Martedì, Novembre 18, 2008

trafficanti di sapere

Nel capitalismo il fatto di essere produttivo e' una determinazione del lavoro che non ha assolutamente nulla a che vedere, in se' per se', col particolare contenuto, con la particolare utilita' del lavoro stesso, o con il particolare valore d'uso in cui questo si rappresenta...E' produttivo quel lavoratore che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all'autovalorizzazione del capitale. Un maestro di scuola e' un lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora di lavoro per arricchire l'imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica d'istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla alla relazione.

Milton, che scrisse il "Paradiso perduto", era per esempio un lavoratore improduttivo; ma lo scrittore che fornisce lavoro di fabbrica al suo editore e' un lavoratore produttivo. Milton creo' il suo poema al modo stesso che il baco da seta genera la seta, cioe' come estrinsecazione della sua natura; poi vendette per 5 sterline il suo prodotto e cosi' divenne trafficante di merci. Ma il letterato-proletario di Lipsia che produce libri (per esempio, compendi di economia politica) su comando del proprio editore si avvicina ad essere un lavoratore produttivo nella misura in cui la sua produzione e' sottoposta al capitale e ha luogo al solo fine di valorizzarlo. Una prima-donna che canta come un uccello e' una lavoratrice improduttiva; nella misura in cui vende per denaro il suo canto, si trasforma in salariata o in trafficante in merci. Ma la stessa cantante che un impresario ingaggia perche' lei canti e lui ci guadagni sopra, e' una lavoratrice produttiva, perche' produce direttamente capitale.

Per Marx, il capitale trova dei limiti nello sfruttare direttamente questo genere di lavori per il fatto che i servizi o i valori d'uso da essi forniti apparivano difficilmente, o molto ristrettamente, trasformabili in prodotti separabili dai produttori e quindi capaci di circolare come merci autonome. Oggi, le nuove basi tecniche, della produzione di valore rendono possibile far assumere un carattere distinto, separato dal produttore, a prestazioni intellettuali, artistiche, creative ecc.
Attualmente, ad esempio, non e' piu' un caso insignicante, rispetto all'insieme della produzione capitalistica che il capitale traffichi in sapere, che negli istituti di cultura gli insegnanti siano puri e semplici salariati dell'impresario della fabbrica della formazione. La produzione delle idee, delle rappresentazioni, delle forme di coscienza, dei pensieri e dello scambio spirituale fra gli uomini diventano parte integrante della produzione di valore, qualcosa di subordinato all'organizzazione e alla disciplina dell'attivita' economica. L'economia, attraverso le nuove tecnologie elettronico-informatiche, e' in grado di estendere il suo dominio alla produzione e alla distribuzione della conoscenza, delle idee  e perfino all'elaborazione dell'illusione. Immaginare, pensare, conoscere...anche le "immagini nebulose che si formano nel cervello dell'uomo", diventano lavoro produttivo, che produce valore di scambio, cioe' denaro, capitale.

Uno stesso lavoro (per esempio, quello del giardiniere, del sarto ecc.) puo' essere eseguito da un medesimo operaio per conto o di un capitalista industriale o di un consumatore immediato. In entrambi i casi quell'operaio e' un salariato o un giornaliero; ma nel primo caso, e' un lavoratore produttivo e nel secondo un lavoratore improduttivo, perche' in quello produce capitale e in questo no; perche' in quello il suo lavoro costituisce un elemento del processo di valorizzazione del capitale e in questo no. Per la definizione di "lavoro produttivo" il contenuto, la natura del valore d'uso del lavoro e' del tutto indifferente, non e' che un mezzo per far quattrini, per produrre plusvalore.

"Poiche', con lo sviluppo della sussunzione reale del lavoro al capitale e quindi del modo di produzione specificatamente capitalistico, il vero funzionario del processo lavorativo totale non e' il singolo lavoratore, ma una forza lavoro sempre piu' socialmente combinata, e le diverse forze lavoro cooperanti, che formano la macchina produttiva totale, partecipano in modo diverso al processo immediato di produzione delle merci o meglio, qui, dei prodotti- chi lavorando piuttosto con la mano e chi piuttosto con il cervello, chi come direttore, ingegnere, tecnico ecc., chi come sorvegliante, chi come manovale o come semplice aiutante-, un numero crescente di funzioni della forza-lavoro si raggruppa nel concetto immediato di lavoro produttivo, e un numero crescente di coloro che ne sono veicolo nel concetto di lavoratori produttivi, direttamente sfruttati dal capitale e sottomessi al suo processo di produzione e valorizzazione."

La combinazione sociale del lavoro conferisce alla produzione un carattere sempre piu' scientifico e sia le scienze, secondo il loro grado di applicabilita' tecnica, e i loro portatori, i lavoratori intellettuali, vengono integrati nel lavoratore produttivo complessivo. Il lavoro intellettuale non puo' piu' essere considerato come rispecchiamento, idealisticamente trasfigurato, del lavoro astratto e rappresentare ancora una qualche forma organizzativa piccolo-borghese del processo scientifico.

L'integrazione oggettiva dell'intellighenzia scientifica nel lavoratore produttivo complessivo tuttavia non trasforma ancora i suoi componenti in proletari coscienti. Il livello di sviluppo tecnologico delle scienze che possono essere applicate alla produzione proietta la sua metodologia su tutte le scienze, distruggendo la riflessione pur di ottenere l'adeguamento al lavoro astratto. Dire che le scienze diventano tecnologiche significa che il tempo qualitativo della riflessione, proprio di una storia della formazione viene eliminato per adeguare il lavoro intellettuale alle norme quantitative e destoricizzate della misura del valore, del tempo di lavoro. In tal modo il lavoro intellettuale puo' essere incorporato senza attriti nel processo di valorizzazione del capitale.

Il lavoro intellettuale, cioe' nella misura in cui e' traducibile in attivita' industriale, e' sempre piu' colpito dalla disgrazia di essere lavoro produttivo e, d'altra parte, nella misura in cui e' traducibile in tecnica, e' uniformato alle norme del valore, in maniera sempre piu' adeguata al capitale. Eppure la distruzione della coscienza culturale tradizionale apre la strada a processi di riflessione proletari, alla liberazione cioe' dalle finzioni idealistiche della proprieta', e cio' rende possibile anche ai produttori scientifici di riconoscere nei prodotti del loro lavoro il potere oggettuale ed ostile del capitale e, in se stessi, degli sfruttati. L'intellighenzia tecnica e scientifica non puo' ancora continuare ad assumere forme di coscienza del tutto astoriche e piangere la perdita della sua fittizia proprieta' della cultura borghese di cui -pur senza volerlo ammettere- conosce l'irrevocabile tramonto.

Anche formalmente l'attivita' del pensiero viene modellata secondo le regole della produzione del valore di scambio. Le stesse forme della coscienza vengono assoggetate al dominio della produzione di merci...
L'eliminazione della frattura tra cultura e produzione ha anche una funzione disciplinare, negando in maniera alienata e apparente l'antagonismo fra l'individualita' e le condizioni economiche e sociali della sua esistenza (che costituiva un'elemento essenziale dell'individualia' stessa).  "Per riassume in una sola frase la tendenza immanente all'ideologia della cultura di massa bisognerebbe rappresentarla in una parodia del detto <<diventa cio' che sei>> come raddoppiamento e giustificazione supervalidante della situazione comunque esistente, restando cassata ogni prospettiva di trascendenza e di critica. Lo spirito socialmente operante ed efficace si limita qui a mettere un'altra volta sotto gli occhi degli uomini quel che gia' costituisce la condizione della loro esistenza, proclamando pero' questo esistente come sua propria norma (...)". Cio' che e', e' anche cio' che deve essere. L'ideologia dominante non trascende nulla, giustifica e convalida preventivamente lo stato di fatto, lo doppia a mezzo di immagini e rappresentazioni e lo offre al culto e alla contemplazione delle masse. Ovunque il pensiero non vede che corrispondenze sostanziali tra essere e dover essere, tra reale e possibile, essenza e fenomeno, interno ed esterno e solo nell'azione estetica sorge la differenza e la pluralita' in tutta la sua temporalita', dispersione e contingenza ma essa non tocca i rapporti sociali dominanti.

Quando non c'e' coscienza/lotta di classe i lavoratori decadono alla piu' misera delle merci, il proletariato si trasforma nella miseria inconsapevole della propria miseria fisica e spirituale, la disumanizzazione diventa inconsapevole di essere disumanizzazione. Nell'abiezione, nell'estraniazione ogni proletario si sente a proprio agio come in un illusorio al di la' dove scompaiono le contraddizioni della sua "personalita'" con la situazione della sua vita, la quale situazione e' la negazione aperta, decisa, completa del suo "essere". Allora, esso tenta di liberare se stesso senza sopprimere le condizioni di vita inumane della societa' moderna, condizioni che si riassumono nella sua situazione e si libera solo nell'immaginazione e l'immaginazione va al potere. La produzione reale della sua vita gli appare come qualcosa di presociale, di separato dal rapporto dell'uomo con gli altri uomini e mediata solo dalla elaborazione tecno-scientifica della natura.

Gli individui svuotati da ogni fine che non sia l'autoconservazione, la propria indefinita sopravvivenza, adottano il cieco culto della "societa' reale", si adattano intenzionalmente con l'ambiente sociale: Adattarsi diventa il principio universale della civilta' e come scrive M. Horkheimer: "se non esiste altra norma fuorche' lo status quo, se la ragione non sa offrire altra speranza furoche' di conservare cio' che esiste cosi' com'e e persino di accrescerne la pressione, l'istinto mimetico non e' veramente superato: gli uomini vi ritornano in forma regressiva e deformata...Le masse dominate si identificano facilmente con la forza che le domina...reagiscono all'oppressione con l'imitazione, con un desiderio implacabile di perseguitare; e questo desiderio viene poi utilizzato per mantenere in vita il sistema che gli da' origine. Sotto questo aspetto l'uomo moderno non e' diverso dall'uomo del medioevo fuorche' nella scelta delle vittime(...)

le idee degli operai tendono a modellarsi sull'ideologia affaristica dei loro capi. All'idea dell'intrinseco conflitto fra l'esistenza dell'ingiustizia sociale e le masse lavoratrici si sotituiscono concetti relativi alla strategia dei conflitti fra diversi gruppi di potere... almeno quelli che non sono passati per l'inferno del fascismo, sono sempre pronti a dar man forte alla persecuzione di un capitalista o di un politico, presi di mira perche' hanno violato le regole del gioco; ma non pensano neanche lontanamente a discutere il valore delle regole. Hanno imparato a considerare l'ingiustizia sociale-persino all'interno del loro gruppo- come un dato di forza, e a considerare i dati di forza come l'unica cosa che va' rispettata. La loro mente e' inaccessibile a sogni di un mondo fondamentalmente diverso...."

Un tempo la realta' era messa a confronto con l'ideale elaborato dall'individuo che si supponeva autonomo; e si supponeva che la realta' venisse plasmata in conformita' di quell'ideale. Oggi, nuove, presunte avanguardie del pensiero, come gia' annunciato circa 70 anni fa' da T.W.Adorno, non vogliono sentir parlare di ideologie e cosi' facilitano l'innalzamento della realta' al grado di ideale. L'etichetta di ideologia oggi documenta solo l'ira e il disprezzo della "societa' reale" contro tutto cio' che, sia pure nella forma della riflessione ideale e per quanto impotente, richiama la possibilita' di un ordine migliore di quello costituito. Oggi, la falsa coscienza (intreccio indiviso di verita' e controverita'), socialmente condizionata, non e' piu' spirito obiettivo, nel senso che non si viene piu' cristallizzando ciecamente e anonimamente sulla base del processo sociale: al contrario si tratta di qualcosa di scientificamente adatto alla societa'.(...) di addestramento al conformismo esteso fino alle emozioni piu' intime e sottili. Dell'ideologia non resta piu' nulla se non il riconoscimento tributato a cio' che sussiste, un insieme di modelli di comportamento di adeguazione allo strapotere delle condizioni dominanti (...) I singoli si risentono fin dall'inizio come pedine del gioco-e si mettono il cuore in pace. Ma da quando l'ideologia non asserisce quasi piu' null'altro se non che le cose sono come sono anche la sua specifica non verita' si assottiglia al povero assioma che esse non potrebbero essere diversamente da come sono.

Di "critica dell'ideologia" ( raffronto dell'ideologia con la sua intima verita') e' possibile parlare solo nella misura in cui l'ideologia contenga un elemento di razionalita', cui la critica possa rifarsi. Chi volesse criticare per questa via l'ideologia totalitaria del capitalismo reale o del nazionalsocialismo sarebbe vittima della propria ingenuita'. In queste ideologie non si rispecchiano forme dello spirito obiettivo, della falsa coscienza in se' necessaria, ma il loro "patrimonio ideale" e' solo il risultato di una manipolazione e' solo uno strumento di potere. La "critica dell'ideologia" in termini hegeliani, come "negazione determinata, raffronto di entita' ideali con la loro realizzazione", in questi casi e' impossibile. La critica dell'assolutismo ideologico, del capitalismo o del nazionalsocialismo non e' riducibile alla confutazione di tesi a cui non pretendono affatto ad autonomia ed interna coerenza, ma deve analizzare piuttosto a quali configurazioni psicologiche esse vogliono richiamarsi, per servirsene, quali effetti esse vogliono produrre negli uomini.
L'ideologia in senso proprio si ha dove vigono rapporti di potere non trasparenti a se stessi, mediati, e , sotto questo aspetto, anche addolciti: ma per tutto cio' la societa' attuale, a torto accusata di eccessiva complessita', e' divenuta troppo trasparente. Questa trasparenza e' cio' che meno volentieri si ammette.
Oggi il concetto di ideologia e' stato neutralizzato e la sua critica si e' trasformata nel sabotaggio teorico di ogni forma di coscienza nel relativismo. La cultura, nella misura in cui e' qualcosa di piu' che "scienza naturale meccanicistica", perde ogni carattere di verita', per risolversi in una molteplice razionalizzazione di interesse e gruppi quali si vogliano, che vi trovano una giustificazione in tutte le variabili immaginabili. La critica dell'ideologia cosi' e' stata trasformata nella legge della giungle dello spirito, la verita' e' nient'altro che una funzione del potere di volta in volta trionfante.
L'ideologia si risolve in psicologia, ritorna nella sfera privata rifacendosi agli "uomini senz'altro" e non alle figure concrete della loro socializzazione. Si rinuncia a giudicare e ci si presta ottimamente alle ideologie totalitarie e si sottomette ogni prodotto di cultura ad una finalita' propagandistica o commerciale, di dominio. E' il trionfo del cinismo.
La liberta' d'opinione scade nel relativismo dove e' lecito a ognuno di pensare quel che vuole, sia o non sia vero, giacche' ciascuno pensa in sostanza quel che meglio vale ad avvantaggiarlo e a permettere la sua affermazione. In tal senso il liberalismo politico e' lo stato totalitario si nutrono, anche se in forme diverse, della stessa cultura.
A questo punto e' inevitabile, avendo rinunciato a giudicare, ridotto l'ideologia alla sua sfera privata, che vada di moda l'affermazione che ogni critica dell'ordine costituito e' una costruzione concettuale arbitrariamente imposta dall'alto alle cose, una "metafisica",  e che invece bisogna "attenersi ai dati di fatto atomici". La conoscibilita' di una struttura totale della societa' e' negata per principio e preventivamente. Un velo si frappone tra la societa' e la comprensione sociale della sua natura.

All'ideologia come prodotto spirituale che insorge dal processo sociale come qulacosa di autonomo, sostanziale e dotato di una sua legittimita', che insieme e' un intreccio di non-verita'( pretende di negare la propria base sociale) e di verita' (autonomia propria di una coscienza che e' piu' della mera impronta lasciata da cio' che e', e mira a penetrarlo) e' stata sostituita da un amministrazione pianificata della totalita' di prodotti che riempiono oggi in gran parte la coscienza degli uomini, dalla produzione di oggetti confezionati per adescare le masse in quanto consumatrici e se possibile modellare e fissare a volonta' il loro stato di coscienza. Qui non c'e' nessun spirito autonomo fattosi inconsapevole delle propeie implicazioni sociali.

L'ideologia non e' piu' un guscio, ma l'immagine stessa, minacciosa, del mondo del mero esistere; l'ideologia e la realta' corrono una verso l'altra; perche' la realta' data, in mancanza di un'altra ideologia piu' convincente, diventa ideologia di se' medesima:"basterebbe allo spirito un piccolo sforzo per liberarsi dal velo di questa parvenza onnipotente e pur nulla: ma questo sforzo pare di tutti il piu' difficile."

La realtà in cui viviamo è essa stessa ideologia, nel senso che non corrisponde al concreto, ma è il prodotto di definizioni,

codificazioni, norme e provvedimenti, messi in atto dalla classe dominante per costruire la realtà a propria immagine, cioè secondo i propri bisogni. Tanto meno queste norme e questi provvedimenti rispondono alle esigenze dell'intera comunità, tanto più essi agiscono come strumento di dominio sulla classe che li subisce. Così come ogni ipotesi
utopica, in quanto elemento contraddittorio di una realtà che non può rivelare le sue contraddizioni perché non vuole trasformarle, si traduce in una ideologia della trasformazione, realizzabile se usata come strumento di dominio.
Nella nostra struttura sociale, determinata da una logica cui sono subordinati tutti i rapporti e le regole di vita, non esiste né la realtà, cioè il "praticamente vero"su cui verificare le ipotesi come risposte reali ai bisogni, né l'utopia come elemento
ipotetico che trascenda la realtà per trasformarla.

L'utopia può esistere solo nel momento in cui l'uomo sia riuscito a liberarsi dalla schiavitù della realta'-ideologia, in modo da esprimere i propri bisogni in una realtà che si riveli costantemente contraddittoria e tale da contenere gli elementi che consentano di superarla e trasformarla. Solo allora si potrebbe parlare di realtà come del "praticamente vero", e di utopia come elemento prefigurante la possibilità di una trasformazione reale di questo "praticamente vero". Ma allora non si tratterebbe più di una utopia, quanto di una ricerca costante sul piano dei risposte più adeguate alla costruzione di una vita possibile per tutti gli uomini."

Nella realta'-ideologia, in cui le contraddizioni reali degli individui vengono smembrate in qualita' di problemi di tecnici ed affidate ad esperti in un gioco perverso di oggettivazione e mercificazione di se', lo spirito socialmente operante ed efficace si limita a mettere sotto gli occhi degli uomini quel che gia' costituisce la condizione della loro esistenza, proclamando pero' questa esistenza un valore e una norma. La sopravvivenza  della religione e della famiglia-che rimane la forma principale del retaggio del potere di classe- e dunque della repressione morale che essa assicura, possono combinarsi come unica cosa, con l'affermazione ridondante del godimento di questo mondo, questo mondo essendo prodotto solo come pseudogodimento che sostiene in se' la repressione. All'accettazione beata dell'esistente puo' anche unirsi come unica cosa, la rivolta puramente spettacolare: cio' traduce il semplice fatto che l'insoddisfazione e' divenuta essa stessa merce, dal momento che l'abbondanza economica si e' trovata in grado di estendere la sua produzione fino al trattamento di una tale materia prima.

All'interno della medesima logica (del capitale) la "trasformazione' e' il perpetuo mutamento formale delle cose senza che ne venga mai intaccata la struttura, una celebrazione perpetua della potenza e dell'irresistibilita' di un falso movimento, di una dinamica apparente. La realta' data, in mancanza di un'altra ideologia piu' convincente, diventa ideologia di se medesima e in virtu' di questa sua configurazione trapassa nel terrorismo:

"L'oppressione si muove sempre a due livelli: o l'uccisione e il massacro, o l'imposizione di nuovi valori e ideologie che servono come strumenti di manipolazione per mascherare la violenza dell'uccisione e del massacro.(...)
mistificazioni scientifiche o non. Si uccide, si tortura e si elimina chi ha scoperto il gioco e cerca gli strumenti adeguati per uscirne. Questi tipi diversi di violenza (esplicita, legittimata dalle ideologie scientifiche,diluita e mascherata sotto la copertura dell'organizzazione assistenziale) sono le diverse modalità di controllo in rapporto ai diversi gradi di sviluppo di un paese. Ma sono, insieme, anche compresenti e contemporanei, nel senso che, nei momenti di crisi, viene scelta la modalità di intervento e di repressione più adatta a garantire il controllo, e non importa più se si passa esplicitamente da un controllo fondato sull'analisi psicologica dei conflitti, alle uccisioni in massa. Chi ha il potere trova sempre il modo di legittimare la
violenza, semplicemente imponendola e magari fondendo insieme i diversi strumenti di cui dispone, fino ad arrivare a "umanizzare la tortura", dello psicologo o dell'assistente sociale."

(lib. da K. Marx,T.W.Adorno, F.Basaglia, j.H.Krahll, M.Horkeimer)