Lunedì, Ottobre 29, 2007

capitale finanziario, individui contingenti; c'e aria di crisi

I signori della finanza, insieme a quei quattro imprenditori che sono riusciti a sedersi nei consigli d'amministrazione delle banche d'affari, hanno le redini del comando in questo paese. Hanno voglia  i critici-critici di ieri e di oggi a sproloquiare cogli operai-imprenditori che fanno di se stessi  i loro salariati e che hanno tanti-tanti mezzi di poduzione virtuali...e infinite idee geniali e poi ancora, hai voglia a chiacchierare, molto raffinatamente oltre che di "autoimpiegantisi" sul nord-nord-est e le piccole imprese e i distretti industriali ecc. ecc. Le piccole e micro e auto-imprese senza capitale finanziario non se ne fanno nulla delle loro idee-molto-innovative. Senza credito o il credito a tassi d'usura la via giusta si puo' prendere solo al rovescio, verso il fallimento.. Poi spero che i tanti superspecialisti ci verranno a spiegare come fanno le piccole -medie-imprese e i geniali autoimpiegati ad accedere al mercato finanziario. Certo si puo' sempre adottare la ricetta della Lega: incassiamo il federalismo e dreniamo soldi pubblici alle piccole e medie imprese che non hanno accesso al mercato finanziario...Nulla di male; per par condicio, al sud coi soldi, debitamente ripuliti, della 'ndrangheta si puo' fare di meglio...(35-40-55 miliardi di euro? escluso quelli gia' in circolazione nel mercato pulito).
Altro che antipolitica! Piccole unita' produttive in crisi senza potere contrattuale con le banche; vincoli finanziari internazionali e precarieta' senza rete:
c'e spazio per tutto e tutti!: neopopulisti, conservatori, tradizionalisti, neofascisti, servizi segreti, strategie di qualsiasi tensione si voglia, partiti dell'ordine, nostalgici, neomistici e stati di polizia continuata...

Telecom Italia passa a un "consorzio" messo in piedi da Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Generali e Telefonica partner industriale.(...)Capitalia viene incorporata in Unicredit, le due banche messe insieme controllano il 18% di Mediobanca che detiene il 15% delle Generali(unico gruppo finanziario italiano di dimensioni e peso internazionali). Condizione della "fusione" e' che il 9,3% di Mediobanca detenuto da Unicredit venga ceduto.
Intesa-Sanpaolo(Giovanni Bazoli) e Unicredit-Capitalia(Profumo-Geronzi)insieme controlleranno quasi la metà del credito in Italia.(...)Unicredit group (unicredit +capitalia) e' la seconda banca europea e la sesta nella graduatoria mondiale(100 miliardi di euro).
Intesa-Sanpaolo:Giovanni Bazoli-Prodi
Unicredit-Capitalia:Profumo-Montezemolo-Della Valle-DS-D'Alema-Veltroni
Mediolanum-Fininvest:Berlusconi(...)Geronzi-capitalia ora presidente Mediobanca apre a Berlusconi-come socio nel gruppo di comando di Mediobanca...4% Mediolanum +2%Fininvest-:ma la quota del 9,3% che Unicredit si è impegnata a cedere dopo la fusione con Capitalia, non puo' essere acquistata da soggetti partecipati da Mediobanca, come è Mediolanum.(...)Mediobanca è il primo azionista con il 14,2 per cento contro il 5 per cento circa di Banca Intesa(Bazoli) del "Corriere della Sera"(...)

Nella forma del capitale azionario il capitalista, il capitalista realmente operante si trasforma in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui. Si puo' dire che cominci qui il processo di completa autonomizzazione del capitale.
Nella societa' per azioni la funzione e' separata dalla proprieta' del capitale, e per conseguenza anche il lavoro e' completamente separato dalla proprieta' dei mezzi di produzione e dal plusvalore.
Il capitale si estrania-autonomizza rispetto ai produttori effettivi  e si presenta come una immane accumulazione di comando sul lavoro. Con lo sviluppo del capitale produttivo d'interesse come formazione sociale dominante, la mistificazione insita nei rapporti capitalistici di produzione sembra essere portata al suo piu' alto grado.  Nel capitale produttivo d'interesse D-D'  scompare ogni traccia di rapporto sociale nel movimento capitalistico.
Sembra che il modo capitalistico di produzione riesca in tal modo a nascondere completamente la sua radice e il suo movimento reale.
Il capitale diventa un'entita' assai mistica. Il carattere estraniato del capitale, il suo contrapporsi al lavoro, viene trasferito al di fuori dell'effettivo processo di sfruttamento, precisamente nel capitale produttivo d'interesse, allora questo processo di produzione appare come un semplice processo lavorativo, dove il capitalista operante compie semplicemente un lavoro diverso dall'operaio. Cosi' che il lavoro consistente nello sfruttare ed il lavoro sfruttato sono entrambi identici in quanto lavoro. Il lavoro consistente nello sfruttare e' lavoro allo stesso modo del lavoro sfruttato. L'interesse diviene la forma sociale del capitale, ma espresso in una forma neutrale e indifferente; il guadagno d'imprenditore diviene la funzione economica del capitale, ma spogliato dal carattere determinato capitalistico di questa funzione.

 In tal modo, il carattere sociale specifico del capitale e' fissato nella figura della proprieta' del capitale, che contiene in se' la capacita' di comandare sul lavoro altrui e da il suo frutto nella forma dell'interesse; di conseguenza, la parte di plusvalore che spetta al capitalista operante, all'imprenditore, appare necessariamente derivare non dal capitale in quanto capitale, ma dal processo di produzione, separato dal suo specifico carattere sociale, che ha gia' ricevuto nell'espressione <interesse di capitale> la sua particolare forma di esistenza.
 Ma, separato dal capitale, il processo di produzione e' processo lavorativo in generale. Il capitalista industriale distinto dal proprietario di capitale, non appare quindi come capitalista operante, ma come un funzionario, astratto persino dal capitale, come veicolo del processo lavorativo in generale, come lavoratore e precisamente come lavoratore salariato. Il rapporto tra capitale e lavoro e' cosi' completamente dimenticato.
Con il massimo sviluppo delle societa' per azioni, il capitale monetario assume un carattere sociale, si concentra nelle banche e da queste, non piu' dai suoi proprietari immediati, viene dato a prestito e a questo livello le funzioni effettive che competono al capitalista operante sono esercitate da un "funzionario".

La massima socializzazione del capitale e'  nella forma del capitale finanziario che rappresenta l'autonomizzazione massima del capitale dagli agenti della produzione e dall'intera societa'.
In generale il capitalismo ha la proprieta' di staccare il possesso del capitale dall'impiego del medesimo nella produzione, di staccare il capitale dall'imprenditore e da tutti coloro che partecipano direttamente alla produzione .

La circolazione che e' la somma di tutte le relazioni di scambio dei possessori di merci non crea nessun valore. La trasformazione del denaro in capitale avviene quando una data quantita' viene utilizzata o spesa in modo avente lo scopo di accrescerla; erogata in vista del suo accrescimento. Se il capitale originario e' una somma di valore x, questo x deve diventare e diventa capitale per essere trasformato in x+^x, cioe' in una somma di denaro o somma di valore eguale alla somma originaria di valore piu' un'eccedente(...) nel valore dato + plusvalore. La produzione di plusvalore e' lo scopo determinante, l'interesse animatore e il risultato del processo di produzione capitalistico, cioe' grazie al quale il valore originario si trasforma in capitale.(...) Certo x puo' trasformarsi inx+^x anche senza il processo produttivo capitalistico, ma non nelle condizioni e nel presupposto dati: 1) di una societa' i cui membri si fronteggiano come persone che si stanno davanti solo come possessori di merci, e solo come tali entrano in contatto reciproco( cosa che esclude la schiavitu' ecc.)
e, 2) che il prodotto sociale sia prodotto come merce(il che esclude tutte le forme in cui, per i produttori immediati, il valore d'uso e' il fine principale, e al massimo l'eccedenza del prodotto si trasforma in merce ecc.).

Il cambiamento di valore del denaro che si deve trasformare in capitale non puo' avvenire nello stesso denaro, poiche' esso in quanto mezzo di acquisto e come mezzo di pagamento, non fa' che realizzare il prezzo della merce che compra o che paga(...)Il valore delle merci e' infatti rappresentato nei loro prezzi prima che esse entrino nella circolazione, quindi e' presupposto e non risultato di questa.

Per estrarre valore dal consumo di una merce, il nostro possessore di denaro dovrebbe essere tanto fortunato da scoprire, all'interno della sfera della circolazione, cioe' sul mercato, una merce il cui valore d'uso stesso possedesse la peculiare qualita' d'esser fonte di valore; tale dunque che il suo consumo reale fosse, esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore. E il possessore di denaro trova questa merce sul mercato, tale merce specifica e': la capacita' di lavoro, ossia la forza-lavoro.
(per forza-lavoro o capacita' di lavoro intendiamo l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeita', ossia nella personalita' vivente di un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d'uso di qualsivoglia genere.)

Affinche il possessore di denaro incontri sul mercato la forza-lavoro come merce debbono essere soddisfatte diverse condizioni(...): il possessore della forza-lavoro che la vende come merce deve poterne disporre, quindi essere libero proprietario della propria capacita' di lavoro, della propria persona. Egli si incontra sul mercato con il possessore del denaro e i due entrano in rapporto reciproco come possessori di merci, di pari diritti, distinti solo per essere l'uno compratore, l'altro venditore, persone quindi giuridicamente eguali(...)il proprietario della forza-lavoro mediante l'alienazione di essa, non rinuncia alla sua proprieta'; se la vendesse in blocco, una volta per tutte, venderebbe se stesso, trasformandosi da libero in schiavo(...)
Ovviamente se consideriamo l'intero capitale, cioe' l'insieme degli acquirenti della forza-lavoro, da un lato, e l'insieme dei venditori di forza-lavoro, cioe' l'insieme degli operai, dall'altro, allora l'operaio e' costretto a vendere non una merce qualunque, ma la sua capacita' lavorativa come merce, perche' l'insieme delle dei mezzi di produzione, delle condizioni oggettive del lavoro, e l'insieme dei mezzi di sussistenza, gli stanno di fronte al polo opposto come proprieta' altrui.

Il denaro non puo' diventare capitale senza scambiarsi preventivamente contro forza-lavoro che l'operaio vende come merce; d'altra parte, il lavoro puo' apparire come lavoro salariato solo dal momento in cui le sue proprie condizioni oggettive, gli stanno di fronte come potenze autonome.

Nel processo di valorizzazione il lavoro non conta come attivita' produttiva di un carattere utile, ma come sostanza creatrice di valore, come lavoro sociale che si oggettiva, e in cui l'unico elemento che interessa e' la sua quantita'.
Cosi', per il capitale, ogni singola sfera della produzione non e' che una sfera particolare in cui egli investe denaro per ricavarne piu' denaro, per conservare e accrescere il valore esistente o per appropriarsi di plusvalore.

Al capitale in se' per se' e' indifferente la particolarita' di ogni singola sfera della produzione anche se nella realta' questa mobilita' del capitale urta contro frizioni(...) Con lo sviluppo del suo modo di produzione specifico, il capitale elimina tutti gli ostacoli legali ed extraeconomici alla liberta' del suo movimento nelle diverse sfere della produzione, e in primo luogo abbatte tutte le barriere giuridiche o tradizionali (di costume) che gli impediscono di acquistare a piacere questa o quella specie di forza-lavoro, o di appropriarsi come meglio crede questa o quella specie di lavoro.

Sebbene la forza-lavoro possieda in ogni sfera particolare di produzione una sua particolare forma e quindi ogni singola sfera di produzione esiga una forza-lavoro sviluppatasi unilateralmente, una particolare capacita' lavorativa, la mobilita' del capitale presuppone che esso sia indifferente rispetto al carattere peculiare del processo lavorativo, presuppone un'analoga mobilita' o variabilita' della forza-lavoro, cioe' nella capacita' dell'operaio di utilizzare la propria forza-lavoro(...)
Come per il capitale, in quanto valore che si realizza, e' indifferente la forma materiale particolare che esso riveste nel processo lavorativo-sia esso una macchina a vapore, un mucchio di letame o di seta-, cosi' per l'operaio(salariato)e' indifferente il contenuto particolare del suo lavoro. Questo lavoro appartiene al capitale, non e' che il valore d'uso della merce venduta dall'operaio stesso-e da lui venduta al solo scopo di appropriarsi denaro e, col denaro mezzi di sussistenza. Il cambiamento del genere di lavoro gli interessa solo in quanto e nella misura in cui ogni genere particolare di lavoro richiede un diverso sviluppo della capacita' lavorativa. E se la sua indifferenza nei confronti del particolare contenuto di del lavoro non gli permette di variare a comando la propria capacita' lavorativa, di questa indifferenza egli da' prova spostando i propri uomini di ricambio, la nuova generazione, da un ramo di attivita' ad un altro, secondo gli imperativi del mercato.

Piu' la produzione capitalistica e' sviluppata , piu' si richiede variabilita' nella forza-lavoro; piu' l'operaio e' indifferente verso il contenuto particolare del suo lavoro, piu' fluido ed intensivo e' il modo di spostamento del capitale da una sfera all'altra della produzione. L'economia classica presuppone come assiomatiche la variabilita' della forza-lavoro e la mobilita' del capitale, ma ha ragione di farlo nella sola misura in cui questa e' la tendenza specifica del modo di produzione capitalistico, che si afferma spietatamente ed inesorabilmente malgrado gli ostacoli, perlopiu' da esso stesso creati.

In nessun paese la mobilita' del capitale, la variabilita' del lavoro e l'indifferenza dell'operaio verso il contenuto del suo lavoro, sono piu' manifeste, che negli Stati uniti d'America(...)in nessun altro paese l'individuo e' piu' indifferente verso il genere di lavoro eseguito, o piu' cosciente del fatto che il suo lavoro fornisce sempre lo stesso prodotto, cioe' denaro; in nessun altro paese l'individuo passa attraverso le piu' disparate branche d'industria.

Nel rapporto medievale-corporativo(...)la base tecnologica e' la bottega artigiana, in cui il maneggio piu' o meno a regola d'arte dello strumento di lavoro e' il fattore decisivo; il lavoro e' personale e indipendente, e percio' il suo sviluppo professionale, che richiede un periodo di apprendistato piu' lungo o piu' breve, determina il risultato del lavoro(...)

Il "capitale artigiano", sia per la forma materiale che per grandezza di valore , e' un capitale vincolato, che non possiede ancora la libera forma del capitale in senso proprio: non e' un certo quantitativo di lavoro oggettivato, valore per eccellenza, che possa assumere o assuma a piacere questa o quella condizione di lavoro, a seconda che, per estorcere pluslavoro, si scambia come meglio gli aggrada contro questa o quella forma di lavoro.

E' solo nell'ambito del suo mestiere, della sua bottega, che egli (il maestro artigiano) puo' trasformare il denaro in capitale, cioe' usarne non soltanto come mezzo del proprio lavoro, ma come mezzo di sfruttamento del lavoro altrui.
Il suo capitale e' vincolato ad una certa forma di valore d'uso e quindi non si presenta di fronte ai suoi operai come capitale(...)L'elemento decisivo e' qui lo strumento di lavoro. Domina come legge la limitazione della produzione entro i confini tracciati a priori dal consumo, non entro quelli che il volume del capitale stabilisce.
Tali limitazioni scompaiono, nel rapporto capitalistico, insieme coi vincoli politico-sociali nel cui ambito il capitale era costretto a muoversi e, quindi, a non apparire ancora come capitale.

La trasformazione puramente formale dell'azienda artigiana in azienda capitalistica, in cui a tutta prima il processo tecnologico rimane ancora lo stesso, consiste nell'abbattimento di tutte queste limitazioni-in seguito al quale anche il rapporto di dominazione e subordinazione si modifica. Il maestro non e' piu' capitalista in quanto maestro; e' maestro o meglio padrone in quanto capitalista. I limiti della sua produzione non sono piu' determinati dai limiti del suo capitale. Il capitale(denaro) puo' scambiarsi a piacere contro ogni genere di lavoro e percio' di condizioni di lavoro(...)

E' naturale che, in confronto all'artigiano indipendente il quale  lavora per clienti occasionali, la continuata dell'operaio che lavora per il capitalista aumenti, poiche' qui il lavoro non trova limiti nel fabbisogno occasionale di singoli clienti, ma solo nel bisogno di sfruttamento del capitale che lo impiega.

Nel rapporto medievale-corporativo il capitale era un capitale naturale e consisteva nell'abitazione, negli strumenti del mestiere e nella clientela naturale, ereditaria, e non essendo realizzabile, per le relazioni ancora non sviluppate e per la mancanza di circolazione, doveva essere trasmesso di padre in figlio. Questo capitale non era valutabile in denaro, come quello moderno, per il quale e' indifferente l'essere investito in questa o in quella cosa; esso era invece direttamente legato al lavoro determinato del possessore, inseparabile da esso, e quindi era un capitale connesso con un ordine sociale(...)
Ogni lavoratore doveva essere abile in tutto un ciclo di lavoro, doveva saper fare tutto cio' che andava fatto con i suoi strumenti(...)chiunque voleva essere maestro doveva essere completamente padrone del suo mestiere. Per questo negli artigiani medievali si trova ancora un interesse per il proprio particolare lavoro e per l'abilita' che poteva elevarsi fino ad un certo, limitato, senso artistico. Per questo, pero' ogni artigiano medievale era interamente preso dal suo lavoro, aveva con esso un rapporto di soddisfatto asservimento ed era sussunto sotto di esso assai piu' del lavoratore moderno, per il quale il lavoro e' indifferente.

Il primo passo avanti, rispetto al capitale naturale degli ordini sociali, fu segnato dalla comparsa dei commercianti, il cui capitale nacque subito come capitale mobile, capitale nel senso moderno per quel tanto che se ne puo' parlare rispetto alle condizioni di quell'epoca. Il secondo passo avanti si ebbe con la manifattura, la quale a sua volta, mobilizzo una massa di capitale naturale e accrebbe in genere la massa del capitale mobile contro al capitale naturale(...)
Con la manifattura fu in pari tempo introdotto un diverso rapporto fra lavoratore e datore di lavoro. Nelle corporazioni sussisteva il rapporto patriarcale fra garzoni e maestro; nella manifattura subentro' in suo luogo il rapporto di denaro fra lavoratore e capitalista.

La dissoluzione di tutti i prodotti e di tutte le attivita' in valori di scambio  presuppone sia la dissoluzione di tutti i rigidi rapporti di dipendenza personali(storici)nella produzione, sia l'universale dipendenza reciproca di tutti i produttori(...)
Quanto minore e' la forza sociale posseduta dal mezzo di scambio(denaro), quanto piu' esso e' ancora legato alla natura del prodotto immediato del lavoro e ai bisogni immediati dei soggetti di scambio, tanto maggiore deve essere la forza della comunita' che lega gli individui gli uni agli altri, rapporto patriarcale, comunita' antica, feudalesimo e corporazione(...)
Mentre lo scambio privato di tutti i prodotti del lavoro, delle capacita' e delle attivita' e in antitesi sia con  la distruibuzione fondata sulla sovraordinazione e subordinazione (naturale o politica) degli individui tra loro.(...)

Se si considerano  rapporti sociali che generano un sistema scarsamente sviluppato di scambio, di valori di scambio e denaro, o ai quali corrisponde un grado non sviluppato degli stessi, e' chiaro sin dal principio che gli individui, benche' i loro rapporti appaiono piu' personali, entrano in relazioni reciproca solo in quanto individui in una certa determinatezza, come signore feudale e vassallo, come proprietario fondiario e servo della gleba ecc., oppure come membri di caste ecc., o come appartenenti a un ceto ecc. Nel rapporto di denaro, nel sistema di scambio sviluppato(e quest' apparenza seduce la democrazia) i vincoli di dipendenza personali, le differenze di sangue ecc., di formazione ecc., sono effettivamente saltati, lacerati ( i vincoli personali appaiono almeno tutti come rapporti personali); gli individui sembrano indipendenti (questa indipendenza e' una mera illusione e piu' correttamente andrebbe chiamata equivalenza, nel senso di indifferenza), sembrano liberamente entrare in contatto reciproco e scambiare in questa liberta'; si presentano pero' in questa luce solo a chi astrae dalle condizioni, dalle condizioni di esistenza (e questi sono a loro volta indipendenti dagli individui e, pur essendo generate dalla societa', appaiono quasi come condizioni naturali, ossia incontrollabili agli individui) entro le quali questi individui entrano in contatto.(...)

Di fronte all'illusione dei "rapporti di dipendenza puramente personali" dell'epoca feudale ecc., non si deve dimenticare neppure un'istante 1) che questi stessi rapporti assumono un carattere materiale, come mostra lo sviluppo dei rapporti di proprieta' fondiaria a partire dai rapporti di subordinazione puramente militari; 2)che il rapporto materiale a cui si riducono ha esso stesso un carattere angustamente limitato, e appare quindi come rapporto personale, mentre nel mondo moderno i rapporti personali emergono come pura emanazione di rapporti di produzione e scambio.

Negli stadi precedenti dello sviluppo il singolo individuo appare piu' compiuto, appunto perche' non ha ancora elaborato la pienezza delle sue relazioni e non se l' e' ancora poste come insieme di potenze, e di rapporti sociali da lui indipendenti.
E' ridicolo rimpiangere quella pienezza originaria, proprio com' e' ridicolo di dover permanere in questa sittuazione di totale svuotamento.La concezione borghese non e' mai riuscita ad andare oltre la contrapposizione a quella romantica, e quindi questa l'accompagnera' come contrapposizione legittima fino alla sua fine beata.

La determinatezza, che nel primo caso appare come una limitazione personale dell'individuo da parte di un altro individuo, nel secondo si presenta come una limitazione materiale dell'individuo da parte di rapporti da esso indipendenti e riposanti in se stessi. Poiche' il singolo individuo non puo' spogliarsi della sua determinatezza personale (un nobile e' pur sempre un nobile ecc.), ma puo' benissimo superare rapporti esterni e subordinarli a se', nel secondo caso la sua liberta' sembra maggiore. Un'analisi piu' precisa di questi rapporti esterni; di quelle condizioni; rivela pero' l'impossibilita' degli individui di una classe ecc. di superarli in massa senza sopprimerli.
Il singolo puo' aver casualmente ragione di essi; non puo' invece la massa di coloro che ne sono dominati(...)
Questi rapporti esterni sono tanto poco un'abolizione dei "rapporti di dipendenza personali" da essere anzi soltanto la dissoluzione degli stessi in forma generale(...)
I rapporti di dipendenza materiali in antitesi a quelli personali ( il rapporto di dipendenza materiale e' l'insieme delle relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti) si presentano in modo tale che gli individui sono dominati da astrazioni, mentre in precedenza dipendevano gli uni dagli altri.

Nel corso dello sviluppo storico e' proprio attraverso l'indipendenza che acquistano i rapporti sociali che emerge la differenza tra la vita di ciascun individuo in quanto essa e' personale e in quanto e' sussunta sotto un qualche ramo di lavoro e sotto le condizioni relative. Nell'ordine e ancora nella tribu' questo fatto rimane ancora nascosto; per esempio un nobile resta sempre un nobile; un routier sempre un routier, a prescindere da ogni sua altra condizione: e' una qualita' inseparabile dalla sua individualita'.

Senza dubbio i servi della gleba che fuggivano (dalle campagne) considerarono la loro servitu' come qualcosa di casuale per la loro personalita'. Ma con cio' facevano la stessa cosa che fa ogni classe che si libera da un vincolo, e poi non si liberavano come classe, ma isolatamente(...) si limitarono a formare un nuovo ordine e conservarono il loro modo di lavoro che avevano avuto fino allora anche nella nuova situazione, e lo perfezionarono liberandolo dai vincoli che lo avevano impacciato fino ad allora e che non corrispondeva piu' allo sviluppo che esso aveva raggiunto(...) i servi della gleba fuggitivi dunque, volevano soltanto affermare e sviluppare liberamente le loro condizioni di esistenza gia' in atto e quindi in ultima istanza arrivarono solo al lavoro libero(...)

La differenza tra individuo personale e individuo contingente non e' una distinzione concettuale, ma un fatto storico. Questa distinzione ha un senso diverso in tempi diversi, per esempio l'ordine come qualcosa di contingente per l'individuo del sec. XVIII(...) E' una distinzione che non dobbiamo fare noi per ciscuna epoca, ma che proprio ogni epoca fa tra i diversi elementi che trova costituiti, e non sulla base di un concetto, ma costretta dalle collisioni materiali della vita.(...)
Le condizioni sotto le quali gli individui, finche' non e' apparsa la contraddizione, hanno relazione tra loro, sono condizioni che appartengono alla loro individualita', non qualcosa di esterno ad essi, condizioni sotto le quali soltanto questi individui determinati, possono produrre la loro vita materiale e cio' che vi e' connesso; esse sono quindi le condizioni della loro manifestazione personale e da questa sono prodotte(...)

Nella grande industria e nella concorrenza tutte le condizioni di esistenza, le limitazioni e le restrizioni stesse sono fuse nelle due forme piu' semplici: proprieta' privata e lavoro. Col denaro ogni forma di relazione e le relazioni stesse sono poste come casuali per gli individui(...) e l'unico nesso che li lega a queste condizioni e' la loro sopravvivenza.

Poiche', per il salariato, il solo fine del lavoro e' il salario, un certo ammontare di valore di scambio in cui ogni particolarita' del valore d'uso e' scomparsa, egli e' del tutto indifferente nei riguardi del contenuto del suo lavoro, e quindi del genere particolare della propria attivita', mentre nel sistema delle corporazioni o delle caste questa era attivita' professionale, mestiere, e per lo schiavo, come per la bestia da soma, era un genere di attivita' determinato, imposto e tradizionale..
Nei limiti in cui la divisione del lavoro non ne ha reso completamente unilaterale la capacita' lavorativa, il lavoratore libero e' invece per principio accessibile e pronto a qualsiasi variazione, della propria forza-lavoro e della propria attivita' da cui egli si riprometta un salario migliore(...)
Mentre nei periodi precedenti la manifestazione personale e la produzione della vita materiale era ancora considerata, a causa della limitatezza degli individui, come una specie subordinata di manifestazione personale ora esse sono separate al punto che il lavoro non e' piu' l'unica forma possibile, negativa, della manifestazione personale(...)

Nel "buon tempo antico", quando "vivere e lasciar vivere" erano il motto generale, ognuno si accontentava di una sola occupazione. Oggi tutti sono diventati "uomini-tutto-fare" .La produzione non e' piu' vincolata da prestabilite e predeterminate limitazioni dei bisogni. Il volume dei cosiddetti "bisogni necessari" come pure il modo di soddisfarli e' un prodotto della storia.

L'indifferenza verso un genere determinato di lavoro presuppone una totalita' molto sviluppata di generi reali di lavori e di bisogni, nessuno dei quali domini piu' sull'insieme. L'indifferenza verso un lavoro determinato corrisponde a una forma di societa' in cui gli individui passano con facilita' da un lavoro ad un altro e in cui il genere determinato del lavoro e per essi fortuito e quindi indifferente. Il lavoro qui e' diventato il mezzo generale  per creare la ricchezza, ed esso ha cessato di concrescere con l'individuo come sua destinazione particolare.

Dal punto di vista del processo produttivo capitalistico e' produttivo il lavoro che valorizza immediatamente il capitale, o che produce plusvalore, cioe' il lavoro che si realizza in un plusvalore(...)
Il processo lavorativo capitalistico non sopprime le caratteristiche generali del processo lavorativo. Esso produce prodotto e merce. In questi limiti resta produttivo il lavoro che si oggettiva in merci come unita di valore d'uso e valore di scambio. Ma il processo lavorativo e' soltanto un mezzo per il processo di valorizzazione del capitale: Produttivo e' l'operaio che eseguisce un lavoro produttivo; ma produttivo e' il lavoro che genera immediatamente plusvalore, cioe' che valorizza il capitale.

Ogni lavoratore produttivo e' un salariato, ma non per questo ogni salariato e' un lavoratore produttivo. Uno stesso lavoro (per esempio, quello del giardiniere, del sarto ecc.) puo' essere eseguito da un medesimo operaio per conto di un capitalista industriale o di un consumatore immediato. In entrambi i casi quell'operaio e' un lavoratore salariato o un giornaliero; ma, nel primo caso e' un lavoratore produttivo e nel secondo un lavoratore improduttivo, poiche' in quello produce capitale e in questo no(...)Per la definizione del lavoro produttivo il contenuto del lavoro e' del tutto indifferente.

Nel caso della produzione non-materiale i limiti della sua sottomisione al processo di valorizzazione vengono superati tecnologicamente. Il prodotto non e' piu' come in passato, inseparabile dall'atto di produrre(artisti, attori, isegnanti, medici, preti ecc.). Ora questa produzione non-materiale ha per risultato merci che hanno un'esistenza indipendente dal produttore; cioe', che nell'intervallo fra produzione e consumo, possono circolare come merci-libri, quadri, oggetti d'arte ecc.-in quanto distinti dalla prestazione artistica di chi li scrive, dipinge o crea.
Cose che un tempo apparivano trascurabili e insignificanti a fronte dell'insieme della produzione capitalistica tendono ad acquistare sempre piu' un nuova importanza.
Una prima donna che canti come un uccello e' una lavoratrice improduttiva; nella misura in cui vende per denaro il suo canto, si trasforma in salariato o in trafficante di merci. Ma la stessa cantante che un impresario ingaggia perche' lei canti e lui ci guadagni sopra, e' una lavoratrice produttiva, perche' produce direttamente capitale(...)

Il valore d'uso non deve essere mai considerato come fine immediato del capitalista , e neppure il singolo guadagno: ma soltanto il moto incessante del guadagnare. Quindi il denaro costituisce il punto di partenza e il punto conclusivo di ogni processo di valorizzazione. Il prodotto specifico del processo di produzione capitalistico- e' creato solo mediante lo scambio con lavoro produttivo, ma il capitale tende a superare  le sue condizioni come limiti che esso stesso pone...

Liberamente da:
-Il capitale-Capitolo VI inedito
-Il capitale I
-Grundrisse voll.I-II
-L'ideologia tedesca
di K.Marx
-Plusvalore e pianificazione
di R.Panzieri

App.
<-Il capitale finanziario internazionale è il reale regolatore delle politiche economiche e delle politiche nazionali.

-La globalizzazione è abbastanza tollerante in termini politici. Al capitale finanziario non interessa il simbolo politico-ideologico che riveste il governo di una nazione. Quello che gli interessa è che questo governo non si opponga al modello economico. Di conseguenza, le porte del potere politico cominciano ad aprirsi in tutto il mondo a tutte le posizioni politiche come effetto della globalizzazione. Il potere economico - il potere per eccellenza - concede ora che il potere politico sia giocato da più forze, incluso quelle che prima vedevano vietato questo terreno.

-l'assolutismo del capitale finanziario non migliora la distribuzione della ricchezza né procura maggior lavoro alla società. Povertà, disoccupazione e precarietà del lavoro sono sue conseguenze strutturali
-I falsi capi, i malgoverni, sono idioti che adorano gli anelli della catena che li soggioga. Ogni volta che un governo riceve un prestito dal capitale finanziario internazionale, lo mostra come un trionfo, il pubblicizza su giornali, riviste, radio e televisione. I nostri attuali governi sono gli unici, in tutta la storia, che festeggiano la loro schiavitú, la ringraziano e la benedicono. E si dice che è democrazia il fatto che il Comando della distruzione sia a disposizione di partiti politici e caudillos.
«Democrazia elettorale» è come i prepotenti chiamano la lotta per entrare nell’affare di vendere la dignità e portare avanti la catastrofe mondiale. Là in alto, nei governi, non c’è speranza alcuna. Né per i nostri popoli indios, né per i lavoratori della campagna e della città, né per la natura. E per accompagnare questa guerra contro l’umanità, si è costruita una gigantesca bugia.
Ci si dice, ci ripetono, ci insegnano, ci impongono, che il mondo ha percorso la sua storia per arrivare a dove comandasse il denaro, quelli in alto vincessero e noi, il colore che siamo della terra, perdessimo. La monarchia del denaro si presenta, così, come il culmine dei tempi, il fine della storia, la realizzazione dell’umanità.
 Subcomandante Insurgente Marcos >








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