premia i piu' affidabili per il padrone e il despota e rafforza anche la fedelta' dei presiozi e forti ( ad esempio la  faccia di corruzione dell' aristocrazia operaia…, ecc.)
E qui rientra anche la faccenda della carriera. E la centralissima e basilare questione del successo, e di tutto quanto il darwinismo sociale odierno: a cominciare dalla concorrenza fra i lavoratori ri-monadizzati; anche fuori dal lavoro. La distinzione di status  e' sempre verticale; lo status e' sempre gerarchico/politico.
Tutto questo fu rilanciato su grande scala a suot empo dal fordismo.
Ma paradossalmente il post-fordismo ohnista tagliando i salari in maniera differenziata, arricchendo i piu' forti gia' meno  poveri e impoverendo ulteriormente i deboli gia' poveri, anche in termini di poverta' assoluta, prosegue proprio su quella strada! E anche questa faccia della medaglia potrebbe considerarsi un iperfordismo…
L' aspetto piu' specifico e importante e' il differenziale salariale, anche perche' il denaro da prestigio, renumera il potere, e da' sua volta il potere. Ed allora la gerarchia salariale ( o meglio di reddito) e' faccenda distributiva molto legato al discorso sulla rendita…di posizione appunto, come procacciatrice di alleati soggettivi del padrone. Faccenda politica!
E qui c' entra assai la soggettivita' e la formazione ancora una volta. Infatti la gerarchia di status interna/esterna, nella sua forza motivante, attinge al profondo personale e si basa anche sui valori sistemici in rapporto a quello dei singoli, all' etica; conta sulla funzione gerarchizzante e dimostrativa dello status che svolge la cultura ecc. e appunto sulla soggettivita'. Ed io pongo anche il dispotismo come un comando non solo illeggitimo ecc; ma passante piu' per il soggettivo.
(…) Ripeto la distinzione di status e' sempre verticale: lo status e' sempre gerarchico. Abolire (perlomeno) nell' organizzazione politica ipercomunista lo status.
Per', salvaguardando e promuovendo la differenza orizzontale di funzioni. Inoltre questa organizzazione non deve essere neppure professionale.

Nondimeno non si puo' essere ciechi davanti al fatto che in questo odierno sistema, capitalistico, le professioni ci sono e si stanno rivalutando; e c'e in giro, vive, vige, una differenziazione verticale gia' nel valore della capacita'-umana posseduta dai singoli, e che c'e una gerarchizzazione del suo valore stesso; e cosi' pure nel valore-di-scambio della capacita'-umana e degli umani secondo tale loro capacita'. Nel senso di quantita' di tempo indifferenziato di vita potenziato dai mezzi che e' stato speso a produrla, e quantita' sociale e non solo del singolo proprietario iperproletario.
(…) E' il discorso difficile sulla qualita' della capacita'-umana pure altrui contenuta nel valore della propria. E del fatto che queste hanno almeno diverso valore di mercato come capacita'-merci.
E cosi' poiche la capacita'-umana nel sistema attuale e' merce. Come a tutti e' noto. Nondimeno il valore della capacita'-umana non varia secondo lo status.
E allora non possiamo dimenticarci che chi ha investito di piu' per averne di piu' complessa e di maggiore valore-di-scambio, singolarmente, nel capitalismo vuole che cio' sia riconosciuto nel prezzo di questa merce, e nel trattamento complessivo.
E solo un ribaltamento e sovvertimento della sua soggettivita' puo' mettere la gente in una mentalita' differente….
(…)

-Toyotismo: taylorismo toyotista.

Oggi siamo al toyotismo: al  taylorismo toyotista. (…) A mio parere il toytismo-taylorista come modello organizzativo dipende dalle lotte precedenti e da passati esperimenti di ricomposizione verticale del lavoro nella fase offensiva delle lotte operaie nella seconda meta' degli anni '70; sia dalle nuove tecnologie ( su nuove basi informatiche e di utilizzo nuovo di vecchie scoperte scientifiche e nuovi paradigmi) e dallo sviluppo di una nuova enorme telecomunicazione macchinica; non solo, ma anche da una fortissima driduzione dei costi  di tutto cio' che lo rende utilizzabile con profitto/rendita diretto e indiretto. Un discorso particolare  richiederebbe l' enorme diffusione e sviluppo del personal-computer, macchina fortemente innovatrice, inventato dai pirati informatici…
A parte la piu' generale uscita dal fordismo nel senso della riduzione del salario e della ripresa del plusvalore-assoluto e della durata, almeno fuori della parte "occidentale" della composizione di classe-attrice e lavoratrice/produttrice; a parte questo, in Euiropa, in Italia-ripeto da un paio d' anni ( come gia' fu per il taylorismo-classico-fordista) rimane e si introduce davvero soprattutto l' aspetto organizzativo.(…)

Nell' organizzazione-toyotista sottolineo di nuovo due aspetti importantissimi: primo, la rinnovata ed acresciuta comunicazione e il lavoro d' èquipe un poco ricomposto anche verticalmente nell' azienda ribassata e snellita ( in specie con una riduzione, una certa riconversione, dell' apparato), da una parte; e secondo, dall' altra parte, una capacita'-umana richiesta almeno un poco meno povera e quindi una nuova attenzione alla formazione, meno impoverente (ed impoverita) gia' lei stessa, la quale recuperaa certi momenti della cultura e della soggettivita', contro altri. ( A parte il consumismo ora sempre piu' mentale e psichico, ideologico, e culturale anche, che sarebbe un terzo aspetto).
(…..)
c'e lavoro dappertutto e non solo nell' orario e luogo di lavoro, e produzione dappertutto di sovrappiu'; viceversa, c'e dappertutto consumo e riproduzione e distruzione di realizzo, distruzione di ricchezza, dappertutto.
(5*)

La produzione , come diceva Marx, e' nello stesso tempo una parte specifica del processo economico capitalistico (accanto a scambio-distribuzione-consumo) ed anche l' elemento essenziale, l' elemento che domina tutto.
La produzione compare due volte nell' economia capitalistica:
A)come fatto specifico                                                                  
b)come fatto generale
categoria dominante dell' intero processo

E' importante comprendere  cio' per non cadere in considerazioni meramente empiriche di questo o quel momento del capitalismo.Il capitalismo e' insieme un processo di astrazione (considerazione scientifica del capitale) e un processo storico ( di sviluppo del capitalismo) dove:

quella parte del processo che nei primi stadi del capitalismo appariva come un fatto importante ma specifico, chiuso in se stesso, cioe' la fabbrica, si generalizza: la fabbrica tende a pervadere, a permeare tutta la societa' civile, anche l' area esterna.

 La fabbrica scompare come momento specifico:cioe' lo stesso tipo di processo che domina la fabbrica, caratteristico del momento produttivo( empirico) tende ad imporsi a tutta la societa'.
Quindi quelli che sono i tratti caratteristici della fabbrica (particolare tipo di subordinazione della forza lavoro vivente al capitale ecc.) tendono a pervadere tutti i livelli della societa', ritrovandosi in forme specifiche,  in forme particolari.
Il momento della produzione si generalizza e tende ad investire tutti i momenti di vita della societa'.

Concetto marxista della fabbrica: la fabbrica non e' una raccolta di dati empirici-le mura della fabbrica, questo o quel determinato fatto empirico. La fabbrica e'  lo stesso sviluppo dell' industria a un determinato stadio di sviluppo del capitalismo. Bisogna avere un concetto non empirico della fabbrica, bisogna averne un concetto reale che e' proprio quello che fa uscire dalle secche ridicole dell' operaismo.
La "Fabbrica" e' cio' che caratterizza l' intero sviluppo sociale; non piu' una realta' specifica soltanto ma  sempre piu' elemento determinante all' interno  di tutto il complesso dell' economia e quindi della societa'.

La generalizzazione del rapporto capitalistico di lavoro operaio salario-capitale viene presentata come terziarizzazione.
(generalizzazione del rapporto di subordinazione del lavoratore sotto il capitale) (1*)
(Produzione= l' insieme dei rapporti sociali di produzione)

Il capitalismo esiste sia con una tecnica a piu' basso livello sia con una tecnica altamente sviluppata:
infatti , oggetto dell' economia politica non e' affatto la "produzione di valori materiali", ma i rapporti sociali fra gli uomini nel processo di produzione…

Nella massima socializzazione del capitale  che e' nella forma del capitale finanziario:
oggettivazione dei rapporti di produzione e la loro autonomizzazione rispetto agli agenti della produzione:
alla figura del capitalista operante subentrano i "funzionari produttivi  del capitale".
Questo processo storico di coesione crescente del sistema , attraversa diversi stadi: dal predominio del capitalista individuale a quello del capitalista come semplice azionista del capitale sociale, fino alla comporsa del capitale sociale in forma finanziaria e alla divisione del profitto in interesse e guadagno d' imprenditore.
Si  evidenziano qui,  in questi diversi stadi di "sviluppo", differenti modi di funzionamento della legge del plusvalore:
             
                 a) il plusvalore funziona come "piano" solo a livello di fabbrica
                -la lotta politica della classe operaia  si configura essenzialmente
                 come lotta contro l' anarchia della societa'.
                 A questo livello si esaltano le contraddizioni interne al capitalismo
                 (dicotomia pianificazione nella fabbrica-anarchia nella societa' leggi razionali
                 di produzione/incorporazione di  scienza e tecnica-movimenti non controllati della concorrenza)
                 nella sfera della circolazione-anarchia nei movimenti reciproci dei capitali individuali:
                 la lotta del proletariato si realizza in questa sfera e assume la forma di una
                 "Politica delle Alleanze"; lotta economica/sindacalismo.
                 Socialismo= pianificazione.
                 Il movimento complessivo del capitale sociale e' la risultante dell' intreccio
                 dei movimenti dei capitali individuali
         
                  b) I fenomeni tipici dei capitali nella circolazione-fluttuazioni cicliche, anarchia ecc.-
                  non vengono visti come eventi "catastrofici" ma come modi di sviluppo del capitale:
                  la dinamica del processo capitalistico e' dominata dalla legge della concentrazione e
                  della centralizzazione che mette capo a quella che per Marx e' la fase piu' alta dello
                  sviluppo e insieme della "autonomizzazione" del capitale , cioe' la fase del capitale finanziario.
                  Lo sviluppo recente del capitalismo dimostra la capacita' del sistema ad "autolimitarsi"
                  a riprodurre con interventi interventi consapevoli le condizioni della sua sopravvivenza;
                  a pianificare, con lo sviluppo delle forze produttive, anche i limiti di questo sviluppo stesso-
                  ad esempio con la pianificazione di una quota di disoccupazione.

Il capitale estende direttamente la forma mistificata della legge del plusvalore dalla fabbrica all' intera societa', ora veramente sembra scomparire ogni traccia dell' origine e della radice del processo capitalistico.
L' industria reintegra in se' il capitale finanziario e proietta a livello sociale la forma che specificamente in essa assume  l' estorsione del plusvalore: come sviluppo "neutro" delle forze produttive, come razionalita', come piano.

Capacita' del sistema di reagire alle conseguenze distruttive del funzionamento di certe "leggi", passando ad uno stadio "superiore", introducendo nuove leggi, destinate a garantire la sua continuita' sulla base della legge del plusvalore.
In questo modello dinamico, la sola costante e' la crescita (tendenziale) del  potere del capitale sulla forza lavoro.(2*)
[La classe operaia sia che operi come elemento conflittuale, e quindi capitalistico, sia come elemento antagonistico,quindianticapitalistico, esige una osservazione scientifica assolutamente a parte:
rifiuto di trarre dall' analisi del livello del capitale, l' analisi del livello della classe operaia(…)
Mentre in un primo tempo il capitalismo abbisogna d' indagare sul proprio meccanismo di funzionamento, in un secondo tempo, quando esso e' piu' maturo, ha bisogno invece di organizzare lo studio del consenso, delle reazioni sociali che s' impiantano su questo meccanismo.(3*)]

Quello che prima (produzione di plusvalore assoluto) si poteva facilmente stabilire tra la sfera della produzione e le altre sfere sociali, diventa ora (produzione di plusvalore relativo) il rapporto molto piu' complesso tra le trasformazioni interne alla sfera della produzione  e  le trasformazioni interne alle altre sfere: diventa inoltre un rapporto piu' mediato, piu' organico piu' mistificato, piu' evidente e piu' nascosto nello stesso tempo, tra produzione capitalistica e societa' borghese.
Quanto piu' il rapporto determinato della produzione capitalistica si impadronisce del rapporto sociale in generale, tanto piu' sembra sparire dentro quest' ultimo come suo particolare marginale.
Quanto piu' la produzione capitalistica penetra in profondita' e invade per estensione la totalita' dei rapporti sociali, tanto piu' la  societa' appare come totalita' rispetto alla produzione  e la produzione come particolarita' rispetto alla societa'.

(…) Nel rapporto sociale di  produzione capitalistico, la generalizzazione della produzione si esprime come  ipostatizzazione della societa'. Quando la produzione specificatamente capitalista ha tessuto l' intera rete dei rapporti sociali, appare essa stessa come un rapporto sociale generico.(…)

Lo sviluppo capitalistico e' organicamente legato alla produzione del plusvalore relativo.(…)
Quanto piu' avanza lo sviluppo capitalistico, cioe' quanto piu' penetra e si estende la produzione del plusvalore relativo, tanto piu' necessariamente si conchiude il circolo produzione-distribuzione-scambio-consumo, tanto piu', cioe', si fa organico il rapporto tra societa' capitalistica e societa' borghese, tra fabbrica e societa', tra societa' e Stato.
Al livello piu' alto dello sviluppo capitalistico, il rapporto sociale diventa un momento del rapporto di produzione, la societa' intera diventa un' articolazione della produzione, cioe' tutta la societa' vive in funzione della fabbrica e la fabbrica estende il suo dominio esclusivo su tutta la societa'.
E su questa base che la macchina dello stato politico tende sempre piu' ad identificarsi con la figura del capitalista collettivo, diventa sempre piu' proprieta' del modo capitalistico di produzione e quindi funzione  del capitalista.
           
 […per grande industria meccanica -di fabbrica- s' intende soltanto un certo grado, e precisamente il grado superiore, del capitalismo nell' industria.(…) il concetto scientifico di fabbrica serve a segnare le fasi per le quali passa lo sviluppo del capitalismo in un dato paese.]                 

Quando la fabbrica s' impadronisce dell' intera societa'-l' intera produzione sociale diventa produzione industriale- allora i tratti specifici della fabbrica  si perdono dentro i tratti generici della societa'.
Quando tutta la societa' viene ridotta a fabbrica , la fabbrica- in quanto tale- sembra sparire.
(…) Il reale processo crescente di proletarizzazione si presenta come processo formale di terziarizzazione. La riduzione di ogni forma di lavoro a lavoro industriale, di ogni tipo di lavoro a merce forza-lavoro, si presenta come estinzione della forza lavoro stessa in quanto merce, e quindi come svalutazione del suo valore in quanto prodotto.(…)
Il capitale che scompone e ricompone il processo lavorativo secondo i bisogni crescenti del proprio processo di valorizzazione, si presenta ormai come oggettiva potenza spontanea della societa' si autorganizza e cosi' si sviluppa.

Il rapporto sociale di produzione capitalistico vede la societa' come mezzo e la produzione come fine:
il capitalismo e' produzione per la produzione.Il capitale attacca il lavoro sul suo proprio terreno; e' solo dall' interno del lavoro che puo' riuscire a disintegrare l' operaio collettivo per integrare poi l' operaio isolato. (4*)

Quando la produzione capitalistica si e' generalizzata all' intera societa'-l' intera produzione sociale e' diventata produzione del capitale-, solo allora su questa base , nasce come fatto storico determinato  una vera e propria societa' capitalistica.
Il carattere sociale della produzione si e' esteso aun tal punto che l' intera societa' funziona ormai come momento della produzione.
La generalizzazione reale della condizione operaia puo' riproporre l' apparenza di una sua formale estinzione.
La prestazione dell' operaio non e' soppressa bensi' estesa a tutti gli uomini…

La notte americana sembra buia, perche' si guarda il giorno ad occhi chiusi…
La riproposizione agile e aggiornata dello sfruttamento  e' stata presentata come liberazione.

1)  Lotte operaie nello sviluppo capitalistico- R. Panzieri, 1967, "Quaderni Piacentini".
2)  Plusvalore e pianificazione-R.Panzieri, 1964, "Quaderni Rossi" n° 4.
3) Uso socialista dell' inchiesta operaia, R.Panzieri, 1964.
4) La fabbrica e la societa'-M. Tronti, 1962, "Quaderni Rossi" n° 2     
5) Camminando per realizzare un sogno comune-R.Alquati,1994.              

 

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1 risposta a fabbrika totale

  1. dottormeno scrive:

    I due volti dell’innovazione: Yahoo! e Ibm
    Pagina 1 di 2

    di Carola Frediani
    21/06/2007 – 17:00

    Decostruirsi e riorganizzarsi in reti. Apertura intellettuale. Mettere sempre al centro il cliente. I capi della ricerca di Big Blue e della società di Sunnyvale – in Italia per il convegno del BiCi – mostrano la loro bussola.

    L’applicazione killer del futuro? «Usare la tecnologia informatica per la creazione di nuovi modelli di business». Parola di Paul Horn, direttore ricerca e vice president di Ibm, che VisionPost ha incontrato ieri al Castello di Bertinoro, a margine del convegno “Il ruolo della ricerca per l’industria della tecnologia dell’informazione” organizzato dal Bertinoro international Center for informatics (BiCi). «L’informatica può avere un impatto su qualsiasi attività economica, può sviluppare nuove opportunità. È rivoluzionaria», continua Horn. «Noi ad esempio la stiamo applicando anche all’epidemiologia attraverso la tecnologia open source Stem (Spatiotemporal epidemiological model), che permette di studiare e predire l’evoluzione delle patologie infettive e che abbiamo appena donato al mondo».

    Ma al convegno il capo della ricerca Ibm ha insistito soprattutto su una nuova idea di innovazione, tema caro agli scienziati del BiCi che hanno convocato un panel di tutto rispetto – oltre ad Horn, Eric Schmidt, ad di Google (leggi l’intervista), e Prabhakar Raghavan, direttore Yahoo! Research – proprio per capire come l’Italia può migliorare in questo campo. « L’innovazione non nasce più solo all’interno delle proprie divisioni di R&D» ha spiegato il vice president di Big Blue. «Deriva soprattutto dai partner d’affari e dai clienti. È la conseguenza più naturale di un mondo piatto».

    Nella visione di Horn per le imprese è necessario “decostruirsi” come entità monolitiche e autosufficienti, anche dal punto di vista della ricerca, per riorganizzarsi in estese reti di valore. E’ chiaro che ciò significa un cambiamento radicale nei modelli di business; e che a spingere queste trasformazioni è stato anche il diffondersi della cultura internet e di un’architettura orientata ai servizi. Insomma, il web come piattaforma. «Non penso che Microsoft sia spaventata da Google a causa del suo motore di ricerca, bensì per il fatto che l’azienda di Mountain View potrebbe fare come insieme di servizi proprio quello che oggi fa Microsoft» chiosa Horn.

    Il colosso di Armonk sembra dunque sempre più convinto dell’importanza della ricerca aperta e collaborativa quale paradigma fondamentale per lo stesso sviluppo tecnologico. «Collaboriamo con le università su progetti open source – ci spiega Horn – E abbiamo donato vari brevetti alla comunità del software aperto». Decisioni che vanno inquadrate in una più ampia revisione, da parte di Big Blue, delle strategie di Ip (proprietà intellettuale) e che vanno nella direzione di una maggior apertura al valore prodotto attraverso le reti.
    Di ‘apertura intellettuale’ ha parlato, al convegno, anche Prabhakar Raghavan, direttore di Yahoo! Research, che ha ammonito l’uditorio dei rischi di una cultura ‘insulare’. Anche se le reti che l’internet company vuole raggiungere sono composte soprattutto dai suoi utenti.

    «Il motore di ricerca – ha quindi commentato coi giornalisti – avrà sempre meno a che fare con il fatto di trovare un documento e sempre più con la capacità di soddisfare i bisogni dell’utente. L’obiettivo è una tecnologia che riduca e semplifichi i compiti svolti dall’utente, integrando diverse funzionalità» . Per Yahoo! dunque l’esperienza del cliente resta al centro della propria missione. In questo senso la rivoluzione dei contenuti generati dagli stessi utenti fornisce una risorsa ulteriore, una miniera da cui estrarre quelle informazioni (segnali, li chiama Raghavan) con cui ricostruire e soddisfare l’intenzione dell’internauta. E tuttavia il problema dei servizi 2.0 è che hanno bisogno di una massa critica per funzionare davvero. Lo stesso vale per i social network, verso i quali Yahoo! e Raghavan sembrano nutrire alcune perplessità. «Non è chiaro il modello di business. Non capiamo con quali forme di pubblicità possono funzionare».

    E a chi gli chiede un commento sulle dimissioni del Ceo Terry Semel, Raghavan replica imperturbabile. «La nostra strategia resta immutata: puntiamo a mantenere la leadership nell’advertising; di recuperare terreno nella pubblicità contestuale alla ricerca; e nel far crescere la parte di social media. Questi sono i nostri tre pilastri». Anche con le dovute distinzioni: «Noi pensiamo che i contenuti delle email non debbano essere usati per agganciarvi pubblicità», specifica riferendosi alla pratica opposta adottata da Gmail.

    Più simile a Mountain View è piuttosto l’atteggiamento nei confronti della Cina e la decisione di restare in quel paese nonostante la censura e le violazioni dei diritti umani. «Anche al di là del nostro interesse, pensiamo che sia meglio esserci e cercare nel tempo di cambiare certe politiche, piuttosto che rimanerne fuori» . Del resto per Yahoo! il mercato asiatico, ha riconosciuto Raghavan, è sempre più rilevante.

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